Islands in the Subway.
Le foto

Provo scarso interesse per l’idea di descrivere la città in senso documentario, e neanche sto cercando di costruire un catalogo di tipi umani. Mi interessa il momento in cui una persona - o un gruppo di persone - paiono separarsi dal flusso e diventare, per un istante, un’isola. O un arcipelago. Che si crea quando un evento che attira l’attenzione, un gioco di sguardi, un episodio catalizzatore o il fatto di dover scendere alla propria fermata crea una dinamica che mette in relazione due viaggiatori, o un gruppo. Gli arcipelaghi che si generano possono avere geometrie complesse, spesso inattese: magari c’è una coppia, e l’attenzione dei due partner si indirizza in modo divergente; magari succede qualcosa che coagula l’interesse di soggetti eterogenei che vengono da contesti molto diversi, e ben difficilmente avrebbero qualcosa a che fare gli uni con gli altri nella loro consueta rete sociale.

Le immagini di Islands in the Subway nascono da una condizione precisa: osservare persone che, per un lasso di tempo, condividono lo stesso spazio senza appartenersi davvero tra loro, e senza appartenere a quel luogo.

La metropolitana costruisce prossimità forzate, attese, distanze minime, posture involontarie. Corpi seduti uno accanto all’altro, sguardi che si evitano, mani occupate da telefoni - ormai onnipresenti - e borse. Ogni fotografia prova a isolare uno di questi stati di sospensione.

La serie alterna immagini più dense e immagini più rarefatte, figure singole e piccoli gruppi, immobilità e passaggi. Sono fotografie di transito, ma soprattutto fotografie di qualcuno che si trova in qualche forma di contraddizione, anche se non sempre evidente. Persone ferme dentro un luogo fatto per muoversi; persone vicine che restano lontane; volti, corpi e gesti che per pochi secondi emergono dall’anonimato della città e poi vi ritornano.