L’idea di abbinare poesia e fotografia, non sono certo il primo ad averla.
Proprio per questo, è da molto tempo che desidero metterla in atto.
Avete presente quella cosa che uno ha i suoi miti personali, e pensando a persone come Patti Smith che fa quel libro pazzesco che è The Coral Sea insieme a Robert Mapplethorpe, o a The Nature of Desire: Photographs and Poetry di Duane Michals, ha quel momento di incoscienza per cui si dice “diamine, lo voglio fare anche io?”.
Ecco, benedetto sia quel momento di incoscienza.
In Dittici ho abbinato venti poesie che ho scritto a venti fotografie che ho scattato.
Non sono necessariamente le mie poesie, né le mie foto migliori. Il libro ha una sua progressione, nelle pagine che si susseguono, e vuol portare avanti un suo discorso.
Dire di quale discorso si tratta, non sta a me; è una cosa che riguarda il libro, e in conseguenza di ciò sta al libro stesso.
Io posso solo dire come l’ho costruito: come si monta un album di famiglia di qualcuno che non esiste, cercando un ritmo, una temperatura.
Magari chiedendo a un’ombra di tornare, dopo che ci ha visitati una volta.
I testi non sono pensati per fare da didascalia alle foto né le foto per illustrare le poesie. Si guardano di traverso, a volte si contraddicono, a volte si prendono per mano, litigano, fanno amicizia, fanno l’amore. Il dittico è proprio questo: due cose accostate che, appena le metti vicine, diventano una terza.
Poi non ci sono più la prima e la seconda cosa, dopo che hai fatto questa operazione: le identità si sono disciolte, ciò che rimane è altro.
Se poi quel terzo oggetto vi parla, allora è vostro, ben più di quanto non appartenga a me.