Islands in the Subway. Il progetto
Ho iniziato a scattare foto nella Metro A, a Roma, nei primi mesi del 2026. A quei tempi, pensavo di battezzare il progetto Racconti della metropolitana; i miei intenti erano ancora un assai confusi. Qualcuna delle prime foto si chiama, infatti, Racconti della metropolitana virgola numeroromano. Tengo i vecchi titoli anche per dare testimonianza del modo in cui il progetto evolve; mi pare sia un rendiconto utile sul piano documentale (per esempio, quella che vedete qui sotto è Racconti della metropolitana, II).
Da allora ho passato nella Metro A giornate intere. Ho studiato il lavoro di Walker Evans, che rispetto a me aveva il vantaggio di contare su soggetti inconsapevoli: erano altri tempi. Ho studiato Marjorie Collins, della quale mi son sempre chiesto perché dopo le sue pazzesche foto scattate negli anni Quaranta abbia fatto ben poco: ho scoperto che si diede alla scrittura e all’attivismo politico, e secondo me il mondo della fotografia perse qualcosa (qui sotto c’è la sua Train gate at the Pennsylvania station del 1942: aveva un occhio straordinario per i flussi, quella donna).
Ho studiato Bruce Davidson, che non mi è venuta mai voglia di imitare, e Jamel Shabazz, che mi sta un sacco simpatico ma va cercando qualcosa di molto diverso da quello che vado cercando io. Io cerco nella metropolitana qualcosa che in molti non penserebbero sia possibile trovarci: la distanza impassibile delle statue neoclassiche, dei colonnati sotto i quali camminiamo ignorando che sono perimetri di templi e tribunali; di ciò che di ultraterreno può emergere nei volti e corpi quando sono in transito, proprio perché mentre sono in transito non appartengono di fatto a nessuna terra (qui sotto, Colonnato del Louvre, Parigi, 2002. Fotografia rilasciata dall’autore, Greudin, nel pubblico dominio).
Dopodiché, nel maggio del 2026 ho iniziato a scattare foto anche nella Metro B di Roma. Gli spazi sono diversi, più aperti, le prospettive più vertiginose: mi sembra che ciò mi offra occasioni per ampliare la mia ricerca, alla quale l’esperienza della Metro A ha offerto una solida base.
Mi interessa il momento in cui una mano sul corrimano diventa marmo. Un profilo stanco assume la gravità di un imperatore deposto. In una ragazza seduta sotto una luce al neon rivedo quello che il Canova vedeva attraverso Paolina, che certamente non era Paolina. La metropolitana è il mio museo in movimento: espone ogni opera per una manciata di secondi, poi se la rimangia alla fermata successiva. Io provo a salvarne qualcuna prima che torni anonima (nella foto qui sotto: Antonio Canova, Paolina Borghese come Venere vincitrice, 1805–1808. Foto storica pubblicata in Alfred Gotthold Meyer, Canova, Bielefeld–Lipsia, 1898, p. 49. Autore della fotografia non identificato. Pubblico dominio).