Trilogia del Marconi Hotel. I titoli

Spesso capita che le persone mi chiedano spiegazioni o abbiano curiosità rispetto ai titoli delle mie fotografie. Il che è comprensibile, perché raramente scelgo titoli puramente descrittivi. Molto più spesso nascono da suggestioni letterarie o musicali, da battute di film o di serie televisive, da frasi che ho sentito dire a qualcuno. Mi interessa che il titolo non si limiti a nominare ciò che si vede, ma produca qualcosa in più. Mi piace che tra titolo e fotografia si generi un cortocircuito, logico o emotivo, meglio ancora se entrambi.

Quando una fotografia è stampata ed esposta, questa relazione diventa ancora più importante. Vorrei che chi guarda l’immagine e poi legge il titolo sentisse qualcosa fare click nella propria testa: un’associazione, un ricordo, una possibilità, una suggestione. O magari un fantasma.

Soprattutto un fantasma.

Una delle cose che desidero di più, artisticamente, è che le mie fotografie evochino fantasmi in chi le guarda. Del resto, le mie immagini nascono in gran parte dai miei fantasmi e dal mio rapporto con il passato. Non sono mai stato uno con lo sguardo sparato nel futuro - al quale guardo, da sempre, con grande scetticismo. Se c’è una costante in molte delle mie fotografie, è proprio questa: malinconia, nostalgia, perdita, rimpianto, risentimento, perfino rancore - sentimenti che hanno quasi sempre a che fare con ciò che è già accaduto.

Non ho proprio mai creduto molto, da ciò che posso ricordare, nell’idea di voltare pagina. Mi sembra un’illusione pensare di chiudere una porta e trovarsi davanti una pagina bianca. La pagina non è mai bianca - ci portiamo dietro tutto quello che c’era prima. Sempre. E tutto ciò che verrà lo scriveremo usando una grammatica costruita su quello che siamo già stati. Io sono convinto che ciascuno viva nel proprio inferno e che, in quell’inferno, il passato conti molto più del domani. Il domani conta, naturalmente. Ma conta meno.

È anche per questo che i titoli, per me, non sono un accessorio. Sono un modo per aprire una crepa, anzi l’ideale sarebbe proprio una voragine, dentro lo scatto: per complicare la fotografia. Devono suggerire che, oltre a ciò che si vede, esiste qualcos’altro. Qualcosa che forse appartiene alla fotografia, forse a me, forse a chi la sta guardando.

Nel caso della Trilogia del Marconi Hotel, i tre titoli nascono proprio in questo modo.

The Hungarian Princess’s Virtuosity

Il titolo della foto dell’ingresso dell’albergo, The Hungarian Princess’s Virtuosity, è un omaggio alla fotografa ungherese Tunde Valiszka, alla sua tecnica e soprattutto al mood delle sue fotografie. Le sue immagini notturne, nelle quali le luci artificiali hanno spesso un peso enorme, fanno parte di quell’immaginario visivo con cui questo scatto ha una parentela evidente. La mia tecnica di realizzazione, però, è abbastanza diversa dalla sua. Il debito è soprattutto visivo e concettuale.

La Valiszka, tra l’altro, ha sempre condiviso con grande generosità il proprio sapere tecnico, attraverso workshop e video. Le sue foto infatti le ho incontrate inizialmente online, nei gruppi fotografici dei social network - soprattutto su Facebook, quando ancora Facebook era molto usato per questo genere di cose.

Verrà il tuo regno e avrà l’appoggio che cercavi

Il titolo della fotografia centrale viene invece dalla musica. Verrà il tuo regno e avrà l’appoggio che cercavi è un verso di La pista anarchica, una canzone dei Ministri - un brano che, per queul che concerne i titoli delle mie fotografie, ho saccheggiato.

Une élégance de bunker sentimental

La ho chiamata così perché volevo che raccontasse, più che un luogo, una posizione nel mondo.

C’è qualcosa, in quella foto, che mi ha sempre fatto pensare a un rifugio. Non a un rifugio povero, improvvisato, d’emergenza: a un rifugio costruito bene, con gusto, quasi con disciplina. Un posto nel quale ci si chiude non per paura del mondo, ma perché del mondo si è già visto abbastanza. Un luogo dove si continua a ricevere ospiti, a bere vini d’annata, a scegliere le parole, a mettere una giacca bella, magari perfino a innamorarsi, ma sempre sapendo che fuori c’è qualcosa che ha già cominciato a crollare.

Da qui il bunker. Un bunker sentimentale: quella parte di noi che accumula scorte contro il futuro. Ricordi, abitudini, libri, fotografie, rancori, desideri non risolti, persone che non ci sono più ma continuano ad avere una stanza. È un’architettura interiore fortificata. Non serve a salvarci: serve a permetterci di continuare a vivere come se certe perdite non avessero ancora vinto del tutto.

L’élégance sta nel fatto che questo bunker non è miserabile. Anzi, è forse perfino troppo elegante. È il luogo di chi ha imparato che anche la rovina può avere una forma, che perfino la sconfitta può essere amministrata con stile. C’è qualcosa di molto francese nell’idea di continuare a scegliere il vino mentre fuori stanno arrivando le orde degli invasori con gli stivali chiodati; di discutere di poesia durante un coprifuoco; di sistemarsi i polsini prima di andare incontro a una catastrofe inevitabile.

La fotografia, per me, ha proprio questo carattere. Una luce quasi sontuosa, un ordine apparente, un luogo dove non sembra che aleggino minacce - per adesso, almeno -proprio perché è un rifugio: basta allontanarsi un po’ c’è la devastazione, la rovina, è successo il peggio del peggio, epperò in quell’inquadratura c’è la pace.