In the Mood for Trieste Photo Days 2026

Come ci si sente, quando si sta per esporre per la prima volta in un grande festival fotografico e si scopre che la cosa più difficile non è fare fotografie?

Mancano pochi giorni ai Trieste Photo Days, e devo ammettere che sto vivendo questa cosa in una maniera abbastanza particolare. Per spiegarla devo partire da Arles, dove sono stato questa estate, in occasione di Les Rencontres de la Photographie, e dove ho fatto una scoperta che probabilmente per chi frequenta da anni i grandi festival fotografici è piuttosto banale: a un certo punto, il festival si impossessa della città.

Arles è stato il primo festival fotografico di quelle proporzioni che io abbia visto nella vita. Il meccanismo è affascinante. Ci sono le sedi del programma ufficiale, naturalmente, ma poi ci sono quelle del circuito off, e così ti ritrovi in una città nella quale è diventato quasi impossibile sottrarsi alla fotografia. Puoi perfino non avere nessun interesse per la fotografia - cosa del resto perfettamente lecita e, immagino, relativamente frequente - ma dovrai comunque fare i conti con la fotografia, perché la trovi dappertutto. Ad Arles mi sono imbattuto addirittura in due mostre contigue allestite al piano superiore di un supermercato, un Monoprix. Sotto si faceva la spesa, sopra si guardavano fotografie. Non ho idea di quale sia la destinazione abituale di quegli spazi al piano superiore: forse un magazzino, forse qualcos'altro. Mi ha divertito questo curioso accostamento fra due attività che normalmente non consideriamo tanto prossime. Suppongo che uno potesse andare a comprare il detersivo e finire a guardare un'opera fotografica, o viceversa.

A Trieste mi aspetto qualcosa di simile. La tredicesima edizione dei Trieste Photo Days, organizzata da dotART dal 22 al 25 ottobre 2026, presenta un programma di dimensioni considerevoli. Secondo i dati diffusi dall'organizzazione, il festival coinvolge oltre duemila - due-mi-la - opere fotografiche distribuite fra musei e sedi cittadine. Quest'anno ci saranno, fra gli altri, Mark Power, fotografo di Magnum, e Christopher Morris, membro fondatore di VII Photo Agency. Le mostre principali si accompagneranno a incontri, workshop, letture portfolio, conferenze, presentazioni e a una quantità di altre iniziative. E poi c'è il Trieste Photo Fringe - che porta la fotografia non solo nelle sedi ufficiali, ma ovunque. Bar. Uffici. Sottoscala. Aziende sanitarie. Dappertutto.

Il programma diffuso si estende ben oltre i quattro giorni centrali: diverse esposizioni sono già aperte e resteranno visitabili fino alla fine di novembre. In pratica, a Trieste sarà difficile trovare un angolo della città che si salvi - e sinceramente, non vedo l’ora.

La grossa differenza rispetto ad Arles è che questa volta io sarò dall'altra parte della barricata. Ad Arles ero andato per vedere mostre, incontrare artisti, parlare con curatori ed editori, cercare di capire come funzionasse quel mondo. A Trieste, invece, sarò uno degli artisti che espongono. Per la prima volta in un festival fotografico di questa grandezza. Sono un nano in mezzo ai giganti, e lo so: espongo una singola opera in mezzo a duemila. Vabbè, i passi si fanno per forza di cose uno alla volta. Aspettatevi grandi cose, dico sul serio; ma, nel frattempo, bisogna considerare che non sono un artista con duecento mostre alle spalle. Anzi, le mie esperienze espositive si contano sulle dita di una mano. Sono state esperienze molto belle, alcune delle quali in luoghi che considero straordinariamente suggestivi, ma di dimensioni decisamente più contenute.

La mia foto in esposizione per i Trieste Photo Days: è la numero 40 del progetto Islands in the Subway, dal titolo Cycling Beneath The City. In realtà all’epoca in cui l’ho scattata non pensavo che le foto di questo progetto avessero bisogno di un titolo, era solo la numero 40. Poi è stata scelta per il festival, e un titolo mi è sembrato il caso di darglielo.

A luglio ho esposto a FUTURI MAESTRI 2026, nella Cantina e Museo Giacobazzi di Nonantola, un luogo che mi ha colpito per l'accostamento fra gli spazi storici della cantina e le opere d'arte contemporanea. La mia fotografia, Dall'altra parte sarà la stessa cosa, faceva parte della collettiva organizzata da Space Gallery, poi prorogata fino al 30 agosto. A fine agosto è stata la volta di Truglia Art – Visioni di Acqua e di Luce, alla Torre Truglia di Sperlonga. Anche qui una sede magnifica, con il mare che circonda praticamente l'edificio, la luce che entra fra le murature antiche e un'esposizione costruita attorno al rapporto fra arte, acqua e paesaggio. E in mezzo c'è stato ’nTramenti ArtFestival, a Cardinale, in Calabria, che per diversi motivi è stato forse il caso più interessante da questo punto di vista.

A Nonantola e a Sperlonga ho dovuto occuparmi personalmente di far arrivare le mie fotografie. Significa organizzare spedizioni o consegne, prendere accordi, verificare che i materiali siano arrivati, capire come recuperarli al termine della mostra. Sono tutte circostanze nelle quali con i galleristi e gli organizzatori finisci necessariamente per parlare parecchio, perché ci sono problemi pratici da risolvere insieme. A Cardinale, invece, l'organizzazione aveva pensato a tutto: stampe, allestimento, installazione, testi curatoriali. E tuttavia, nonostante questa gestione centralizzata, il contatto personale era continuo. A esporre, eravamo quattro fotografi; avevamo realizzato le immagini nel corso di un'esplorazione del borgo, accompagnati inizialmente dalla storica dell'arte Maria De Giorgio, e successivamente quelle fotografie erano state trasformate in una mostra diffusa lungo Via Giuseppe Verdi. Ognuno di noi aveva una porzione piuttosto ampia della strada. Le opere erano applicate direttamente alle superfici urbane, in un allestimento site-specific che dialogava con l'architettura del paese; e questo valeva sia per le opere effimere che per quella permanente di ciascuno.

Una foto che ho scattato a Cardinale, Ritratto del fotografo Alessandro Capurso al Bar Tana 90. Credo che si capisca, da qui, cosa intendo per atmosfera confidenziale senza bisogno di dirlo con tante parole.

Ora, nel ricordare Cardinale, mi viene continuamente da usare una parola: confidenziale. Ma non è la parola giusta, o quantomeno richiede una spiegazione, perché non vorrei che qualcuno immaginasse un'organizzazione approssimativa, familiare nel senso deteriore del termine. È vero esattamente il contrario. L'organizzazione di ’nTramenti mi è sembrata molto seria, molto preparata, estremamente attenta agli artisti. Maria De Giorgio dava la sensazione di governare le operazioni con grande polso, e lo staff aveva evidentemente le idee chiare su quello che stava facendo. Eppure il rapporto era confidenziale.

Conoscevo le persone, ci parlavo, alcune le ho frequentate abbastanza da fare lunghe chiacchierate anche su questioni che non avevano praticamente niente a che vedere con il festival. Con Rosanna Fiaré, la persona incaricata di seguirmi nei rapporti con l'organizzazione, ho addirittura fatto amicizia. Era un ambiente nel quale mi sentivo molto vicino a chi organizzava l'esposizione. Ne percepivo la struttura, per così dire, dall'interno.

Ti regolerebbe il contrasto, alzandolo un po’

Nei Trieste Photo Days l'organizzazione è molto più strutturata, con una segreteria che si occupa delle comunicazioni e una macchina espositiva che deve coordinare un numero considerevole di autori, opere e sedi. Il risultato è che, a una ventina di giorni dall'inizio del festival, io non sapevo neppure dove sarebbe stata esposta la mia opera. E non dico che non sapessi in quale sala - non sapevo proprio in quale edificio. Così ho scritto all'organizzazione, per mezzo del normalissimo canale ufficiale dell'email, per chiedere qualcosa che mi pareva abbastanza ragionevole: “Scusate, sono uno degli artisti selezionati, mi dite dove espongo?”.

Mi ha risposto l’organizzazione del festival, nella persona della più che gentile Elisa Paoluzzi, spiegandomi che la mia opera sarebbe stata esposta in un ristorante sulle rive di Trieste chiamato NOVO Foraperfora - e che mi avrebbero comunicato tempestivamente tutti gli altri dettagli, compreso il giorno dal quale sarebbe stata visibile. Il senso della risposta era rassicurante: “Pensiamo a tutto noi”. E non ho ragione di dubitarne, sia chiaro. Anzi, è precisamente questo il punto: l'organizzazione funziona secondo procedure che io non conosco, e non ho ancora l'esperienza necessaria per orientarmi con disinvoltura al loro interno. Il che è quasi ovvio, a pensarci: in un festival così grande, con tanti artisti distribuiti per tutta la città, immagino che non sia possibile mantenere con ciascuno lo stesso tipo di rapporto che si instaura quando si espone in quattro lungo una strada di Cardinale. La macchina è più grande, dunque deve funzionare in un altro modo - e fin qui, tutto ragionevole. Poi però c'è il ristorante: e qui cominciano i problemi. Non problemi reali, sia chiaro. Problemi che io mi sono inventato con una certa dedizione, sempre a causa della mia inesperienza.

Come sede espositiva, la Cantina e Museo Giacobazzi - dove ho esposto in occasione di FUTURI MAESTRI 2026 - è oggettivamente tanta roba.

Chi mi segue sa che, quando partecipo a una mostra, cerco sempre di documentarla accuratamente. Faccio fotografie all'opera esposta, all'allestimento, alla sala o allo spazio che la ospita. Mi interessa mostrare il contesto nel quale la fotografia viene collocata, perché un conto è vedere un'immagine sul monitor, un altro è vederla stampata, appesa a una parete, inserita in un ambiente con una sua luce, una sua architettura e magari una sua storia. Tutto questo finisce sul sito, nelle pagine dedicate alle esposizioni, nei social e, dove opportuno, nella documentazione della rassegna stampa. L'ho fatto a Nonantola, a Sperlonga, a Cardinale. Non vedo perché non dovrei farlo a Trieste. Solo che a Trieste la mia fotografia sarà esposta in un ristorante - un ristorante vero, voglio dire. Un posto dove la gente va a mangiare.

E io ho cominciato a immaginarmi la scena.

Entro, magari in pieno servizio, con i camerieri che vanno avanti e indietro, la gente che mangia, conversa, si fa tranquillamente i cazzi propri, com'è suo sacrosanto diritto fare in un ristorante, e a un certo punto arrivo io che comincio a fotografare una parete.

Già questo mi pareva abbastanza ridicolo. Ma poi ho cominciato a chiedermi se non fosse il caso di andare almeno a mangiare nel ristorante, per una sorta di giustificazione morale. Nel senso: se entro, mi siedo, ordino, mangio, pago il conto, dopodiché forse mi sento maggiormente autorizzato a rompere i coglioni facendo fotografie. Che può sembrare un ragionamento assurdo, o magari no.

Mi immagino che arrivo a Trieste, dove non conosco praticamente nessuno, vado in questo ristorante e mi siedo da solo a un tavolo. Ordino, mangio, faccio le cose che si fanno normalmente in un ristorante. Fin qui tutto bene; ma poi arriva il momento di fotografare l'opera. E io che faccio?

Una possibilità è fare il vago. Mi alzo, mi avvicino alla parete e comincio a fotografare la mia opera, magari col telefonino, da varie angolazioni. Ma le opere sono anche in vendita. E allora immagino che i presenti mi osservino, notino questa mia insistenza fotografica e comincino a pensare: “Guarda questo pezzente, è talmente pulciaro che invece di comprarsi la fotografia se la fotografa col cellulare, così poi magari se la stampa a casa”. Perché naturalmente, fra tutte le interpretazioni possibili, la prima che mi viene in mente è quella nella quale faccio la figura del miserabile. Oppure pensano semplicemente che io sia uno strano individuo che fotografa ossessivamente la stessa parete mentre tutti gli altri stanno mangiando. E sinceramente, non so quale dei due scenari sia peggio. Non so se mi dia più fastidio fare la parte del tipo strano o quella del miserabile.

Allora considero un'altra possibilità: dichiararmi. Vado dal cameriere, oppure dal proprietario, oppure dal gestore, oppure dal maître di sala, ammesso che ci sia un maître di sala, perché io naturalmente non so neanche come sia organizzato questo benedetto ristorante, e dico: “Salve, scusate, io sono l'artista che ha realizzato quella fotografia. Avrei bisogno di documentare l'allestimento e la sede espositiva per il mio sito e per i social. Vi dispiace se faccio qualche fotografia?”.

Ecco.

A questo punto mi sono immaginato il silenzio. Il cameriere che mi guarda. Gli altri camerieri che forse mi guardano. Qualcuno ai tavoli che interrompe la conversazione. Io che sto lì, magari con il telefono in mano, a spiegare che sono l'artista.

Non so perché, ma nella mia testa la cosa ha assunto immediatamente le proporzioni di una gag.

Con coraggio, gentilmente, gentilmente

Naturalmente so benissimo che non succederà niente del genere. Non è che abbia realmente paura di chiedere il permesso di fare delle fotografie. Lo farò e basta. Ho affrontato situazioni ben più complicate nella vita, e non sarà certamente questa a mettermi in difficoltà. Ma la comicità della situazione immaginata mi ha fatto ridere. E, contemporaneamente, mi ha messo un po' a disagio.

Perché non so esattamente come si faccia, a proporsi correttamente per fare questa cosa. Probabilmente non c’è un modo “giusto”. Essendo una cosa tendenzialmente inusuale, non esiste un galateo o un protocollo. Si fa e basta, ovviamente cercando di dimostrarsi educati. Ma io non possiedo ancora quell'esperienza pregressa che permette di affrontare una situazione nuova come se fosse una vecchia conoscenza.

Io vivo molto meglio le cose quando non sono nuove. Mi piace quando le cose sono incasellate in un itinerario che conosco, quando so quali passaggi mi aspettano, quando posso prevedere con una ragionevole approssimazione quello che succederà e come dovrò comportarmi. Mi piace possedere una competenza tecnica, naturalmente, ma soprattutto mi piace quella cosa un po' meno definibile che accompagna la competenza e che potremmo chiamare dimestichezza. La disinvoltura di chi sa fare qualcosa non soltanto perché ha studiato come si fa, ma perché l'ha fatta molte volte. Quella naturalezza che permette di risolvere i problemi senza dover ogni volta ricostruire da capo l'intera procedura.

Un’altra delle foto che ho scattato a Cardinale, Meccanica della pazienza. Ecco, lui dà l’idea di sapere bene cosa sta facendo. C’è da sperarlo, quantomeno, visti gli oggetti coi quali ha a che fare.

A me piace essere quella persona. Mi piace essere quello che, quando succede qualcosa, sa come intervenire. E devo ammettere che il ruolo dell'inesperto è probabilmente quello che mi gratifica meno in assoluto.

Nel caso delle mostre fotografiche, però, non ho ancora accumulato abbastanza esperienza per potermi concedere il lusso della disinvoltura. E se questo vale per le esposizioni in generale, vale a maggior ragione per un festival delle dimensioni di Trieste Photo Days. Sono ancora nella fase in cui devo imparare una quantità di cose che, agli occhi di un fotografo abituato a esporre da anni, probabilmente risulterebbero scontate.

E, sia chiaro, non sto parlando della realizzazione delle fotografie. Non è il momento dello scatto a preoccuparmi. Non è la gestione della luce, la scelta dell'obiettivo, lo sviluppo del file, la preparazione di una stampa. Sono operazioni che conosco, sulle quali ho maturato le mie convinzioni - che posso discutere, difendere o modificare sapendo almeno di che cosa sto parlando. No: il problema è che non so bene come comportarmi quando devo entrare in un ristorante e fotografare una mia opera appesa a una parete.

Con una macchina fotografica in mano, fa miracoli

Mi sono chiesto perché la cosa mi infastidisse tanto, e alla fine mi è venuto in mente un personaggio al quale sono molto affezionato. Non è il protagonista di un romanzo. Non è un personaggio cinematografico. Non viene da una delle grandi opere letterarie che frequento abitualmente; viene da una canzone di Lucio Battisti. Sì, viaggiare. Il personaggio è ovviamente quel “gran genio del mio amico” che compare all'inizio del testo di Mogol.

Ho sempre adorato quella figura. È l'uomo che sa dove mettere le mani, quello al quale basta guardare il problema per capire come risolverlo. Non gli serve mica di fare chissà che discorsi, non ha bisogno di dimostrare niente. Possiede una competenza così solida da essere diventata una forma di naturalezza. È il tipo di persona che, se qualcosa non funziona, interviene e la aggiusta.

Ecco, io vorrei sempre essere il gran genio dell'amico. Quello che sa cosa fare. Quello che, nel proprio ambito, si muove senza inciampi, padroneggia gli strumenti, conosce le procedure, sa come rivolgersi alle persone, a chi chiedere, che cosa chiedere, quando intervenire e quando invece lasciare che le cose seguano il loro corso.

Il fatto è che a Trieste, per il momento, non sono quel personaggio. Sono il tizio che scrive alla segreteria dei Trieste Photo Days per sapere dove esporrà. Quello che si chiede se debba prenotare un tavolo per potersi sentire autorizzato a fotografare una propria opera. Quello che immagina i camerieri intenti a giudicarlo un rompiscatole e i clienti convinti che sia un pezzente. E il fatto che io sappia perfettamente quanto siano ridicole queste fantasie non mi impedisce di formularle con un certo compiacimento.

Perché poi c'è anche un altro aspetto, naturalmente. Da una parte provo imbarazzo per la mia inesperienza. Dall'altra non posso fare a meno di considerare che questa inesperienza nasce da qualcosa di molto positivo: mi sto confrontando con un contesto che fino a pochi mesi fa conoscevo soltanto dalla parte del visitatore.

Questa estate ad Arles guardavo le fotografie degli altri, incontravo gli autori, osservavo gli allestimenti e cercavo di capire come funzionassero le cose. Adesso a Trieste ci sarà anche una mia fotografia, dentro quel sistema. È un passaggio che mi fa piacere, ovviamente - e non soltanto per il riconoscimento rappresentato dalla selezione. Mi interessa proprio la possibilità di vedere il mio lavoro inserito in una manifestazione di quelle dimensioni, di osservare che cosa succede quando una fotografia smette di appartenere esclusivamente a chi l'ha prodotta ed entra in un circuito espositivo frequentato da persone che non conoscono l'autore e magari non hanno mai sentito parlare di lui.

Dopotutto è uno dei motivi per i quali si espone. Non faccio fotografie per tenerle chiuse in un hard disk, e non preparo stampe perché rimangano appoggiate contro una parete di casa. Mi interessa che circolino, che vengano viste, che siano osservate nel contesto che qualcun altro ha scelto per loro. Mi interessa anche scoprire come cambiano, queste fotografie, quando sono fisicamente presenti in un ambiente che non controllo. E quindi - per quanto mi riguarda - il salto da Cardinale, Nonantola e Sperlonga a Trieste è soprattutto una nuova esperienza da acquisire. Perché ci saranno nuove procedure da conoscere, nuove persone con cui rapportarmi. Nuove situazioni che adesso mi sembrano insolite e che forse, fra qualche anno, considererò perfettamente ordinarie.

Probabilmente arriverà il momento in cui non mi sembrerà più strano fotografare una mia opera esposta in un ristorante. Entrerò, chiederò il permesso a chi di dovere, farò le mie fotografie e me ne andrò. Magari avrò perfino imparato a farlo senza ordinare prima un pranzo completo per sentirmi meno in colpa. E allora, finalmente, sarò diventato quel gran genio del mio amico.

Almeno per quanto riguarda le mostre fotografiche.

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