Tutti gli uomini del re, di Steven Zaillian

La cosa più interessante di Tutti gli uomini del re è il fatto che si tratti di una rielaborazione del mito prometeico in cui l'eroe non riesce a essere all'altezza del ruolo. 

Il film racconta - come già Brubaker di Stuart Rosenberg, che lo precede di un quarto di secolo - la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene amaramente sconfitto. Tuttavia, mentre la sconfitta di Henry Brubaker era opera del sistema, quella di Willie Stark - protagonista di Tutti gli uomini del re interpretato da uno Sean Penn decisamente sopra le righe - ha le sue radici nella dialettica tra il sistema e Stark medesimo. Nel film, Stark è un piazzista con ambizioni politiche che, grazie a particolari circostanze favorevoli, si trova eletto Governatore della Louisiana negli anni Trenta, in piena Depressione: armato di furor civile e di profonda empatia per i "villani" e gli "zotici" del profondo Sud, Stark lancia un programma politico di ridistribuzione della ricchezza, educazione e sanità gratuite, costruzione di strade, scuole, ponti e ospedali. Il “sistema” gli si oppone, ovvio: ci sono banchieri e compagnie petrolifere, che in Louisiana fanno il bello e il cattivo tempo, e l’opera politica di Stark è per loro un bel fastidio. Per cui lo ostacolano e minacciano di metterlo sotto impeachment: ma pure Stark ci mette del suo allo scopo di rovinarsi per bene. Ingrassa, diventa sempre più tronfio e pieno di sé, vuol costruire un enorme ospedale che porterà il suo nome, va in giro scortato da guardie armate con facce da pistoleros incalliti, organizza comizi che sempre più somigliano a orge di folla e che non sarebbero dispiaciuti, forse, al dottor Goebbels. Stark si serve ampiamente della corruzione, la stessa che già ha rimproverato ai suoi avversari politici nel corso delle elezioni, per oliare le ruote della burocrazia onde realizzare i suoi grandiosi progetti; non esita a ricorrere alle minacce ed ai ricatti per zittire i suoi oppositori; s'imputtanisce con sgualdrine di lusso; beve troppo; e arriva fino ad azzardare una spudorata relazione extraconiugale con una gran dama dell'aristocrazia southern. Verso la fine del film, il benintenzionato e cafone piazzista è diventato un vero e proprio satrapo, anzi peggio: pasticcione e parvenu, dei satrapi ha tutti i vizi e i guasti, senza possedere il buon senso e la misura che vengono dall'esperienza nell'esercizio del potere.

La storia non è originale, non dice nulla di nuovo, e non è neanche raccontata particolarmente bene. Zaillian è più noto come sceneggiatore che come regista: dopo questo film, che è del 2006, dietro la macchina da presa c’è tornato solo per fare televisione, e pochina anche di quella. Qui si rivela un decoroso mestierante, ma nulla più. I personaggi sono spesso unidimensionali: c'è il vicegovernatore traffichino, l'addetta alle pubbliche relazioni innamorata di Stark, la gran dama southern ricca e annoiata a caccia di emozioni, l'anziano giudice dai modi paterni, vero gentiluomo del Sud: forse il personaggio più riuscito, grazie alla faccia e alle rughe di Anthony Hopkins. I dialoghi non hanno guizzi, sono scontati e prevedibili: in questo senso la prova fatale sta nel fatto che spesso non abbiamo bisogno di sentir parlare i personaggi per capire dove la loro conversazione andrà a parare. Gli attori, spesso, pare che stiano facendo un saggetto di fine anno, e alcuni sono completamente fuori parte. Kate Winslet era perfetta nel ruolo della tipetta eccentrica e sballata in Se mi lasci ti cancello: pretendere da lei il ruolo di aristocratica bellezza è veramente troppo, e infatti non ce la fa. Va detto che da allora è cresciuta un sacco, e ha imparato a vestire i panni di donne complicate come la protagonista di Revolutionary Road - 2008, solo due anni dopo - e l’architetto Sabine De Barra di Le regole del caos, nel 2014. Però qui non funziona.

Tuttavia, una buona ragione per vedere questo film c'é: il fatto che Tutti gli uomini del re è una bella spia di quello che era lo stato della passione civile negli USA vent’anni fa, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense di allora. Una storia che ci racconta come neppure il cinema d'intonazione e intenti liberal credesse più ciecamente nei suoi eroi, al punto da non riuscire a dipingerli immacolati; anzi, al punto di obbligarli a sporcarsi col, ad avvoltolarsi nel, fango della corruzione che - secondo la parabola del filmfatalmente s'accompagna al potere. Se Brubaker imputava alla corruzione del “sistema” il fallimento dell'opera innovatrice del suo eroe, Tutti gli uomini del re mette sotto accusa le debolezze umane, che sono debolezze di tutti: eroi e pavidi, progressisti e no, zotici e membri dell'establishment.

Vien da pensare che l'America stesse già nel 2006 perdendo la sua innocenza, se nemmeno il cinema liberal riusciva più ad inventarsi i suoi perfetti disinteressati Prometei. D'altronde l'espediente narrativo più riuscito, in Tutti gli uomini del re, è quello di far raccontare la storia a un giornalista il quale, al principio, appare ebbro di passione civile: ma, lavorando per Stark, perderà tutte le sue illusioni e arriverà a ferire atrocemente le persone che più lo hanno amato. Come dire che, diversamente da quel che si amava dire negli anni Settanta, il politico non è personale: non può esserlo, e tradire i propri affetti inseguendo l'utopia non può essere, e non sarà mai, una buona idea.

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