La tettonica delle placche, di Margaux Motin
L’autrice è una blogueuse che ha avuto molto successo in Francia, così ho appreso dalla quarta di copertina, forse ce l’ha ancora: sono andato a cercarla su Instagram, quasi mezzo milione di follower, mi sembra messa bene dal punto di vista del seguito online. Il libro è bello, disegnato bene, ci sono dentro situazioni divertenti, fa anche pensare. Non è semplicemente una sequenza di strisce, ma nemmeno si può definire una graphic novel: siamo più nel campo diaristico. Una evoluzione degli eventi c’è, sebbene non si possa parlare di trama vera e propria: crisi sentimentale, maternità, lavoro, amiche, desiderio di ricominciare, corpo che non obbedisce più all’immagine che una donna aveva di sé, bisogno di essere libera e insieme paura di esserlo. Tutto è molto riconoscibile, c’è una certa abilità nel suscitare la simpatia di chi legge, c’è un approccio molto intelligente alla trasformazione di una quotidianità che non ha nulla di speciale in una sequenza di piccoli terremoti narrativi, sebbene a livello bozzettistico.
Il titolo, in questo senso, è onesto: La tettonica delle placche racconta una specie di slittamento. Il terreno non è solido, si muove sotto i piedi della protagonista - che poi è l’autrice stessa. Di positivo c’è che Margaux non fa la martire, e si guarda bene anche da eccessi introspettivi alla Sally Rooney: è anzi simpatica proprio perché sovente è superficiale, contraddittoria, vanitosa, vorrebbe atteggiarsi a donna in qualche modo risolta ma poi prende atto che non ce la fa, e ce lo fa sapere. Si concede l’inadeguatezza, e questa è forse la parte migliore del libro. Il dolore non autorizza prediche neanche quando è lancinante, e non genera atteggiamenti di superiorità. Il femminile che ne viene fuori è interessante e molto corporeo, molto sociale. Vestiti, maternità, messaggi, case, lavoro, amiche, uomini sbagliati, tentativi di non essere la donna sbagliata per l’uomo che sta frequentando. La protagonista è simpatica anche quando è insopportabile, fragile anche quando fa la brillante, libera anche quando si sta raccontando un sacco di balle sulla propria libertà.
Il disegno aiuta moltissimo: è elastico, teatrale, pieno di espressioni, efficace nel cogliere le contraddizioni che la fisicità impone al pensiero. Ci sono pagine in cui la comicità nasce proprio da quello scarto. Il pensiero vorrebbe essere consapevole, adulto, risolto; il corpo invece dice panico, fame, desiderio, sfinimento, goffaggine, nevrosi, angoscia. È una cosa molto francese, almeno per come me la immagino io - la tragedia privata trattata con grazia, ironia, abiti carini, case disordinate e una certa capacità di non prendere mai troppo sul serio nemmeno il proprio dolore. Forse c’entra pure lo strano rapporto che ho con Emily in Paris. Che d’accordo, non è che sia proprio una cosa francese, non vorrei essere frainteso, poi qualche francese viene a cercarmi a casa. Ma penso che ci siamo capiti.
In un solo comparto La tettonica delle placche mi sembra fallire in modo cataclismico, e cioè quando azzarda la battuta. Margaux Motin riesce a far ridere con le brutte figure della sua protagonista, con le afflizioni, con le preoccupazioni, con i guai.
Con le battute, no.
Stesso effetto mi faceva un altro prodotto francese, la serie TV Chiamate il mio agente, che ho guardato anche con piacere: situazioni e personaggi sono interessanti, e un po' si ride per quello; ma ogni volta che qualcuno azzarda la battuta comica, esplicita, non fa ridere.
Così mi è venuto da pensare: i francesi non hanno senso dell'umorismo?
Hanno un senso dell'umorismo che afferrano solo loro?
Hanno un senso dell'umorismo che afferra solo chi ha una profonda familiarità con la cultura francese?
42?