Vivere dentro Emily in Paris

Io voglio vivere dentro Emily in Paris. Non a Parigi, proprio dentro la serie: dentro quella bolla dove il massimo del guaio che può capitare è “ha visualizzato e non ha messo il cuoricino”, e la crisi esistenziale si risolve cambiando cappotto. Voglio svegliarmi la mattina con il problema di dover scegliere tra due brunch fotogenici e una riunione “super important” che in realtà è un pretesto per litigare su un hashtag. Voglio una vita in cui la sofferenza ha l’illuminazione giusta, e anche quando piangi sembri comunque a favore di scatto per una cover di rivista.

Voglio la stessa superficialità militante: quella serenità ontologica di chi pensa che “la verità” sia un vestito che ti sta bene. Voglio dialoghi infimi, ma pregni di nonsenso ostentato con sicumera: “Sei venuta a rubarmi il cliente?”. “No, sono venuta a rubarti… il cuore”. Voglio prendere decisioni enormi in trenta secondi, senza conseguenze che abbiano un significato, senza strascichi, senza quel fastidioso portato di verità che ti segue quando decidi le cose nella vita reale.

Voglio i problemi di Emily in Paris: microdrammi maxiestetici. La rivalità sul nulla. L’amore triangolare come sport olimpico. Il lavoro che non è lavoro: è una sfilata di silhouette davanti a una lavagna dove nessuno scrive mai niente. Voglio essere licenziato con una botta di cinismo brillante e riassunto due scene dopo, nel mezzo di un vernissage, perché “ho una visione”. Visione di cosa? Non verrà specificato, ovviamente.

E se non posso vivere lì dentro, allora mi va bene anche fare lo sceneggiatore di Emily in Paris. Che vabbè, è un ripiego. Però come ripiego non è male: essere pagati per inventare conflitti che un adulto risolverebbe con un messaggio vocale di otto secondi. Ti pagano per far dire a un personaggio: “Parigi mi ha cambiata”. E un altro personaggio, con dignità residua pari a zero, risponde: “Sì, ti ha cambiata… le scarpe”.

In fondo è questo che voglio: una vita dove il caos è glamour, la leggerezza è un diritto, e la profondità è un accessorio che puoi anche lasciare a casa. Anzi, meglio che te ne liberi proprio: è dagli anni settanta, almeno, che non è più di moda.

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Budrio, inverno 2024.