La morbosità degli spettri, di Angelo A. Izzo
Angelo A. Izzo io l’ho conosciuto prima di leggere un suo libro.
L’ho conosciuto al Tasso Alcolico, al Vomero, in quel periodo in cui il locale era diventato uno dei luoghi nei quali a Napoli ci si incontrava per leggere poesia, ascoltarla e - abbastanza spesso - massacrarsi, più o meno in amicizia, nei poetry slam. Per tutto il 2025, almeno nel periodo in cui l’ho frequentato, è stato per me un laboratorio importante della poesia napoletana e campana. Ci passavano autori molto diversi, ma alcuni avevano una caratteristica che mi interessa più di molte altre: erano poeti vivi.
“Vivi” non significa necessariamente bravi, eh. Capiamoci. Significa che lavoravano con una materia poetica viva.
Per materia poetica viva intendo qualcosa che abbia ancora un ciclo biologico. Qualcosa che nasce, cresce, cambia, magari invecchia e un giorno morirà, ma che per adesso continua a interagire con il mondo nel quale viviamo. Un poeta morto può aver lasciato una materia poetica alquanto viva, perfino scalpitante; allo stesso modo un autore biologicamente vivissimo può trascorrere l’esistenza a manipolare una materia ormai morta, che ha esaurito da tempo la propria relazione con il reale. È una distinzione radicale, certamente discutibile, ma mi serve per spiegare una cosa: Angelo A. Izzo lavora con materiale vivo. Certe volte lurido, certe volte schifoso, però vivo.
Non siamo mai diventati amici intimi. Ci siamo incontrati negli slam, qualche volta ho prevalso io, qualche volta lui. Quando ha vinto lui, per quanto mi riguarda, ha vinto meritatamente: oltre a essere un poeta che stimo, Izzo è un performer notevole. L’ho poi ospitato più volte in Banda poetica. Questa relativa distanza personale è forse persino utile quando si tratta di parlare del suo libro: c’è stima, c’è simpatia, c’è stata una certa rivalità, ma non c’è la necessità di celebrare un amico.
La morbosità degli spettri. Putain de hanté è uscito nel 2025 per Introterra Edizioni, nella collana Ekphrasis. Sono 140 pagine in brossura e, cosa tutt’altro che secondaria, il dato bibliografico la registra esplicitamente come edizione illustrata - specificazione che, dopo aver avuto il libro tra le mani, mi sembra persino insufficiente. Perché La morbosità degli spettri non è una raccolta di poesie alla quale qualcuno abbia aggiunto delle immagini per spezzare la monotonia tipografica. Le immagini fanno parte della grammatica del libro. E questo modifica anche il modo in cui lo si legge.
Prima ancora della poesia c’è un’immagine
La prima cosa che colpisce, sfogliandolo, è che la pagina scritta non possiede mai completamente il libro. L’introduzione di Vik Stragovin è già preceduta, sulla pagina a fronte, da una immagine di Alfonso Maria Pezziniti: un interno oscuro e quasi teatrale, popolato da presenze che sembrano simultaneamente concrete e fantasmatiche. L’effetto è importante perché il lettore entra nel libro attraverso una scena, prima che attraverso un ragionamento. Non viene introdotto soltanto a una poetica: viene introdotto in un ambiente. E l’ambiente è già quello degli spettri.
La recensione di Serena Caliban su Mortuary Street attribuisce un ruolo autonomo all’apparato iconografico, tanto da dedicargli una sezione specifica, L’arte visiva degli spettri. Vi sono indicati sette autori: Chiara Nencioni, Alfonso Maria Pezziniti, Vik Palmieri, Vik Stragovin, Adam Medford, Mikel Balerdi e Fiore di Giada (sul senso di opportunità di un’artista che sceglie di farsi chiamare Fiore di Giada, e sul buon gusto della scelta, si potrebbe discutere: ma tra le pagine de La morbosità degli spettri di buon gusto ne troverete poco, non siamo qui per quello).
Questi artisti visuali lavorano ciascuno con mezzi e poetiche proprie: fotografia documentaria, collage anatomico, elaborazione digitale, fotografia privata e composizione surrealista vengono tenuti insieme senza uniformarli. E la disomogeneità, che in un altro libro potrebbe apparire un problema grafico, qui finisce per essere coerente con l’oggetto rappresentato: gli spettri, dopotutto, non appartengono tutti allo stesso mondo.
Non mi interessa sapere se è “bello”
A me interessa relativamente stabilire se La morbosità degli spettri sia un libro bello o brutto, necessario, urgente, fondamentale o un capolavoro. Sono parole che nella critica corrente, e nel giornalismo culturale, si adoperano con tanta facilità da essere diventate quasi inservibili. Specialmente urgente e capolavoro andrebbero sanzionate, a mio avviso, con pene corporali. Mi interessa molto di più chiedermi: che cosa fa questo libro? Perché ci sono libri tecnicamente e formalmente ineccepibili che ci fanno vivere un’esperienza già vissuta cinquanta volte. Cambiano autore, copertina e lessico, ma la macchina è identica. E ci sono libri imperfetti, squilibrati, perfino acerbi, che ci conducono invece in un luogo meno frequentato.
La morbosità degli spettri, secondo me, appartiene alla seconda categoria. Si tratta di un libro in cui idee, oggetti, temi, personaggi e situazioni vanno a sbattere di continuo gli uni contro gli altri. E la collisione non avviene solo nelle parole, ma pure nelle immagini.
Marx in un porno
Una delle operazioni che Izzo compie con maggiore insistenza consiste nel prendere alcuni dei grandi feticci ideologici e culturali del Novecento e toglierli violentemente dal museo. Marx, Bakunin, Trotsky, Darwin, Adam Smith: figure e sistemi che siamo abituati a collocare nella storia delle idee, nella filosofia o nella politica finiscono dentro scene pornografiche, scatologiche, grottesche (e sì, lo so che questi personaggi - a parte uno - vengono tutti prima del Novecento: ma è di fatto nel Novecento che diventano oggetto di feticismo). Nella Quadrupedia, Bakunin e Marx entrano in un sogno sessuale - non lo chiamerei erotico, c’è una sessualità abbastanza truce che mi sembra scarsamente interessata all’eros - insieme a Darwin. In Una poesia dal boudoir, il cervello di Trotsky finisce letteralmente fra le gambe dell’io poetico.
A me sembra che qui stia una delle cose più intelligenti del libro. Non perché Izzo voglia semplicemente prendere per i fondelli Marx o Bakunin. Sarebbe ben poca cosa. Izzo tratta quelle categorie come corpi culturali sui quali si possa ormai intervenire sul tavolo del patologo, con bisturi e pessimo gusto. Le fa a pezzi. Le sessualizza. Le insozza. Le ricompone male. Poi le attacca a una pila elettrica e vede se si alzano in piedi, tipo mostro di Frankenstein ma con più cattiva coscienza. E l’apparato visuale non si limita ad accompagnare.
Davanti a Una poesia dal boudoir troviamo un'altra opera di Alfonso Maria Pezziniti. Lo spazio sembra provenire al tempo stesso dal palazzo aristocratico, dalla chiesa, dal bordello immaginario e dall’incubo. Architettura monumentale e corpi umani vengono sovrapposti in un ambiente nel quale il sesso sembra aver infettato un luogo che avrebbe dovuto rappresentare ordine, prestigio, tradizione. Che è quasi la traduzione visiva del procedimento usato nella poesia.
Izzo prende Trotsky e lo mette nel mezzo di una visione lubrica. Pezziniti prende un immaginario storicamente solenne e lo contamina con il corpo. Non è quindi un rapporto didascalico — l’immagine non “spiega” il testo — ma un rapporto di metodo. Entrambi fanno la stessa cosa: collocano un elemento dove culturalmente non dovrebbe stare. Dove, cioè, il buon gusto letterario non lo vorrebbe.
Vi avevo avvisati che di buon gusto, qui, ne avreste trovato poco o punto.
La rivoluzione a quattro zampe
È un procedimento che Izzo utilizza di continuo, e gli riesce molto bene. Prende una categoria appartenente a un sistema e la applica a un altro sistema dove diventa assurda.
La quadrupedia è una classificazione etologica; nel libro diventa una teoria politica. Bakunin sostiene che una società a quattro zampe sarebbe anarchica, nomade, comunitaria. Il bipedismo diventa responsabile del libero mercato, dell’alienazione, della guerra e perfino dell’annichilimento genocidario. Naturalmente non siamo davanti a una teoria antropologica da confutare; Izzo produce teoria assurda perché la teoria seria gli appare già assurda. Ed è divertente.
L'idea che forse non avremmo inventato i genocidi se fossimo rimasti a quattro zampe è ridicola; ma, dopo aver riso, resta un residuo sgradevole della domanda: quanto di ciò che chiamiamo civiltà coincide davvero con un miglioramento della nostra condizione animale? E il fatto che il libro sia illustrato aggiunge qualcosa, perché il corpo animale non viene soltanto detto: viene progressivamente esposto.
Aprire il corpo
Una delle immagini che meglio mi sembra sintetizzare il rapporto fra testo e apparato visivo è quella di Vik Stragovin, che nel volume è collocata accanto alla poesia Allucinazioni olfattive. Il volto rappresentato non è più un volto integro, ma una sorta di montaggio. Cranio, cervello, occhiali, naso, bocca, denti, superfici anatomiche vengono separati e ricomposti come se l’identità umana potesse essere smontata in organi funzionali. Ed è esattamente ciò che fa la poesia.
L’aria ha un sapore; l’odore risale dai tombini; l’estasi mistica pompa sangue a un organo sessuale; compaiono tumori, sangue, mani, secrezioni. La percezione non è più qualcosa di astratto. Diventa anatomia. Stragovin compie visivamente la stessa operazione, che poi è simile a quella che opera come poeta in diversi suoi lavori: rende esterno ciò che dovrebbe stare dentro. Il cervello non pensa: si vede. La bocca non parla: viene sezionata. La faccia smette di essere superficie sociale e diventa assemblaggio fisiologico.
È una delle chiavi dell’intero libro. Izzo non si fida delle superfici - vuole aprirle. Con malagrazia voluta, cercata.
Mettere la fica dove non dovrebbe esserci
Una delle poesie che trovo più riuscite della silloge si intitola La fica di mio padre. Il titolo contiene già quasi tutto il dispositivo - Izzo prende un organo che non dovrebbe trovarsi lì e lo impianta sul corpo paterno. Fatto ciò inserisce anche ventilatori polmonari, raccordi, valvole, cannule da tracheostomia, tecnologia biomedicale. Corpo sessuale e corpo ospedaliero finiscono per coincidere; cosicché la scena sembra costruire al tempo stesso un rifiuto del paterno, un rifiuto dell’origine e un tentativo di autoaffermazione. Ma “sembra” è la parola importante. Perché in Izzo non è affatto chiaro che l’autoaffermazione sia una liberazione.
Una parte della cultura contemporanea ha prodotto un vocabolario estremamente rassicurante in merito a quelli che sono i temi della realizzazione personale: migliorarsi, evolversi, elaborare, crescere, diventare la versione migliore di sé. Izzo guarda con sospetto tutto questo - nel suo mondo poetico liberarsi può voler dire anche amputarsi. Migliorarsi può significare diventare mostruosi. Rinascere implica comunque che qualcosa sia morto - e, di regola, in Izzo il cadavere è molto vicino, e puzza parecchio.
La visualità del libro segue esattamente questa logica. Nelle illustrazioni di Mikel Balerdi, il corpo non è più nemmeno un organismo: è materia di montaggio. Carne, ossa, mani, volti, elementi scheletrici e superfici in apparenza chirurgiche - molte illustrazioni sono volutamente ambigue, la chiarezza è sacrificata alla sopraffazione sensoriale - vengono sovrapposti fino a rendere difficile distinguere cosa appartenga a chi e quale fosse la forma originaria. Sono immagini molto più estreme, sul piano grafico, rispetto a Pezziniti o Stragovin; ed è importante che il libro non scelga un’unica estetica dell’orrore. L’orrore di Pezziniti è scenografico, quello di Stragovin è anatomico e concettuale, quello di Balerdi è quasi tattile.
Sembra fatto della stessa consistenza della carne, sovente putrida o stillante liquami biologici, di cui Izzo scrive.
Quando l’immagine smette di essere illustrazione
È qui che comincerei a parlare del volume come di un oggetto d’arte, sia pure non nel senso tecnico del libro d’artista. Perché la figurazione, qui, non mantiene sempre un rapporto servile con la poesia. A volte la anticipa. A volte la contraddice. A volte ne altera il registro. A volte introduce qualcosa che il testo non aveva ancora detto. A volte moltiplica le domande proposte dal testo, fa sì che venga in mente al lettore di chiedersi “ma allora forse Izzo in quella poesia vuol dire che…?”.
La fotografia di Vik Palmieri che accompagna Il breve aneddoto, per esempio, produce un effetto completamente diverso. Non c’è carne smembrata, non c’è pornografia visiva, non c’è collage. Vediamo due uomini in una scena urbana in bianco e nero; uno porta un cappello. La poesia si rivolge a “Carletto” e parla proprio di occhi, abiti, cappelli, di una presenza ormai trasformata in assenza: «Non c’è più vita sotto ai tuoi cappelli o dentro ai tuoi abiti». E noi non sappiamo, soltanto guardando la pagina, se i soggetti della fotografia coincidano con quelli del testo e non sarebbe corretto inventarlo. Ma non serve. È sufficiente il rapporto visivo fra una fotografia che attesta che qualcosa è stato davanti all’obiettivo e una poesia che parla di qualcuno che non c’è più. Qui la fotografia compie ciò che Roland Barthes attribuiva alla fotografia come prassi artistica: dice, prima di qualsiasi interpretazione, questo è stato. Izzo parla di uno spettro. La fotografia produce uno spettro.
Un'estetica deliberatamente non uniforme
E qui arriva, secondo me, una qualità editoriale del libro che inizialmente si potrebbe perfino scambiare per debolezza. Le immagini non sembrano appartenere a una stessa mano, perché è così che stanno le cose. Non c’è una direzione visiva che normalizzi Pezziniti, Palmieri, Stragovin, Balerdi, Medford, Fiore di Giada e Nencioni trasformandoli nelle varianti di uno stesso stile. Il risultato è irregolare - ma La morbosità degli spettri è un libro sull’irregolarità. Non cerca armonia, procede per infestazioni.
Una fotografia entra dentro un collage horror. Una scena quasi documentaria precede un delirio anatomico. Un interno fantastico convive con una foto di famiglia. Il lettore non può stabilizzarsi in un codice, ed è probabilmente il modo più appropriato di rappresentare uno spettro: qualcosa che compare senza chiedere il permesso al sistema nel quale compare.
Divertirsi mentre si è disperati
Tutto questo mi riporta alla caratteristica della poesia di Izzo che trovo più interessante. Leggendolo, e soprattutto ascoltandolo quando si esibisce sul palco, si ha spesso la sensazione che lui si stia divertendo molto. Si diverte a insozzare le statue. A mettere Trotsky in posizioni imbarazzanti. A immaginare Bakunin a quattro zampe. A inventare organi impossibili. A costruire metafore che un poeta beneducato probabilmente cancellerebbe.
Ma contemporaneamente si sente una disperazione reale. E non è un abbinamento semplice: perché è facile - posto che sia facile, ma vabbè - essere trasgressivi, cupi, perfino ironici. È molto meno facile far ridere dando contemporaneamente la sensazione che dietro quella risata qualcuno stia andando a pezzi.
Nella Morbosità degli spettri questa miscela non è sempre perfettamente dosata. Alcune volte l’immagine estrema sembra accontentarsi del proprio rumore. Alcune volte il disgusto resta più evidente di ciò che avrebbe dovuto rivelare. Alcune volte Izzo forza la mano, ed esagera. Ma i presupposti ci sono. E ciò che gli ho sentito fare, successivamente all’uscita di questo volume, mi pare già più maturo.
Nel numero 8 di Banda poetica, la poesia di Angelo A. Izzo Morte accidentale di un porno-poeta apre la puntata ed è letta dallo stesso Izzo. In essa la combinazione di comicità, aggressione, oscenità e disperazione mi sembra già più controllata di com’è qui nel libro. Si sente ancora che si diverte. Si sente moltissimo. Ma si sente anche che è disperato, e stavolta le due cose non si ostacolano. Anzi, si aiutano.
La pagina e il palco
C’è infine una questione che riguarda la natura performativa di questa poesia. Izzo è un autore che guadagna qualcosa quando lo si ascolta nel corso di una delle sue performance. Sulla pagina, alcuni accumuli possono sembrare eccessivi, non sempre funzionano al meglio. A voce paiono più utili, più calibrati, perfino funzionali a qualcosa che non è direttamente esprimibile. Ma proprio qui entra in gioco, di nuovo, l’apparato figurativo. Il libro illustrato sembra cercare un equivalente cartaceo della performance. Non potendoci restituire la gola di Izzo, allora si serve di immagini. Fa entrare qualcosa nella pagina mentre il testo parla. Produce interferenza, obbliga l’occhio a interrompere la linearità della lettura. Da questo punto di vista, le opere visive svolgono quasi il ruolo che nel live svolgono corpo, voce, gesto e postura. Rendono impossibile leggere la poesia come pura successione di parole.
Un libro-oggetto, dunque
Per questo alla fine La morbosità degli spettri mi interessa anche di là dalle singole poesie - mi interessa come oggetto. Non è un libro d’artista nel significato rigoroso che la storia dell’arte assegna alla categoria, e non avrebbe senso forzarlo dentro quella definizione. È però qualcosa di più di una semplice silloge illustrata - un oggetto editoriale nel quale poesia, fotografie, collage, memoria familiare e grafica concorrono alla costruzione di una stessa esperienza.
Quando Izzo scrive di un corpo smembrato, poco dopo ne vediamo uno. Quando parla degli spettri, una fotografia produce realmente un fantasma del passato. Quando dissacra un’ideologia, Pezziniti mette l’ordine culturale dentro un incubo. Quando il linguaggio diventa anatomico, Stragovin apre la testa. Quando la carne deve perdere definitivamente la propria forma, arrivano Balerdi e Medford. Quando dolore, eros e trascendenza si confondono, Fiore di Giada li mette nella stessa immagine. E quando tutta quella violenza rischia di diventare soltanto stile, compare una fotografia di famiglia. È forse proprio questa alternanza a salvare il libro dall’estetizzazione del disgusto - che pure nel lavoro di Izzo ha un peso non da poco.
Tornare alla materia viva
E torniamo alla cosa dalla quale ero partito: e cioè la materia poetica viva. La morbosità degli spettri non m’interessa perché sia un libro “necessario”, “urgente”, “bellissimo”, “fondamentale” o qualunque altra cosa si scriva sulle fascette quando non si sa più cosa dire (o anche quando lo si sa, però sarebbe meglio star zitti). Mi interessa perché dentro succedono cose. Le categorie culturali vengono trascinate fuori dai loro recinti. Il Novecento, e i suoi prodromi sette-ottocenteschi, vengono portati al macello. La politica diventa pornografia (ma non lo è poi da sempre?). La pornografia diventa teoria etologica. Il corpo viene aperto. Gli organi cambiano proprietario. La tecnologia medica incontra gli orifizi e li stupra. La consapevolezza di sé diventa sospetta e viene perseguita dagli sbirri dell’umana miseria. L’essere umano rimpiange di essersi alzato sulle zampe posteriori, e si è tentati di dargli ragione. E le immagini non si limitano a documentare tutto questo: lo fanno a loro volta, sono parte del processo e della poetica.
Per questo, alla fine, gli “spettri” del titolo non abitano soltanto le poesie. Abitano l’intero oggetto. Stanno nelle fotografie. Nei collage. Nei corpi fatti a pezzi e martoriati. Nella foto familiare. Nelle ideologie riesumate. Nelle persone che non ci sono più. Nelle versioni precedenti di noi stessi.
Izzo ride. Gli artisti intorno a lui smontano corpi, alterano fotografie, costruiscono mostri e mettono spine sopra gli occhi. E dietro tutto questo si sente qualcosa di molto meno divertente. Una contraddizione - divertirsi mentre si è disperati, produrre immagini mentre si parla di disfacimento, costruire un oggetto bello per raccontare ciò che bello non vuole essere - che mi sembra la cosa più riuscita e più viva di La morbosità degli spettri.
Ed è anche il motivo per cui questo libro, prima ancora di stabilire se ci piaccia o meno, chiede una cosa piuttosto rara a un libro di poesia: non soltanto di essere letto, bensì di essere guardato. Sfidandoci a non distogliere lo sguardo. Capirete con ciò che, giunti a questo punto, decidere se sia bello o meno potrebbe non essere poi così importante.