Il fucile da caccia, di Inoue Yasushi
Esordio narrativo - tardo: a quarantadue anni - di un poeta e critico d'arte. Un centinaio di pagine. Si legge in un'oretta. Si rilegge, volendo, per tutta la vita. Uno di quei libri che lo leggi a vent'anni, per dire, e ti sembra di aver capito delle cose. Poi lo rileggi un po' di tempo dopo e ti sembra di aver capito altre cose, diverse da quelle della prima volta. Lo rileggi un altro po' di tempo dopo e ti sembra di aver capito altre cose ancora, diverse da quelle della prima e della seconda volta. Non che il mio parere sia poi così autorevole: ma, secondo me, non c'è niente da capire. Solo una storia da leggere. Anzi, diverse storie.
Trattasi di romanzo epistolare: si svolge nel Giappone dell'immediato dopoguerra. E l'autore è bravo ma bravo bravo bravissimo a far sentire questa cosa - che c'è stata una guerra, cioè - lasciandola filtrare dagli eventi, in souplesse. Detto fra noi: i giapponesi, alcuni giapponesi almeno, sono bravissimi quando si tratta di far cose complicate con disinvoltura estrema: vedi la pittura calligrafica o il fatto di tagliarsi il ventre con una spada affilatissima in certe particolari occasioni. Qui la guerra c'è stata, e si sente. Bastano pochi tocchi da maestro: alle pagg. 92-94, nella mia edizione che è quella della Piccola Biblioteca Adelphi numero 506 tradotta da Giorgio Amitrano, vien rievocata una scena di bombardamento ("quando tutta la zona tra Osaka e Kobe si era trasformata in un mare di fuoco"). A pag. 16 un personaggio afferma: "Ricordo che uno storico del passato aveva paragonato i caratteri incisi sul monumento del Taishan al candido scintillio dei raggi del sole dopo gli acquazzoni d'autunno"; e, poco dopo, a pag. 17: "Oggi che dei caratteri del Taishan, dopo la distruzione del monumento, non rimane nemmeno una copia...". Insomma: c'è stata la guerra, le distruzioni, le bombe che bruciano città e uccidono gente e distruggono monumenti antichi. Ora che tutto è finito, aleggia nel Giappone devastato - e in corso di ricostruzione - una specie di silenzio. Più che un silenzio fisico, un silenzio emotivo: un sentimento del silenzio. Come se ogni parola pronunciata, a voce alta o bassa non importa, giungesse alle orecchie dell'ascoltatore a mo' di sussurro. Che poi questo sentimento del silenzio ci fosse veramente o no, in Giappone dopo la guerra, non ha importanza: Inoue Yasushi è bravissimo a catturarlo - o a inventarselo - e a trasporlo su carta, ed è un sentimento perfetto per le storie che ci racconta qui. Che sono tre storie di cose-non-dette, in cui dopo anni di silenzio - appunto, guardacaso - vengon fuori un bel po' di segreti. Magari atroci. Dolorosi. Ma mai urlati. Non ci sono urla di dolore. O, se ci sono, sono urla sottovoce.
Trama: un poeta pubblica una poesia che descrive un cacciatore, col suo fucile e il suo cane, mentre si avvia lungo un pendio innevato. Dopo un po' di tempo il poeta riceve una lettera di un uomo che dice, in sintesi: "Caro il mio poeta, ho la sensazione d'essere io che l'uomo da lei visto e descritto nella sua poesia. Leggere la sua poesia mi ha dato un'emozione che non provavo da tempo". L'autore della lettera conclude, cito testualmente: "... ho qui tre lettere a me indirizzate. Ero già deciso a bruciarle quando, leggendo la Sua splendida poesia, ho per così dire fatto la Sua conoscenza, e tutt'a un tratto mi è venuto in mente di farle leggere a Lei". Di lì a poco, il cacciatore spedisce al poeta le tre lettere. Io a questo punto non aggiungo altro, almeno non sul contenuto delle lettere: ve le leggerete da voi e non sarò io a rovinarvi il piacere della lettura. Mi consento giusto qualche osservazione che potete leggere oppure no, il romanzo è bellissimo comunque. Sono osservazioni su ciò che mi è piaciuto di questo libro.
Anzitutto le parole di Midori, autrice della seconda lettera. Astute nel simulare un'indifferenza che non c'è e pudiche nel celare un sentimento che invece c'è. Vedasi la scena a pag. 73, in cui Midori racconta come per la prima volta ha fatto le pulizie nello studio di Misogi Josuke al posto della cameriera: magistrale.
Gli scenari del libro: tipicamente giapponesi, suggestivi anche solo a leggerne i nomi (il monte Amagi in inverno, la scogliera sottostante l'Atami Hotel...). I personaggi, va detto, sono ricchi o comunque benestanti: hanno belle case, splendidi abiti e frequentano ambienti altamente scenografici. Il che si sposa magnificamente all'idea, poco o molto estetizzante, che abbiamo del Giappone anche noialtri che del Giappone sappiamo ben poco, anche quando ci siamo andati. Insomma: Il fucile da caccia è un romanzo molto giapponese ma anche un romanzo internazionale, adatto all'esportazione.
Il personaggio di Shoko, autrice della prima lettera: la prima volta che uno legge il romanzo sembra il meno efficace, il più ingenuo. Una ragazza nutrita di idee sciocche e preconcette senza nessuna esperienza della vita. Poi si capisce che Shoko è esattamente quello: una ragazza nutrita di idee sciocche e preconcette senza nessuna esperienza della vita. Il contrasto con le lettere di Midori e Saiko, ben più mature e consapevoli, rafforza questa sensazione e definisce i ruoli dei personaggi.
Il personaggio di Misogi Josuke: è un personaggio ben concepito che in questa storia parla poco, abbiamo solo gli stralci della sua lettera citati dal poeta. Quel che sappiamo di lui lo sappiamo attraverso le lettere delle tre donne: Shoko, Midori, Saiko. Si ha dapprima la sensazione che si tratti dunque di una visione parziale, perché Misogi Josuke ci fa la figura di un uomo che delle donne della sua vita non ha mai capito niente. Poi si capisce, pensandoci su, che Misogi Josuke è appunto quella cosa lì: un uomo che, come tutti, delle donne non ha mai capito niente. Di quelle della sua vita, poi, figuriamoci.
La scena del fucile da caccia, dalla lettera di Midori, pagg. 66-69. Straordinaria. Vale da sola i quattrini del libro.
La scena dell'esame di inglese al liceo femminile, dalla lettera di Saiko, pagg. 96-98. Straordinaria. Vale da sola i quattrini del libro.
Che poi sono proprio due spicci, per cui è veramente il caso che vi sbrighiate ad acquistarlo.