Ma c'è un uomoooo, fooorte, con un nome fantastico (Witold Gombrowicz)

Mi sono reso conto che Gombrowicz potrebbe essere, con Houellebecq e Agota Kristof, lo scrittore più negativo del Novecento - sì, Estensione del dominio della lotta ha fatto a tempo, è uscito nel ‘94. Ma pure rispetto a quel libro così irritante, secondo me Witold Gombrowicz si è spinto più avanti nell'esplorare lo schifo implicito nel puro e semplice essere vivi, respirare, togliere aria al prossimo, farsene togliere, e via discorrendo. E, più della Kristof e di Houellebecq, Gombrowicz ha puntato dritto al cuore delle utopie, delle credenze in cui si cullano le comunità. Uno legge Gombrowicz e pensa: si può far del bene ai propri simili? No, no. C'è speranza di creare un mondo migliore? No. C'è speranza di salvare questo, di mondo, ed evitare che sprofondi nella merda? No: il mondo è già nella merda, anzi ci sguazza: siamo noi che non ce ne siamo accorti. Se Flaubert è riuscito, con Madame Bovary, a creare un suo mondo romanzesco in cui tutti i personaggi sono stupidi, Gombrowicz è riuscito, con Ferdyduke e Pornografia, a creare un mondo in cui tutti sono schizofrenici, ossessi, sociopatici. Il mondo di Gombrowicz: che, più che un mondo di puro orrore (anzi, i libri del Nostro son sempre assai divertenti) è un mondo di puro errore, tale da riportare alla mente l'acida gag di Ennio Flaiano (si legga La solitudine del satiro):

"Ecco come io immagino l'inferno - mi diceva R. - Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l'iroso..."

"Basta", gli dico, "tu stai descrivendo la vita".

 E infatti, prendiamo i suoi libri. In Ferdyduke, la lotta al conformismo non fa che produrre altro conformismo: è il caso della liceale e della sua famiglia, la cui manifesta volontà di affrancarsi dalle convenzioni e dai pregiudizi si dimostrerà null'altro che un supplementare pregiudizio. Né la pedagogia, l'educazione vengon risparmiate: esse sono, per Gombrowicz, pure e semplici volontà di far regredire coloro ai quali vengono applicate, di ricondurli allo stadio di "stupidi". Insomma: è del tutto fatuo insegnare, è futile apprendere, è futile crescere e vivere, e lo è lavorare e impegnarsi in politica. E Gombrowicz compie questo "massacro dei valori" grazie alla scrittura più affilata e corrosiva che si possa immaginare, accanita nel volgere in derisione tutto quanto postuli purezza, armonia, trasparenza, innocenza. La sua è scrittura che stupisce per il suo modo di essere arte dello sguardo: realtà mentale e sessuale dei personaggi ci vengono suggerite in pochi tratti, brevi righe, come in un gioco di scalpello. Il narrare di Gombrowicz è sempre zeppo, allagato, di puro umorismo: ferino, barocco, eccessivo, distruttore. Gombrowicz, nella sua dissacrazione di tutto ciò in cui si può credere, attacca i valori progressisti - impegno politico, educazione, civismo - come quelli conservatori: si veda come, in Ferdyduke, i signorotti, nella loro stupida ipocrisia, non valgono più dei loro valletti; e il "rapimento" cavalleresco di Sofia, che chiude il romanzo, non può che fallire miseramente. Vien dunque da chiedersi: quale la molla di una così torrenziale, feroce, spassosa e inesausta negatività? Dove prendeva Gombrowicz la forza che gli consentiva di esser sempre contro tutto e tutti? Una nota di Ricordi di Polonia di Christian Bourgois ci fornisce, a tal riguardo, un'indicazione: Gombrowicz ha passato un bel po' d'anni della sua infanzia a sostenere, con il massimo impegno, il contrario di ogni parola pronunciata dalla madre...

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