Ballate di Lagosta, di Christian Sinicco
Io ho questo vizio di andare per mercatini dell'usato a cercare libri di poesia. È un'attività che dà le sue soddisfazioni, soprattutto perché la poesia è una di quelle cose che non vuole leggere nessuno. Vabbè, ho esagerato, però mi sembra che - almeno in Italia, almeno oggi, Anno Domini 2026 - la leggiamo in pochi. Di conseguenza, i libri di poesia tendono a finire abbastanza facilmente sulle bancarelle di roba vecchia, dove vengono messi in vendita per pochi euro. È così che mi sono imbattuto in Ballate di Lagosta, di Christian Sinicco, pubblicato da Donzelli nel 2022. L'ho pagato 2,55 euro, a fronte di un prezzo di copertina di 15. Ho scoperto che è anche stato finalista allo Strega Poesia nel 2023, quindi ha avuto un certo quale apprezzamento critico - è bastato chiedere a Chat GPT mentre avevo il suo libro in mano, anche se non l’avevo ancora acquistato - ma a farmi decidere di spendere i due euro e 55 centesimi non è staro questo fatto. Inizialmente, ad attrarre la mia attenzione è stata soprattutto la poesia riportata sulla quarta di copertina.
Eccola qui, la mia copia di Ballate di Lagosta, con i 2,55 euro del prezzo stabilito dal Mercatino (è un franchising di robivecchi, ci compro spesso anche abiti vintage, vinili e CD usati: questo qui sta a Roma, in Via Appia Nuova 595, ed è enorme).
Era una poesia che mostrava un rapporto non banale con il mare.
Il mare, vedete, è una di quelle cose che in poesia sono estremamente pericolose. Una volta ne parlavo con la poetessa Cettina Caliò e le dissi che esistono immagini, concetti, oggetti che per un poeta rappresentano una specie di kryptonite. Basta avvicinarli senza le dovute precauzioni e si rischia di spingere al suicidio la poesia che si sta scrivendo (ne parlavo con Cettina proprio perché, secondo me, lei è molto brava a maneggiare la kryptonite). Ma questo concetto lo devo spiegare un po’ meglio, mi sa.
La kryptonite del Romanticismo
Io sostengo spesso che noi viviamo in un'epoca post-romantica, anzi, per certi aspetti ancora tardo-romantica. Il Romanticismo continua a influenzare una quantità enorme di cose che facciamo, di immagini che produciamo e di modi attraverso i quali rappresentiamo il mondo.
Pensiamo ai paesaggi descritti da Rousseau in Giulia o la nuova Eloisa - romanzo che ho sempre trovato insopportabile fin dal titolo, come ogni singola riga scritta da Rousseau: o sei Giulia o sei la nuova Eloisa, cosa sono queste ambiguità? - o alla pittura di Caspar David Friedrich; o a quella di Turner. Il mare, le vallate, le montagne, i tramonti, le scogliere, la natura come qualcosa di immensamente più grande dell'uomo, con cui l'uomo deve confrontarsi con una certa reverenza. Sia chiaro che non furono i romantici a inventare queste immagini; quello che fecero fu attribuire loro una centralità e una funzione nuove, trasformandole in strumenti privilegiati di esplorazione dell'interiorità e del rapporto fra l'uomo e il mondo. Prima di allora, il rapporto con la natura dei letterati e degli artisti non riusciva a spingersi di là dal gusto arcadico. Che non valeva granché, e oggi infatti interessa giusto ai filologi. I romantici invece seppero trovare una chiave che prima era mancata, e obbligarono il pubblico artistico e delle lettere a guardare le cose con uno sguardo nuovo: a commuoversi dinanzi alle fioriture, le onde, le maree, gli alberi solitari, i precipizi, le distese oceaniche, gli animali, le stagioni. Tutto questo ha prodotto un immaginario che, con fortune alterne e attraverso innumerevoli trasformazioni, continua a riprodursi dalla fine del Settecento.
Sono più di due secoli.
E questo immaginario, ormai, non ce la fa più. Accanto ai capolavori riconosciuti, ha generato una quantità soverchiante di spazzatura: brutti dipinti, brutte fotografie, tramonti su Instagram, immagini pubblicitarie, spot televisivi, cartoline, fotografie motivazionali accompagnate da considerazioni sull'infinito e sulla bellezza della vita. Quella scogliera a picco che per Friedrich, o più tardi per Arnold Böcklin, poteva essere uno strumento di indagine della condizione umana, oggi va bene tutt'al più per uno spot di Dolce & Gabbana; e me ne rendo conto continuamente quando faccio fotografie. Fotografare un tramonto, una scogliera o un albero è diventato un esercizio molto pericoloso. Arduo, quando va bene. Se vuoi ricavarne qualcosa che non sia stucchevole, devi trovare un sistema di sottrarre il soggetto alla sua rappresentazione convenzionale. Io, normalmente, cerco di renderlo inquietante, disturbante. Di farne qualcosa di antiromantico (mi aiuta il fatto che io, come persona, sono molto antiromantico: ma questo è un discorso che ci porterebbe fin troppo lontano).
Un albero in mezzo a un prato, per me, non può mica essere solo un albero in mezzo a un prato: deve essere una presenza metafisica, un presagio, un qualcosa a cui non so dare un nome ma di sicuro non è rassicurante (la foto è mia, il titolo è Left in the Middle: sì, come il disco di Natalie Imbruglia).
In poesia, secondo me, il problema è ancora più grave. Una foto può possedere una compiutezza formale che, almeno in parte, riscatta anche un soggetto abusato. Può esserci una qualità tecnica, una costruzione della luce, un uso dello spazio che rendono interessante un'immagine altrimenti banale. In poesia, invece, le parole sono parole - il mare è il mare, l'onda è l'onda, il ramo fiorito è il ramo fiorito, la marea è la marea. Non è che puoi inquadrare la marea da un’altra angolazione, mi capite? Col risultato che oggi è enormemente difficile scrivere una poesia sui gabbiani come poteva ancora fare Vincenzo Cardarelli negli anni Trenta. E anche fare ciò che fa Eugenio Montale in Spesso il male di vivere ho incontrato, quando prende una foglia riarsa che si accartoccia e ne fa una rappresentazione della sofferenza esistenziale, sarebbe un'operazione problematica.
Non che per Montale fosse una passeggiata di salute, eh. Già allora il Romanticismo aveva prodotto una quantità enorme di immagini retoriche, e trovare il modo di sottrarle alla banalità richiedeva una capacità poetica fuori dal comune. Epperò Montale poteva ancora servirsi dell'immagine di una foglia che si accartoccia, del rivo che gorgoglia, del cavallo stramazzato, e attribuire a questi elementi una potenza espressiva straordinaria. Oggi il problema non è che quelle immagini abbiano perso il loro significato - è che ne hanno accumulati troppi, e troppo spesso. Sono state riprodotte, imitate, banalizzate e commercializzate in una quantità di forme che ai tempi di Montale non si potevano nemmeno immaginare. Il poeta contemporaneo deve fare i conti non soltanto con la tradizione letteraria e artistica, ma anche con tutto quello che di esse è diventato pubblicità, intrattenimento, decorazione, retorica sentimentale. È anche per questo che, ogni volta che scrivendo una poesia o nel mio lavoro fotografico mi imbatto in soggetti appartenenti al repertorio storico del Romanticismo, sento la necessità di sottoporli a un trattamento antiromantico. Di renderli, se mi riesce, inquietanti.
Poi ci sono quelli che sanno maneggiare la kryptonite. Cettina Caliò è una di queste persone. Christian Sinicco, ho capito leggendo questo Ballate di Lagosta, è un altro. Sono poeti capaci di affrontare a mani nude, o con la penna sul foglio, un'intera tradizione di immagini ormai logorate, e di uscirne indenni - senza che quello che scrivono risulti stucchevole. Ed è una capacità che considero eccezionale, anche perché oggi, secondo me, appartiene a pochi.
Kryptonite come se piovesse
La poesia stampata sulla quarta di copertina del libro di Sinicco è praticamente un concentrato di kryptonite. Ci sono il mare, i gradoni di calcare, la sagoma di un uomo che continua a muoversi con le onde, la mareggiata, l'erosione. C'è una quantità di materiali che, normalmente, basterebbero da soli a mettere in pericolo un componimento. E Sinicco li maneggia con una disinvoltura sorprendente, va detto. La poesia che ne emerge non mi fa impazzire - secondo me dentro al libro c’è di meglio - però funziona.
E poi, sempre leggendo la quarta di copertina, ho scoperto che Christian Sinicco è stato uno dei fondatori della LIPS, la Lega Italiana Poetry Slam, della quale è stato anche il primo presidente. Ora, come si sa io sono un frequentatore di poetry slam, a volte più assiduo a volte meno, e questa circostanza mi ha incuriosito vieppiù. Confesso che fino a quel momento non sapevo chi avesse fondato la LIPS. Scoprire che uno dei suoi fondatori era proprio l'autore di quella poesia mi è sembrato un motivo in più per approfondire la conoscenza.
Una Spalato che non esiste, ma è vera
Veniamo a una caratteristica che si scopre presto leggendo Ballate di Lagosta, perché basta affrontare le prime pagine.
Christian Sinicco è triestino, e si sente un bel po’. Fin dall'inizio del libro si avverte di essere nell'anticamera dei Balcani, in quello spazio geografico e culturale nel quale l'Italia smette progressivamente di essere Italia e comincia a diventare qualcos'altro. Il rapporto col territorio non è un mero fatto biografico, bensì una componente essenziale della sua scrittura; il libro si apre con una composizione articolata in quattro parti, Canzone di Spalato. Non immaginatevi, dopo aver letto la frase “in quattro parti”, un poema epico: Sinicco scrive generalmente componimenti piuttosto brevi, e questa canzone occupa quattro pagine perché si sviluppa in quattro movimenti.
La poesia comincia così:
“entra nel pantheon senza volta, a Spalato” (la e minuscola non è un errore: delle minuscole, l’autore fa un uso molto parco). Ora, Spalato è una città che conosco per ragioni perlopiù familiari. Ci sono stato diverse volte da bambino e da ragazzo, portatoci dalla mia famiglia, e a quel che ricordo l'ultima volta avrò avuto sedici anni. Insomma, ne serbo ricordi a dir poco vaghi. E tuttavia Canzone di Spalato ha avuto il superpotere di catapultarmi immediatamente in quella città.
Il pantheon senza volta. Il belvedere sotto San Nicola. La chiesa tra i pini vicino allo zoo. Nel giro di pochi versi me ne stavo seduto a un bar di Spalato, a ordinare un caffè o qualcosa del genere. Non nella Spalato che conoscevo a sedici anni: in una Spalato nella quale mi trovavo da adulto, e che avevo costruito mettendo insieme le parole di Sinicco e i miei ricordi. È una facoltà che verrebbe da definire medianica, ma il termine non è corretto - è un po’ una facoltà di teletrasporto. Christian Sinicco mi ha teletrasportato a Spalato.
Spalato (Croazia), Vestibolo del Palazzo di Diocleziano, fine III – inizio IV secolo d.C. Ambiente monumentale a pianta circolare che introduceva agli appartamenti imperiali. La perdita della cupola originaria ha lasciato la struttura aperta verso il cielo, trasformando l'antica sala di rappresentanza in uno degli spazi più suggestivi dell'architettura romana tardoimperiale - il “pantheon senza volta”, appunto. Fotografia: Jules Verne Times Two / julesvernex2.com, 2019 – CC BY-SA 4.0.
Certo, quella Spalato era immaginaria. Non corrispondeva alla città reale, né a quella che Sinicco aveva davanti agli occhi quando scriveva. Era una città composta attraverso i miei ricordi di ragazzo, integrati e trasformati dalla sua poesia. Ma io ero a Spalato. Ero in quella che per me era proprio Spalato. E credo che mi ci sarei ritrovato anche se non ci fossi mai stato in vita mia - perché Sinicco possiede una capacità particolare: quella di costruire luoghi attraverso il linguaggio.
Prendiamo il belvedere sotto San Nicola. La parola decisiva è sotto. Se Sinicco avesse scritto semplicemente “il belvedere di San Nicola”, avrebbe indicato un luogo, ma senza necessariamente costruirlo. Scrivendo “sotto San Nicola”, introduce invece una relazione spaziale. C'è qualcosa sopra, San Nicola, che il lettore può immaginare come una chiesa; e c'è qualcosa sotto, il belvedere. Di colpo si crea una verticalità. Col risultato che chi legge comincia a organizzare mentalmente uno spazio, a collocarvi degli elementi, a costruire una propria geografia. Che magari sarà sbagliata da cima a fondo, eh. Il lettore che non è mai stato a Spalato si immaginerà un belvedere che non somiglia affatto a quello reale. Ma che importanza ha? Intanto lo ha costruito, e Sinicco lo ha portato in un posto che prima non esisteva.
La mia Spalato non è quella di Christian Sinicco. La mia è composta di ricordi remoti. La sua nasce dal suo vissuto, che penso sia più recente. Quella di un altro lettore, che non è mai stato in Dalmazia, sarà interamente immaginaria. Però tutte queste Spalato sono vere, nel senso che nella nostra mente esistono: e la potenza della poesia consiste proprio nel fatto che Sinicco, con i suoi versi, ha contribuito a crearle.
Le poesie sono sempre qualcos'altro
Questa facoltà del teletrasporto non si esaurisce nella Canzone di Spalato. Più avanti Sinicco ci porta in una processione di Ferragosto, dentro un mondo di personaggi dei quali sappiamo pochissimo, ma che acquistano immediatamente una propria consistenza. Ci sono componimenti come Il salmo di Marijana alla figlia Sara o La casa sulla strada, nei quali il poeta continua a compiere sostanzialmente la stessa operazione. Ci prende e ci porta in un posto. Persino Il salmo di Marijana alla figlia Sara, che dal titolo potrebbe sembrare una composizione eminentemente religiosa o familiare - l’ho scelto apposta per far notare questa cosa - si apre attraverso una collocazione spaziale: “Presso l'acquasantiera col dragone, sotto le teste di serpente sul rosone”.
C'è un luogo. Ci sono oggetti, relazioni, una disposizione nello spazio. E il lettore entra in quel luogo.
Ora, io credo che ogni poeta, quando scrive una poesia riuscita, in realtà faccia anche qualcos'altro. Una volta Vik Stragovin mi disse che lui non è un poeta, è un ballerino. E, in effetti, le sue poesie sono spesso danze, organizzazioni del movimento e del ritmo. Un'altra volta Stefano Vespo mi disse: “Le tue poesie sono cortometraggi”. Confesso che non ci avevo mai pensato, ma credo che avesse ragione. Le poesie sono sempre anche qualcos'altro.
Certe poesie di Borges sono enigmi. Altre sono lamentazioni. Le poesie di Michelangelo Buonarroti possono essere salmi, quelle di Baudelaire dipinti. Le poesie di Angelo A. Izzo, per me, sono biomasse. Quelle di Cettina Caliò, ferite o lapidi. Che poi, per carità, non è una classificazione rigida. Lo stesso poeta può scrivere poesie che appartengono a categorie molto diverse, e c’è una misura di soggettività non da poco. Magari una poesia di Robert Frost che per me è un sentiero, per qualcun altro è un oggetto diverso. Ma credo che, quando una poesia riesce davvero, non si esaurisca mai nel proprio essere poesia. Diventa anche un altro manufatto, un'altra esperienza, un'altra forma - ed è in questo senso che reputo la parola poiesis un termine da prendere alquanto sul serio.
Ebbene, le poesie di Christian Sinicco sono posti. Lo sono anche quando Sinicco scrive qualcosa che, almeno in apparenza, ha una natura diversa: penso a Su un ramo bianco, che considero uno dei componimenti più belli della raccolta e che ha un carattere, secondo me, elegiaco. C'è un ramo bianco coperto di salsedine; ci sono le pietre, le alghe rimaste all'asciutto, la marea. Un paesaggio nel quale il poeta si trova davanti al mare e osserva questo oggetto, che sembra essere stato trasportato dalle onde. Ancora una volta siamo dalle parti della kryptonite: il mare, la marea, il ramo, la salsedine. Tutto un repertorio che avrebbe potuto produrre una poesia insopportabilmente sentimentale.
E invece non succede. Sinicco costruisce un luogo. Io mi ritrovo davanti al mare, con lui, a osservare quel ramo bianco. Non sarà lo stesso ramo che ha visto Sinicco, come la mia Spalato non è la sua Spalato. Ma esiste, nel momento in cui lo leggo. E questa, secondo me, è una delle virtù più forti della sua poesia: non si limita a descrivere luoghi, ma li produce nell'esperienza del lettore.
Credo che Sinicco pervenga a questo risultato facendo una cosa che per lui non è un trucco, un espediente, ma sta nel fulcro della sua poetica: convoca spesso scene che, per essere visualizzate, hanno bisogno che il lettore si concentri e sciolga un certo grado di ambiguità. Ad esempio a pagina 62, nella seconda parte della composizione Il faro, c’è questo passaggio: “quando gli dirai addio / vedrai alla sua destra / un abitacolo bruciato, / una cappella dove abita / un dio sorprendente”. La parola chiave, qui, è sorprendente: un dio sorprendente te lo devi immaginare, lo devi contestualizzare, ti viene da chiederti perché ti sorprende. Devi intervenire con la tua mente sul dispositivo linguistico, per venirne a capo. Così come, qualche pagina prima, c’è “un nemico a cavallo / in una favola portoghese”: quel portoghese ti frega, ti obbliga a chiederti com’è un nemico a cavallo in una favola portoghese. Avrà un cappello diverso di un nemico a cavallo in una fiaba lituana? Sarà vestito con colori più intensi, più sgargianti? Cavalcherà lungo la spiaggia atlantica anziché sul Baltico? E nella già citata La casa sulla strada, per dire, c’è forse la mia ambiguità preferita di tutto il libro: “canto un’astronomia privata di nomi”. Come dire: un’astronomia senza nomi, quella condizione in cui abbiamo le stelle sopra la testa ma non sappiamo come se chiamano (e ci siamo passati un po’ tutti). Ma anche, e mi pare più bello, un’astronomia in cui i nomi li abbiamo inventati noi, sono privati: magari ce li hanno detti, quelli ufficiali delle stelle, ma non ci hanno convinti. E allora cantiamo le stelle che tutti hanno sopra la testa, però le cantiamo quando siamo soli, usando nomi che sono solo nostri, e che non diciamo a nessuno perché confluiscono in un’astronomia privata.
Ecco, io per ambiguità come queste posso spendere ben più di due euro e 55, i quindici euro del prezzo pieno mi vanno benissimo, Ballate di Lagosta se li merita. Vorrà dire che regalerò a qualcuno una copia nuova.
Una colazione faticosamente guadagnata
C'è da dire, infine, che la mia lettura di Ballate di Lagosta si è svolta in circostanze particolarmente favorevoli.
È puramente ozioso pretendere che la lettura di un libro non sia influenzata dal contesto nel quale avviene. Un libro letto di cattivo umore, con il mal di testa, su un treno affollato dove hai vicino a te dei ragazzini che urlano tutto il tempo, può produrre effetti diversi da quelli che produrrebbe se letto in condizioni più soddisfacenti.
Io, prima di iniziare a leggere Ballate di Lagosta, mi trovavo a soggiornare per alcuni giorni in un albergo che conosco molto bene, il Marconi Hotel di Rende in provincia di Cosenza - sì, quello della Trilogia del Marconi Hotel. Era mattina e dovevo scendere a fare colazione. Come accade a diverse persone perennemente a dieta, categoria alla quale appartengo ormai da un po’ mesi, ciò che posso concedermi a colazione dipende in larga misura dal responso della bilancia. Pertanto, dopo essermi fatto la doccia ed essermi vestito, sono sceso al piano interrato dell'albergo, dove si trovano la palestra e una bilancia, e mi sono sottoposto alla quotidiana tortura di scoprire quanto pesassi.
Pesavo quattro etti meno del giorno prima. Per alcune persone una notizia del genere non avrebbe alcuna influenza sull'andamento della giornata. Per me, invece, ne aveva un bel po’. Significava che potevo concedermi una colazione un po’ più generosa del solito.
Se il responso fosse stato diverso, probabilmente mi sarei limitato a un caffè e a una spremuta. In quel caso, invece, potevo mangiare qualcosa di più. E siccome una colazione più abbondante avrebbe richiesto più tempo, ho deciso di portare con me il libro di Christian Sinicco.
Mi sono quindi accomodato nella sala colazioni dell'Hotel Marconi, in un ambiente confortevole, di ottimo umore, con la prospettiva di poter mangiare qualcosa che nei giorni precedenti mi ero prudentemente negato (che poi, alla fine, è stata una fetta di crostata: non figuratevi chissà quali abbuffate, per me sono roba di un’altra vita). Ho aperto Ballate di Lagosta e ho cominciato a leggere.
Ora, è possibile che quella mattina il mio buon umore abbia contribuito a rendermi più disponibile al teletrasporto. Forse la soddisfazione per i quattro etti perduti, il conforto della sala colazioni e la prospettiva della fetta di crosstata mi avevano predisposto favorevolmente nei confronti della poesia di Sinicco. Non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo; ma questo non toglie nulla ai meriti del poeta. Uno può essere di buonumore quanto gli pare, può trovarsi nell'albergo più confortevole al mondo, può avere davanti una colazione eccellente e può persino aver perso quattro etti dalla mattina precedente. Ma se il libro fa schifo e le poesie non valgono niente, il teletrasporto non diventa operante. Anzi, il malcapitato rischia di sciuparsi anche la colazione - quella colazione che, oltretutto, ci si è faticosamente guadagnati pesando quattro etti di meno. Christian Sinicco, la mia colazione, è riuscito invece a migliorarla.