Trilogia del Marconi Hotel
Un progetto fotografico, sovente, nasce da un’idea: ma questo qui no. Le fotografie esistevano già, scattate in momenti diversi, e a un certo punto hanno iniziato a chiamarsi l’una con l’altra. Il punto di partenza è naturalmente un luogo, il Marconi Hotel di Rende, ma il progetto non è mai stato un lavoro sull’albergo in senso stretto. Mi interessava piuttosto ciò che poteva diventare: un dispositivo narrativo, un luogo insieme reale e mentale intorno al quale organizzare tre immagini che parlassero di attesa, passaggio, distanza, notte.
La prima, The Hungarian Princess’s Virtuosity, è una foto dell’ingresso del Marconi Hotel. È un’immagine frontale: il luogo dal quale tutto prese avvio e nel quale tutto è finito - e, badate bene, non dentro l’albergo, ma sulla soglia.
Poi c’è Verrà il tuo regno e avrà l’appoggio che cercavi. Lo spazio improvvisamente si spalanca. Il formato diventa fortemente orizzontale, la brutta circonvallazione davanti all’hotel diventa una sorta di circuito per traiettorie luminose, il cielo si prende una parte decisiva dell’immagine e se la tiene. Se la prima fotografia è una soglia, questa è il fuori visto da dentro: il territorio che circonda il luogo e contemporaneamente la possibilità di andarsene.
La terza, Une élégance de bunker sentimental, richiude tutto. Torna il formato verticale, ma più stretto del primo. Rimangono la notte, la pioggia, un lampione, il riflesso sull’asfalto. Della città resta quasi soltanto una traccia. Mi interessava che l’ultima immagine producesse una sensazione a un tempo protettiva e inquieta: il bunker del titolo è un riparo, naturalmente; ma un riparo sentimentale non può essere davvero sicuro. Ne è venuto fuori un movimento che potrei riassumere così: luogo, territorio, residuo emotivo. Oppure, in maniera ancora più semplice: entrare, guardare fuori, andarsene in un posto sicuro. A quel punto ho capito che non stavo più lavorando a tre fotografie indipendenti.
L’opera era diventata il loro rapporto.
Per questo anche l’allestimento è parte del progetto. Le tre immagini hanno dimensioni volutamente differenti: 100 × 134 centimetri la prima, 154 × 86 la seconda, 80 × 142 la terza. Non volevo costruire un trittico simmetrico. Volevo che la grande apertura orizzontale centrale fosse contenuta da due verticali diverse fra loro: più massiccia quella d’ingresso, più stretta e quasi tagliente quella conclusiva: una vertigine. Le foto condividono il centro ottico, non i margini. Devono stare insieme senza diventare uguali; e pure la stampa e il montaggio sono stati pensati in questa direzione. Il nero, il blu profondo e le accensioni arancio costituiscono il vocabolario cromatico comune alle tre immagini; superfici, riflessi e punti luminosi devono conservare una presenza fisica senza trasformare la notte in spettacolo.
Le simulazioni di allestimento mi sono servite soprattutto a verificare questo: che le misure esistessero davvero nello spazio. Una foto larga un metro e cinquanta non è semplicemente la stessa fotografia vista più grande. Cambia il rapporto con chi le sta davanti; diventa quasi un ambiente. Allo stesso modo, gli ottanta centimetri della fotografia conclusiva accentuano quella sensazione di restringimento che cercavo fin dall’inizio.
Non so esattamente che cosa sia successo in quelle tre notti. O meglio: naturalmente lo so. Ma non è più molto importante. Perché le fotografie, nel frattempo, hanno cominciato a ricordarlo diversamente.
Il progetto completo con le tre opere, le specifiche di stampa e le simulazioni dell’installazione, è qui.