The good shepherd - L’ombra del potere

Fa soffrire parlar male di De Niro alla regia, ma tant’è; fermo restando che Eric Roth alla sceneggiatura ha le sue colpe. Ciò detto, se vi spoilero qualcosa - e lo farò - non me ne frega nulla, è un film del 2006. Il bello di parlare dei vecchi film è che puoi sentirti in diritto di pensare che chi ti legge li abbia già visti. Ma veniamo a noi.

Ora: va bene il subplot del vero/falso colonnello russo defezionista, però quando un personaggio diventa scomodo, non va bene di suicidarlo così platealmente, se ne accorgono tutti.

Va bene che la squinzietta di colore della quale s'innamora - nel 1960 o giù di lì?!? - il figlio adorato e bianchissimo e wasp del protagonista è un pericolo per la sicurezza nazionale e una spia russa eccetera, vabbè. Però io la famiglia bianchissima e wasp, con tanto d'iscrizione d'ufficio dei figli maschi alla confraternita Skulls & Bones, il cui figlio dice di voler sposare una nera e la cosa non viene accolta come una delle sette piaghe d'Egitto, io devo ancora vederla. Cioè, pure se fosse la figlia di un magnate dell'acciaio repubblicano, altro che spia russa. E questo, oggi. Figuriamoci nel 1960 o giù di lì.

Va bene che lo stereotipo degl'italiani pizza-spaghetti-mandolino-Dio-Chiesa è ancora vivo e lotta insieme a noi (anzi, contro di noi). Però De Niro, che qui fa il regista, dovrebbe aver frequentato Scorsese abbastanza da sapere come si caratterizzano personaggi italoamericani. La domanda che il vecchio mafioso italiano fa a Wilson nel corso del loro unico incontro è una caduta di stile imperdonabile, se pure stava nella sceneggiatura di Eric Roth allora De Niro, come regista, avrebbe dovuto cassarla.

Va bene che il protagonista Edward Wilson è un uomo tutto sommato incolore, però è quasi imbarazzante che tutti quelli che gli stanno attorno siano più carismatici di lui. Perfino i vecchi: l'anzianotto e poi malato generale fondatore dell'OSS e della CIA, il maturo professore/veterano dello spionaggio che finisce annegato nel Tamigi. Perfino Ulisse, l'omologo russo di Edward Wilson, ha più carisma di Wilson. Vien da chiedersi come mai Wilson faccia tanta carriera, visto che oltretutto la sua è un'esistenza costellata più di sconfitte che di vittorie.

Eppoi va bene che Edward Wilson è un uomo tutto sommato incolore, però allora non si capisce perché Angelina Jolie tenti così brutalmente di scoparselo.

Va bene che sospendiamo l'incredulità, ma non si capisce perché l'organizzazione dello sbarco nella Baia dei Porci, roba da Operazioni Speciali, venga affidata a Edward Wilson, ch'è un funzionario del controspionaggio. Che c'entra?

Va bene che l'episodio narrato da Wilson quando viene iniziato agli Skulls & Bones è una metafora del suo ruolo come personaggio, ma è troppo specchiata. L'episodio è questo: il padre di Wilson si spara, il figlio bambino è il solo testimone del fatto. Il ragazzino fa sparire la lettera di addio del padre ai suoi cari, dopodiché s'inventa la storia che il padre è morto perché l'ha ammazzato lui per sbaglio. Facile metafora: Wilson sarà per tutta la vita custode di segreti indicibili, che maschererà producendo verità più tollerabili per il mondo che lo circonda. Però la metafora è davvero troppo facile, e il personaggio vi aderisce troppo integralmente.

La cosa più figa di tutte era la faccenda che Wilson non avesse letto la lettera del padre. Ho sperato per tutto il film che continuasse a non farlo. Purtroppo The Good Shepherd mi ha deluso anche in questo.


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