Tenera è la notte, di Francis Scott Fitzgerald
La cosa straordinaria di questo romanzo, è che in esso vediamo saltare i parametri di narrazione e gli stilemi linguistici, formali - insomma: gli aspetti tecnici - del lavoro di uno scrittore che, dal punto di vista tecnico appunto, è stato forse il più perfetto del suo tempo, perlomeno tra gli anglofoni nati negli USA. Non il più vertiginoso: questo è un appellativo che dobbiamo lasciare a William Faulkner, per le ragioni che conoscono anche i sassi. A Fitzgerald, essere un virtuoso della scrittura interessava, ma fino a un certo punto: eppoi era una carta, quella del virtuosismo, ch'egli giocava soprattutto sul campo da gioco dei racconti: alzi la mano chi ricorda il ritmo indiavolato, quasi da sincope jazzistica, da jam session ululante e mugghiante di stride notes e honkings, di La parte posteriore del cammello: dai notissimi Racconti dell'età del Jazz, manco a dirlo. Sul fronte del romanzo, Scott era più sobrio. I suoi prodigiosi strumenti di narratore, li adoprava per essere non spettacolare, bensì perfetto. O per avvicinarsi il più possibile alla perfezione. Sarebbe un discorso complicato questo, ed è scomodo tirarlo fuori: perché esiste una convenzione, pessimo lascito del Romanticismo, per cui la scrittura e la narrazione sono linguaggi dell'anima, che mostrano - o, addirittura, producono - l'interiorità di un narratore. Ma sono fanfaluche queste, scempiaggini per anime belle. La verità è che a un certo punto i Grandi, quelli veri, quelli che in fatto di scrittura non hanno più niente da farsi insegnare, da nessuno, debbono fare una scelta: stupire il mondo, o raccontarlo. Il narratore di razza, il titano delle lettere, sceglie la panoplia di cui armarsi, a quel punto: una scrittura che stia al servizio della narrazione, o la sovrasti. Uno come Sterne, ad esempio, figuriamoci se ha mai avuto dubbi: doveva divertirsi come un matto a scrivere i suoi libri come fossero incanti pirotecnici, sorta di demiurgo lussurioso e gaudente per il quale ogni personaggio, ogni scena, ogni paragrafo o capitolo che sia, sarà sempre e comunque un affresco di Giulio Romano, una faccia dell'Arcimboldo, un trionfo di trucchi e giochi di prestigio, una scopata galattica con la pagina. Ma Scott? Lui voleva raccontare, anzitutto: e mise la sua scrittura al servizio delle storie. Voleva anzitutto essere lo scrittore perfetto per le narrazioni che aveva nella sua testa. Le prove? Beh, mi viene in mente un ricordino autobiografico che sta in Crepuscolo di uno scrittore. In quel libro lì, a un certo punto Scott si mette a parlare degli anni che una persona più ordinaria facilmente considererebbe i migliori della sua vita: i più leggeri, spensierati, eccetera. Quelli della giovinezza. Ebbene, ciò che in merito a quegli anni Francis Scott Fitzgerald trovò da dire, è:
"Decisi di giocare a football, di fumare, di iscrivermi all'università, di perdere tempo in tutte quelle sciocchezze che non avevano nulla a che vedere con il vero problema della vita: trovare il giusto equilibrio, nel racconto, fra descrizione e dialogo".
Insomma, a questo punto avrete capito che genere di personaggio era il Nostro. Comunque, da qui cerco di stringere e farla breve: la perfezione narrativa che Scott cercava, la trovò scrivendo Il grande Gatsby. Un capolavoro. La sua cosa più bella: però, temo, non la sua cosa più grande.
Perché Tenera è la notte non è bello, non così tanto come Gatsby: ma si vede e si sente ch'è uno sforzo titanico, una macchina enorme maestosa e possente che però è troppo grande per funzionar bene, e cigola e cede da tutte le parti, perde pezzi, strilla peggio d'una sirena dei pompieri, fa il suono brutto che fa un gessetto che graffia la lavagna. Scott, lì, rispedisce a casa la perfezione. Non sembra neanche lo stesso scrittore del Gatsby, veramente: la materia narrativa è troppo rovente, e in gran parte autobiografica, per controllarla al meglio. Il romanzo sbava, perde pezzi qua e là, certe parti non si capisce cosa siano state scritte a fare, vedasi il duplice omicidio. Spesso i dialoghi sono insistiti, strascicati. Eppure è un testo prodigioso e straziante: perfino il finale ha qualcosa di deforme, col protagonista che si fa sempre piccolo fino a sparire chissà dove, e il lettore non saprà mai dov'è finito... Ma la deformità di questo libro è proprio la ragione della sua grandezza.