Il museo dell’innocenza, di Orhan Pamuk
Mi sono convinto che una delle ragioni per cui Il museo dell'innocenza è un romanzo d'amore tanto straordinario è la spregiudicatezza di Orhan Pamuk nell'usare quello che ha. Nello specifico, lui ha Istanbul, e in quel romanzo non ci va leggero, la usa come una clava. Ogni volta che può, prende il lettore e lo randella malamente. Un vicolo, uno scorcio sghembo, dei ragazzini che giocano per strada e strillano, una stanza che ha una finestra che dà su uno squarcio di città, un tavolino ottagonale da caffè, un muro malconcio. La luce e l'ombra, che adopera da vera carogna: ha a disposizione la luce e l'ombra del Bosforo e della città, quella luce piena di pulviscolo che sfocia nell'ombra senza transizioni né filtri, quell'ombra così fresca e al tempo stesso pronta ad accogliere cose roventi, e la usa. Non si fa scrupoli. Kemal e Fusun si innamorano, e si perdono, e tutto ce lo ricordiamo in modo così spietato perché Pamuk ha a disposizione Istanbul, e sa che farsene. In questo sì, gioca sporco. Usa il vantaggio. Se quello che hai come scrittore è Busto Arsizio o Olgiate Olona, beh, le cose si fanno più complicate.