Una tomba per Boris Davidovič, di Danilo Kiš
Trattasi di un libro di racconti ("sette capitoli di una stessa storia", recita il sottotitolo) ed è anche un libro pieno di sofferenza e di vuoti. Naturalmente, per via di queste sue caratteristiche, non penso abbia mai scalato le classifiche di vendita: nondimeno, Una tomba per Boris Davidovič è un testo che val la pena di leggere, anche se è un libro di racconti - e sappiamo che pochi lettori amano i libri di racconti - proprio a causa del fatto che è pieno di sofferenza e di vuoti. E qui, occorre spiegarsi.
Cominciamo dai vuoti. Caso esemplare: nel racconto Il magico giro delle carte, ci vien detto che nel mondo spietato dei gulag sovietici i prigionieri comuni, specie se criminali incalliti, godevano di autorità su quelli politici: al punto di potersene servire come schiavi, oggetti sessuali e via discorrendo. E poi? E poi niente. Kiš piazza questa mina nel testo, e continua a raccontare la sua storia: ch'è ambientata in un gulag, ovviamente. La testimonianza di un orrore agghiacciante vien liquidata in poche righe (verificate da voi stessi: è a pag. 65 della mia edizione, collana Fabula dell’editore Adelphi, tradotta da Ljiljana Avirovic) senza un accenno di meditazione, di consapevolezza. L'unica conclusione che Kiš ne trae è che quelli, in Russia, dovevano essere "tempi d'oro per i criminali". Amen.
Un altro caso: il racconto La scrofa che divora la sua prole, ove il dettaglio che causerà la rovina del protagonista ci vien svelato in una nota a piè di pagina (pag. 36) come se si trattasse di un aneddoto ameno: tant'è che, scrive l'autore, il dettaglio fu riferito in una conversazione tra due militari "come se si trattasse di una barzelletta". Fine. Un uomo verrà consegnato all'orrore di otto anni di gulag a Karaganda, creperà tentando la fuga, la sua sorte verrà dimenticata: egli sarà citato nei libri di storia come morto in battaglia a Brunete. Alla causa della sua rovina, l'autore dedica una nota a piè di pagina. Ci si sente sull'orlo di un baratro.
Kiš fa proprio bene, a piazzare il suo lettore sul ciglio d'un burrone. Egli sembra esser consapevole che nella narrazione di certi episodi la retorica tende a metter facilmente lo zampino: e che ci vuole un attimo per trasformare un racconto in qualcos'altro: elegia dei martiri dei gulag o in atto di denuncia sociale. Ed è ben chiaro che, quando è così, il racconto tradisce la sua natura e smette di raccontare per fare altro - istruire, commemorare, denunciare -; tutte cose che con l'atto di narrare c'entrano poco o nulla. Danilo Kiš questo rischio non vuol correrlo e affida le sue storie, le sue ambientazioni e i suoi personaggi a una narrazione così gelida che a ogni riga se ne trae una sensazione di vuoto: siamo ormai così abituati alla retorica che ci aspettiamo l'elegia dei martiri dei gulag, l'atto di denuncia sociale.
Si ha la sensazione che l'autore, pur slavo, sia un seguace dell'aurea regola hollywoodiana show, don't tell: si veda la memorabile sequenza d'immagini alle pagg. 28 e 29, che è quanto di più filmico si possa immaginare in un testo scritto. Danilo Kiš fa, in parole semplici, un po' di pulizia; riconsegna la nudità degli eventi alla narrazione, e la narrazione alla nudità degli eventi; ripulisce il testo di ogni introspezione, di ogni magniloquenza. Un'operazione coraggiosa e utile - e perfino i rari momenti introspettivi di questi racconti, oltreché funzionali alla narrazione, hanno un sapore cinematografico: emblematico di questa tendenza il lungo istante in cui il prigioniero Miksa fissa il ritratto di Stalin, a pag. 24.
Ma ho detto che Una tomba per Boris Davidovič è un libro pieno, oltreché di vuoti, di sofferenza. Sofferenza che, qui, è quella dei martiri: dei perseguitati. Qualcuno ha parlato di "vittime dello stalinismo" ma così non è: o meglio, è anche così ma non lo è soltanto. Evidentemente Kiš medesimo ci teneva a non esser frainteso poiché, se è vero che sei racconti su sette sono ambientati negli anni del potere di Stalin, ce n'è uno, Cani e libri, che con lo stalinismo non c'entra nulla e racconta invece un caso di persecuzione antisemita avvenuto nel Medioevo. Inoltre lo stalinismo, qui, è un accidente storico e non un bersaglio polemico. Kiš lascia intendere in Cani e libri che ogni tempo ha le sue tirannie, i suo fanatismi e le sue intolleranze: e in un altro suo memorabile racconto, Il libro dei re e degli scemi (non incluso in questa raccolta) racconterà la genesi dei Protocolli dei savi di Sion, clamoroso "falso storico" che è forse il monumento supremo al fanatismo e all'intolleranza e che, guardacaso, fu scritto in Russia nel 1906: non sotto Stalin ma in piena autocrazia zarista.
Intendiamoci: è pur vero che la politica è all'origine delle disgrazie di molti dei protagonisti delle storie narrate da Kiš ed è vero che questa politica ha un marchio indubbiamente stalinista: tant'è che all'uscita del libro in Jugoslavia, patria dell'autore, gli stalinisti s'irritarono alquanto (lo racconta Iosif Brodskij nel saggio “Introduzione all'edizione americana di Una tomba per Boris Davidovič”, pubblicato qui integralmente per la prima volta, a mo' di postfazione). Ma è anche vero che molte di queste storie prendono una strana piega, assumono il loro carattere bizzarro o misterioso o indecifrabile contro e aldilà di ogni calcolo politico previsto da carnefici e tiranni. Valga su tutti il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta, ove Boris Davidovič vien sottoposto alla tortura da parte del Kgb: e noi sapremo che, s'egli non confessa, un giovane - del tutto innocente - che gli somiglia, verrà ucciso. Eppure lo sventurato Davidovič riesce a ingannare i suoi carnefici inquinando le proprie confessioni con deliberate esagerazioni, per attrarre l'attenzione degli storici. E anche nel testo d'apertura, Un coltello dal manico in legno di rosa, il protagonista torturato ha nella manica un colpo di scena finale che lascerà il lettore sgomento e perplesso, ed ebbro di domande irrisolte. E' come se, mi vien da azzardare, nei racconti di Kiš la politica - il volto più brutale della politica, quello della tirannide, dei carnefici, delle polizie segrete - tentasse di frantumare, di schiacciare l'identità dell'uomo: ma inevitabilmente questa vituperata identità trovasse le sue scappatoie, i suoi misteriosi percorsi di fuga, per affermarsi e uscire allo scoperto.
E qui mi pare il caso di citare un terzo racconto, La scrofa che divora la sua prole: ove un coraggioso combattente per la libertà durante la guerra civile spagnola vien sospettato di deviazionismo politico, arrestato, condotto in Unione Sovietica via mare. Durante il tragitto due sobillatori vengono introdotti nella cabina ove egli è confinato per farlo confessare e ritrattare le sue colpe: ma Gould Verschoyle - questo il nome dell'arrestato - è così abile dialetticamente nel difendere le sue tesi da contaminarne i due sobillatori. "In una spietata battaglia di avversari alla pari", scrive Kiš, "come in un sanguinoso combattimento di galli, nessuno esce indenne".
Eppure, malgrado l'imprevedibilità delle umane cose sfugga sovente alla stretta d'acciaio della tirannide, in uno dei racconti di questa raccolta si ha la sensazione che la politica, nel suo volto più disgustoso e brutale, vinca - anzi, stravinca: accade ne I leoni meccanici, storia (autentica) di una manipolazione di cui fu vittima, negli anni Trenta, Edouard Herriot. Questi, visitando l'Urss, assistette a un simulacro di cerimonia religiosa, allestita apposta per lui, con attori improvvisati, tra cui diversi membri della polizia politica, in una chiesa russa da lungo tempo trasformata in fabbrica di birra e riattata per l'occasione. L'uomo politico francese non vide se non ceri accesi e fu persuaso della persistenza, in Unione Sovietica, della "libertà di culto".
Comunque, anche se Edouard Herriot ha perso la sua battaglia facendo - dinanzi a noi, e alla storia - la figura del cretino, Kiš strizza l'occhio al lettore lasciando intendere che ci son state, e ci saranno, altre battaglie: e il gioco tra l'identità umana e la macchina totalitaria che aspira a schiacciarla è ogni volta nuovo e diverso, ogni partita sta a sé e vale per se stessa. La strizzata d'occhio purtroppo è un po' difficile da individuare, e allora ve la segnalo io: è nella dedica, che presenta il racconto I leoni meccanici come un Hommage à André Gide.
E perché mai il racconto sarebbe un omaggio al pensatore e scrittore francese? E' presto detto: nel 1936, all'apogeo della sua gloria di figura campione della cultura progressista, Gide va in Urss a vedere se davvero sia lì il paradiso terrestre. I comunisti russi, al corrente dell'omosessualità dello scrittore, lo fanno attorniare per tutta la durata del soggiorno da aitanti ragazzoni dall'aria quanto più disponibile, che altri non erano che agenti del Kgb travestiti: inganno dunque diverso eppure uguale a quello subito da Herriot. Gide sapeva però distinguere tra le sue predilezioni e le sue convinzioni, e non si lasciò abbindolare. Tornato a Parigi, scrisse che in Russia il paradiso terrestre non c'era; diventerà per questo, e per anni, il bersaglio della più furibonda propaganda comunista. Palmiro Togliatti, ai tempi in cui i comunisti nostrani non erano chic e garbati quanto vorrebbero sembrarlo oggi, lo tratterà sprezzantemente da omosessuale.