Tamerlano, di Jorge Luis Borges

Ho sempre amato, da Kavafis a Hilary Mantel, la letteratura che racconta gli uomini e le donne di potere. E oggi ritrovo un passo meraviglioso in Borges, che fa parlare lo spietato e immenso Tamerlano: “Io, che fui pastore della pianura, ho issato le mie bandiere a Persepoli”, così la traduzione di Livio Bacchi Wilcock. Trattasi di due soli versi, ma già ci raggiunge il rifiuto di una esistenza uguale e mite, non la vita in comunanza con animali e uomini bensì la scelta di issare delle bandiere - la scelta del dominio, della gloria delle armi, della incessante conquista. “So tutto e posso tutto”. Fino alla fine: “Un presago libro non scritto ancora mi ha rivelato che morirò come muoiono gli altri, e che dalla pallida agonia ordinerò che i miei arcieri scocchino frecce di ferro contro il cielo avverso perché non ci sia uomo che non sappia che gli dèi sono morti. Io sono gli dèi”.

Per la verità non è proprio Tamerlano che parla, ma fa niente.

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Aggiunto qualche altro brano alla pagina in cui faccio esperimenti musicali con la IA (Suno)

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La Repubblica, di Platone: come finisce