La Repubblica, di Platone: come finisce

Ve lo ricordate, il finale de La Repubblica di Platone? Degno di una grande serie TV e pieno di pathos. La dea Ananke, la Necessità, la più terribile tra gli esseri divini, ordina ai mortali finiti nell'Ade di scegliersi una nuova vita, diversa dalla passata. Agamennone sceglie di diventare un’aquila. Orfeo, traumatizzato dalla morte di Euridice, non vuol nascere da un grembo di donna: preferisce essere un cigno. Tersite, che in vita fu brutto e codardo, opta per una scimmia: un modo, per Platone, di dirci che la comprensione di ciò che è bello e nobile è tutta compresa nella civiltà e nell’educazione aristocratica. Aiace, guerriero che fu tradito sotto le mura di Troia, decide che lui sarà un leone. Tramici, il cantore la cui voce deliziò i mortali e gli dèi, un usignolo. Epeio, il fortissimo pugile, si prende “la quieta esistenza di un'operaia”. Ma non sono scelte libere come sembrano: ogni anima prende ciò che è capace di riconoscere. Nessuno è costretto, eppure quasi tutti si condannano da soli. I più ingenui afferrano vite in apparenza splendide senza vedere le conseguenze: tirannie piene di delitti, destini luminosi all’inizio e poi divorati dalla rovina. I più accorti - quelli che hanno studiato filosofia, dice Platone senza dirlo - esitano, osservano, calcolano.

L’ultimo a scegliere è il più vertiginoso e complesso, e per me anche il più affascinante, personaggio della letteratura mondiale: l’arciere che non sbaglia un colpo, quello che prende le città con l’inganno, che fa invaghire le maghe e le Lolite eppoi le abbandona, che scende agli inferi da vivo e ne esce con una storia da raccontare: Odisseo, re di Itaca. E proprio lui, che ha avuto tutto - gloria, dolore, astuzia, naufragio - non sceglie nulla di eroico e men che mai di grande. Si prende il suo tempo, studia, indaga. Alla fine trova una vita che sembra non interessare agli altri: un uomo qualunque, senza una ascendenza nobile, senza imprese, senza nomi altisonanti. La prende quasi di nascosto, come se temesse che qualcuno gliela porti via. È il gesto più radicale dell’intero mito: non desiderare più di essere qualcuno. Dopo aver visto il mondo, Odisseo sceglie di sottrarsi al mondo. Lo dice lui stesso: è “guarito da ogni ambizione nel ricordo dei travagli vissuti”. E vien da pensare che il re di Itaca abbia, ancora una volta, capito tutto.

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Tamerlano, di Jorge Luis Borges

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