C’è qualcosa di molto equivoco nel modo in cui si legge Histoire d’O di Pauline Réage – che oggi è pubblicato da Bompiani col titolo originale, e che io possiedo invece nella celeberrima edizione dei Tascabili con la copertina rossa, e in copertina l’illustrazione di Terry Pastor Bondage Hand. Tra l’altro, secondo me era meglio la vecchia, quella di adesso pare la copertina di un romance: temo sia colpa di 50 sfumature, ma usciamo dal modo in cui il libro si presenta e parliamo di come lo leggiamo, che sennò non andiamo più a casa.
Jamie Dornan e Dakota Johnson alla prima mondiale di Cinquanta sfumature di grigio, Berlinale, 11 febbraio 2015. Fotografia: Sebaso / Wikimedia Commons. Licenza Creative Commons BY-SA. Non ci sarebbe riuscito nessuno, ad esser convincente nell’abbinare una relazione incentrata sul BDSM con l’idea della coppia Cenerentola-Principe Azzurro, ma loro due non ce la fanno a esser credibili manco per un istante, complice anche la sceneggiatura che è un gioiello di comicità involontaria. Guardateli: la commessa del ferramenta e il miliardario che ha un’azienda la quale non si capisce nemmeno cosa faccia. Se volete una storia d’amore a sfondo BDSM, fate un favore a voi stessi e guardate Secretary.
Si tende a considerare Histoire d’O la vicenda di una donna che, per amore, accetta di farsi progressivamente annientare: fustigata, schiavizzata, a tratti segregata, obbligata a prestazioni sessuali con sconosciuti, perfino marchiata a fuoco. È una lettura che, per quanto scioccanti possano essere per qualcuno gli episodi che il romanzo racconta, a me pare tutto sommato rassicurante: riconduce un testo che fu scandaloso quando apparve – ma coi moralismi d’oggidì, facile che torni ad esserlo - a una dinamica sentimentale comprensibile, quella del sacrificio di sé per la persona amata. Tutto molto romantico, a parte corsetti e fruste. Ma più si osserva O, si annota in dettaglio cosa fa e cosa si fa fare, le sue reazioni agli eventi e ciò che ella afferma di pensare e desiderare, più questa interpretazione sembra inadeguata.
O non è affatto una donna priva di desideri autonomi. Al contrario, ella desidera moltissimo: uomini, donne, situazioni, circostanze, eventi. Quando agisce come per automatismo nell’eseguire un comando o nel subire una sorte, lo si capisce benissimo, come nella scena in cui soddisfa oralmente l’uomo descritto come “sbrigativo” dall’autrice nella saletta del ristorante La Pérouse. Ma in altre occasioni – quando desidera Jacqueline, per esempio – è tutt’altro che passiva, non si limita a eseguire ordini. E nemmeno lo è quando, a metà libro circa, l’autrice dichiara che O “si abbandona completamente a Sir Stephen”, testuali parole, per la prima volta. Dopotutto, se quella è la prima volta, vuol dire che fino a quel momento non l’ha mai fatto, limitando il proprio abbandono.
Tra l’altro, non devo essere il solo ad essermene accorto, perché Guido Crepax nella versione a fumetti da lui realizzata enfatizza molto la natura di O come creatura desiderante oltreché desiderata. Si veda la vignetta in cui asserisce che Jacqueline deve essere solo sua – non avendo voglia di condividerla con René e Sir Stephen – oppure la sequenza in cui ha rapporti sessuali con Eric: diversamente dal romanzo, in cui Eric la possiede a lungo e la lascia andar via solo nel cuore della notte, ma non si attribuisce ad O nessuna intenzione seduttiva verso di lui, nella graphic novel si vede che O si gode moltissimo il sesso con lui, arriva a stuzzicarlo reiteratamente per essere posseduta più e più volte, lo desidera e raggiunge con lui un piacere molto intenso. Questa sfaccettatura della psicologia di O merita attenzione, sul piano della drammaturgia, perché fa sì che il lettore abbia l’occasione di riflettere sulla distinzione tra cose che abitualmente tendiamo a sovrapporre: amore, desiderio, piacere, obbedienza, appartenenza.
La scena della graphic novel in cui O, dopo che Eric la ha già posseduta più e più volte ed ella ne ha goduto intensamente, torna a stuzzicarlo perché ne vuole ancora. Nel fumetto O è molto più fatale e diretta che nel romanzo. Una O che, in flagrante paradosso temporale, ha letto Valentina?
O può accettare di subire la frusta, la sodomia, la promiscuità forzata con molti uomini, senza abbandonarsi del tutto a ciò che sta subendo. Può sentirsi attratta da Natalie o da Jacqueline senza che questo modifichi la sua accettazione del fatto che è sottomessa, dapprima a René eppoi a Sir Stephen. Può osservare René, un tempo oggetto del suo amore, con una sorta di compassione quando lo vede invaghirsi follemente di Jacqueline. Da ciò mi sembra di poter dire che O non si annulla affatto come individuo, men che mai per amore.
Beninteso, all'inizio del romanzo O ama René. Lo dice, lo riconosce, e proprio quell'amore la conduce a Roissy. Ma l'amore per René si consuma, perde centralità, finisce quasi per apparire un episodio preliminare. Con Sir Stephen accade qualcosa che va oltre. O si abbandona gradualmente al percorso schiavizzante che lui ha in mente per lei, accetta di essere ferrata e marchiata, di essere offerta ad altri uomini e di mostrarsi a lui mentre fa sesso con una donna, Jacqueline – ma è costante la sua riflessione su ciò che sta vivendo, sul piacere che ne trae, sulla natura dei sentimenti che prova. Rispetto all’amore iniziale per René, il suo percorso con Sir Stephen è molto più consapevole; si può ben dire che, accettando quella schiavitù così rigida, ella impari a conoscersi meglio e a capire cosa vuole davvero dal legame con un uomo (ed è lei stessa a dirlo, verso la fine del romanzo). Quando si arriva alla vacanza in Costa Azzurra, verso la fine, O non è più innamorata di René. L’autrice dichiara che ella è completamente felice del fatto che Sir Stephen disponga di lei come preferisce, anche se non osa ammetterlo apertamente con lui (la traduzione è di Andrea D’Anna):
“Avrebbe mai osato dirgli che nessun piacere, nessuna gioia, nessuna fantasticheria era paragonabile alla felicità che provava per la libertà con cui egli si serviva di lei, all’idea che egli sapeva di non dover usare nessun riguardo, di non dover tenere conto di nessuna limitazione nel cercare il proprio piacere sul suo corpo?”.
La domanda resta aperta, ma per tutto il romanzo O non dice nulla a Sir Stephen di questo. Per quanto sottomessa, è una donna che sa tenersi dei segreti. Così come non gli parla mai, o almeno nel romanzo non se ne fa mai menzione, del fatto che per René non prova più nulla, o del piacere che ha provato a frustare Yvonne mentre si trovava da Anne-Marie, e men che mai di molte altre cose. Di regola, O di ciò che le dà piacere non parla ai suoi amanti, che ne sia innamorata o no. Ed è molto brava a procurarsi ciò che le piace e che vuole, tant’è che si infastidisce molto quando qualcuno le resiste, o è scostante con lei - si veda il caso di Jacqueline verso la fine del libro. Proprio quando smette di concedersi sessualmente a O, succede che Jacqueline le diventi antipatica. Le ragioni dichiarate ed esplicite sono molteplici, ma guardacaso il momento è quello, la fase è quella. Per una donna che si pretende sottomessa, O è sempre facile all’irritazione quando non può soddisfare le proprie voglie.
Da questo punto di vista, la sua devozione a Sir Stephen dipende - e anche questo, verso la fine del romanzo, è detto esplicitamente - dal fatto che lui non la delude mai: è ferreo, severo, inflessibile. Le infligge dolore, la umilia, la cede ad altri uomini, dispone del suo corpo senza darle tregua e senza nulla concederle. E soprattutto sa gestire la sua sottomissione anche quando O esita, protesta, si ribella, fin da quando la sodomizza la prima volta, sul pavimento del proprio salotto. Non serve a nulla implorarlo: O lo fa, ma come un automatismo, capisce che non otterrà mai pietà e lui la farà soffrire quanto desidera e la userà come desidera. E d’altronde, le rare volte che Sir Stephen chiede esplicitamente ad O il suo consenso prima di farle qualcosa, come quando la frusta a sangue, ottiene sempre una disponibilità completa.
Non si tratta, dunque, soltanto di masochismo, se con questa parola intendiamo il semplice piacere ricavato dal dolore. Il dolore è importante, naturalmente, così come lo sono le umiliazioni, il degrado, le punizioni e la disponibilità sessuale verso altri uomini. Ma queste esperienze, queste sofferenze acquistano il loro significato all'interno di una struttura più complessa: quella dell'appartenenza. O desidera che qualcuno amministri la sua sottomissione. Che decida quando punirla, quando offrirla ad altri, quando concederle piacere e quando negarglielo. Che non si lasci intimidire dalle sue resistenze e che sappia mantenere la propria autorità anche quando lei non riesce, o non vuole, essere obbediente. La ribellione, in questo quadro, non è necessariamente la negazione del desiderio di sottomissione - può esserne una componente. Il padrone ideale non è colui al quale non si oppone mai resistenza, ma colui che sa affrontarla senza perdere la propria posizione.
L’edizione di Storia di O in mio possesso, che è quella del 1989. Secondo me, la più bella che sia mai stata realizzata in Italia. Erano altri tempi.
Perciò è difficile comprendere Histoire d’O se si rifiuta di prendere sul serio la soddisfazione che la protagonista dichiara di provare. Leggere ogni sua scelta come il sintomo di una volontà annientata significa, paradossalmente, negarle proprio quella soggettività che si pretende di difendere. O giudica gli uomini e le donne coi quali interagisce sessualmente. Ne riconosce le debolezze. Prova attrazione, compassione, insofferenza, desiderio. Non è indifferente a chi la possiede, né alle modalità con cui viene esercitato il potere su di lei. René, che inizialmente sembrava avere un'autorità enorme, finisce per apparirle sentimentalmente fragile. Sir Stephen, invece, possiede la qualità decisiva: sa essere il padrone che lei desidera.
Ecco perché il marchio a fuoco sulle natiche, forse il simbolo più estremo del romanzo, non deve essere per forza interpretato come un atto d'amore. Può rappresentare qualcosa di molto diverso: il compimento di un'identità erotica. O desidera appartenere, e il marchio mostra a chiunque possa vederla che lei è una cosa di proprietà di Sir Stephen, in modo possibilmente definitivo. Un marchio a fuoco lo è. Agli occhi di O tutto torna, per cui essere marchiata a fuoco va bene, per lei.
Copertina dell'edizione francese di Histoire d’O, 1962. Fotografia: Tangopaso. Immagine in pubblico dominio, Wikimedia Commons. Erano tempi in cui i libri scandalosi avevano sovente copertine da saggio illuminista.
In questo senso, il suo rapporto con Jacqueline non è una semplice avventuretta lesbo. O può trovare attraente qualcuno che non sia Sir Stephen e trarne piacere senza che questo comprometta minimamente la sua appartenenza. L'esclusività che cerca non è quella del desiderio sessuale, ma quella dell'autorità. Il corpo può essere ceduto; il potere di cederlo resta altrove (e, dopotutto, Sir Stephen l’ha incoraggiata ad andare a letto con Jacqueline dal primo momento). È un'idea che mette in crisi anche una certa concezione convenzionale della libertà, perché siamo abituati a identificare il fatto di esser liberi con la possibilità di scegliere, decidere, sottrarci alle imposizioni. O sembra invece trovare soddisfazione nel desiderio di rinunciare a queste prerogative. Ella è capacissima di provare desideri e anche di appagarli, ma scopre di volere una condizione nella quale la propria volontà non abbia l'ultima parola. Certo, il paradosso c’è: la sua volontà si manifesta nel desiderio che un'altra volontà prevalga sulla sua. E il romanzo non offre una soluzione filosofica a questa contraddizione. La mette in scena, la esaspera, ne esplora le conseguenze più inquietanti. Direi che è questa la ragione per cui il romanzo funziona.
Non credo, con ciò, che Histoire d’O sia un romanzo sull'amore che conduce alla schiavitù. Mi sembra piuttosto un romanzo sulla scoperta che la schiavitù, per la sua protagonista, può costituire una forma di realizzazione erotica indipendente dall'amore. René è l'uomo che la conduce alla soglia di questa scoperta. Sir Stephen è quello che sa accompagnarla oltre, con una severità che René non possiede e che O finisce per considerare indispensabile. Se O accettasse tutto per amore di Sir Stephen, ma non ne godesse e non ne traesse felicità, il romanzo narrerebbe il trionfo di un sentimento su ogni altro interesse. Ma se O desidera Sir Stephen soprattutto perché egli sa dominarla, allora l'ordine dei fattori si rovescia: non è la sottomissione a servire l'amore, è il padrone a servire il desiderio di sottomissione. E forse è questa la provocazione più radicale di tutto il libro, e ciò che ne fa un romanzo tutt’altro che banale. O non è una donna che rinuncia a sé stessa per amore di un uomo, ma una donna che trova ciò che cerca proprio nella rinuncia a disporre di sé. Una donna che non smette di desiderare quando diventa schiava, e per cui il fatto di esser schiava è il coronamento di un desiderio, ma che non smette di averne di molteplici e disparati.