Life Framer Photography Prize, mostra collettiva dei vincitori, XI edizione

Capita, a volte, di decidere di andare a vedere una mostra un po’ a caso, spesso per esclusione, a volte per intuito. Se sono andato alla mostra di Life Framer Photo Prize – XI Edizione (2026), organizzata da Life Framer presso le Officine Fotografiche di Roma, è sicuramente per la prima ipotesi, e sono contento di dire che nel complesso me la sono goduta. Qualche appunto sparso:

  • C’era una foto in esposizione di Elisabete Mendes, quella della ragazza nera a mollo nell’acqua marrone, della quale mi sono chiesto per dieci minuti buoni quanto la convergenza di tono della pelle, luce e palette dipendesse dallo scatto, dalle circostanze, dalla postproduzione. Poi ho smesso di chiedermelo e ho concluso: ma che figata, chissenefrega.

  • Per la serie “anche meno”: la foto di Russ Rowland, quella della figurina di donna (è una donna?) nella distanza accompagnata dal cane (è un cane?) con i rami in primo piano. Bella, ma ho trovato gli effetti luminosi davvero troppo invadenti. Uno di quei casi in cui, secondo me, il fotografo si innamora della propria soluzione e tende a esagerare. Mi viene in mente perché capita anche a me, capita a tutti. Tra l’altro, ha vinto il primo premio. Secondo me c’era di meglio, ma non è una scienza esatta, come si sa.

  • Casi in cui le facce fanno tutto: la foto di John Walmsley, quella col ragazzino che guarda in macchina e pare strabico, la ragazzina sulla sinistra guarda in macchina e pare che ci stia prendendo per il culo e poi tra i due c’è una ragazzina con un’aria che non si capisce se è sospettosa o incazzata. Probabilmente è scocciata di essere in secondo piano nella foto. Diciamo che qui Walmsley ha beccato tre facce pazzesche e si è portato la foto a casa così. Gli resta il merito di aver saputo scattare una foto in cui due, forse tre persone guardano in macchina e il risultato non è da buttare, tutt’altro.

  • La foto della ragazza sotto il Colosseo, quella di Marcella Mastrorocco. Non ho capito perché era in mostra. Cioè, qual è il senso? Una ragazza coi capelli lunghi sotto il Colosseo, vicino al sito dei lavori della metro. La luce non era niente di che. Il taglio, visto e stravisto. Pare che, nella giuria, sia molto piaciuta a Jesse Marlow. Boh.

  • La foto di Michael Pappas: faceva veramente troppo Lezioni di piano, epperò la composizione era proprio bella. Uno di quei casi in cui, fossi stato io a giudicare, non avrei saputo che dire. Vince il fatto che è bella? Vince che si sente Lezioni di piano a sfare? Cioè veramente, pare di sentire Michael Nyman che suona The Heart Asks Pleasure First in sottofondo. Forse avrei tirato una monetina.

  • La foto di Azumi Habib: quel bianco e nero, quell’abbandono, quelle linee così classiche, quell’acqua. Ho ammirato tutto, ho invidiato tutto. Solo bellezza. Quei capelli crespi, quel braccio piegato. Ma come si fa? Splendore puro.

  • C’erano altre foto che non avrei premiato mai manco sotto tortura. D’altronde mi sono iscritto a diverse competizioni di Life Framer e non ho mai vinto nulla. Niente di male, ho vinto altre cose, in altri contesti. È per dire che forse le loro giurie hanno in testa delle idee di bellezza che per me non sono niente di che. Ci sta.

  • Volevo comprare il catalogo. Non c’era. Ma perché?

  • Le foto erano appiccicate al muro con le puntine e le clip (giuro, si vede dagli scatti che ho fatto se non volete credermi). Capisco che la ricerca si giovi in qualche modo di una patina spartana e underground. La ricerca si può permettere questo e altro. Ma la prossima volta sarei dell’idea di permettersi anche qualche cornice.    

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