Questa tendenza milanese dei ristoranti sbrilluccicosi a me piace molto

So che la metafora dell’acquario è abusata, ma l’effetto è quello: il muro a griglia azzurra, i lampadari in fila che si riflettono nel pavimento nero, quella passerella lucida che sembra non finire mai. Le curve bianche a sinistra fanno da sipario, e le felci mettono un po’ di giungla nel futurismo. Ti siedi ed è già un film o una serie tv, sai di essere a Milano ma ti senti anche un po’ a Dubai, con l’idea che anche la cena sia una scenografia. E i rossi delle sedie, lì, fanno da punteggiatura. Di sicuro ha preso qualcosa dal kitsch: ma non è kitsch; è dichiaratamente esagerato… e per questo, stranamente, elegante. Mi ci perdo volentieri.

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Confessioni di una bomba al fosforo (*)

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Da: Josephine Hart, "Ricostruzioni", trad. Vincenzo Mantovani.