Confessioni di una bomba al fosforo (*)

Mi hanno assemblata in una fabbrica sulla riva di un fiume

E quando mi hanno alzata sul nastro per montarmi la culatta di protezione

Ho visto dai finestroni i battelli a ruote scivolare lenti

Sulla corrente senza onde e senza turbamenti

Mentre operai ventenni mi maneggiavano con cautela esagerata

E il caposquadra rideva: “Scemi, mica può esplodere se non è innescata”

Ma io li capisco, il fosforo spaventa anche i più audaci

Brucia ciò che gli capita a tiro dai palazzi ai pappataci

E quando mi hanno portata a bordo di una nave, perché mi aspettava il mare

Anche i marinai guardavano con apprensione il container speciale

“A questi non gli bastano mai”, ha detto il capitano guardando il manifesto di carico

E così, insieme ad altre trentuno mie sorelle, doppiando le colonne d’Ercole

Sono entrata in un mare più stretto e vagamente claustrofobico

Per chi è stata progettata per sfrecciare dal cielo calando come un’iperbole

Su un discorso che sta giusto aspettando di infiammare le anime

Ed io infiammo ogni cosa che tocco, e tutto rendo friabile

Salvo ciò che si liquefà come una relazione instabile

Alla notizia di una infedeltà o di un atto di malagrazia

Che turba il senso comune come fece Ipazia

Quando muoio trovo il senso della mia vita, come lei resto nubile

Perché non esiste sposo che possa amarmi senza perire

E gettandomi dall’ala di un cacciabombardiere, buco le nuvole

Chiedendomi se ho delle ultime parole da pronunciare

Porto alfabeti bianchi che si attaccano alla pelle come cenere

Scrivo proclami muti sui tetti, che il vento non sa cogliere

Sono l’elogio dell’attrito, la sorella della calce viva

Mi spegni solo togliendo aria, sono la danza di Shiva

Che con il medesimo passo e gesto, crea e distrugge

Sono l’eternità che stampa sagome sui muri mentre fugge

Precipitando vedo cortili con le lenzuola stese, l’acqua nei catini a bollire

Vedo finestre chiuse in fretta, in quel futile istante che segue l’atto di capire

Che poi capire non serve a nulla, al mio cospetto ogni precauzione è inutile

Quanto un pornoattore che scopre di avere la disfunzione erettile

A meno di non trovarsi in cantina, e anche lì è discutibile

Se sei troppo vicino al piano stradale, ti saprò ugualmente uccidere

Mi chiamano “illuminante”, ma la mia luce è un torto che non sa guarire

Una domenica pomeriggio che diventa lunedì senza avvisare

Ho fatto un giuramento in fabbrica: nessun amore, nessun altare

Solo contatto, frizione, chimica e l’istinto verticale del precipitare

Non ho patria, né radici: nessuno più di me è internazionale

Il cumulo di macerie che lascio sarà dovunque uguale

E se è notte chi mi vedrà, penserà “stella”, prima di capire

Sarà tardi, perché io risplendo mentre insegno a sparire

(*) Nota di lettura/contestualizzazione: le cosiddette “bombe al fosforo” sono munizionamenti che contengono fosforo bianco, una sostanza che si accende a contatto con l’ossigeno e produce fumo denso e calore estremo, con un effetto incendiario capace di provocare ustioni profonde e di continuare a bruciare/riaccendersi finché trova aria.

Sul piano giuridico, il fosforo bianco non è trattato come arma chimica, perché può essere impiegato anche per cortine fumogene/illuminazione, e ciò lo sottrae ai vari trattati che disciplinano l’uso di queste armi; tuttavia il suo uso come incendiario è strettamente vincolato dal diritto umanitario: è sempre vietato prender di mira civili e beni civili; inoltre il Protocollo III della Convenzione su alcune armi convenzionali proibisce l’impiego di armi incendiarie aviolanciate contro obiettivi dentro “concentrazioni di civili” e restringe fortemente anche gli impieghi non aerei in aree popolate. In pratica, in contesti urbani è facilissimo sconfinare nell’uso indiscriminato o sproporzionato, e questa cosa è successa diverse volte.

La poesia gioca proprio su questa ambiguità lessicale (“illuminante”) e logistica: il fosforo nasce in filiere industriali e militari transnazionali, passa per porti e rotte commerciali, e finisce spesso dove le città sono dense e vulnerabili - cioè dove, pur esistendo “usi leciti” dichiarati, l’effetto reale tende a essere quello che il testo mette in scena.

[Poesia portata il 13 febbraio 2026, in una versione un po’ accorciata, al poetry slam delle biblioteche del CSBNO a Villa Cortese]

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Questa tendenza milanese dei ristoranti sbrilluccicosi a me piace molto