No, Pasolini non era fascista
Qualcuno ha detto che Pasolini era fascista. È una scorciatoia comoda, e infatti è sbagliata. Pasolini è stato molte cose insieme: un comunista anomalo, un moralista brutale, un reazionario del costume, un mistico laico, un eretico permanente. Senza di lui non sarebbero esistiti intellettuali come Fabrice Hadjadj e Giovanni Lindo Ferretti - e avremmo dovuto fare a meno di quel gioiello di canzone che è Amandoti, il che sarebbe niente meno che una tragedia.
Pasolini stimava Ezra Pound, è vero; e nella sua prefazione a Zebio Còtal di Guido Cavani si legge una penna visceralmente passatista, attaccata a un mondo contadino perduto, ostile alla modernità che omologa. Nei “Corsivi” sul “Corriere” parla spesso come un profeta stanco, più vicino per temperamento a Pierre Drieu La Rochelle che a Marx. Il suo bagaglio simbolico è quello di un reazionarismo rurale, intriso di nostalgia e di culto dell’innocenza perduta. Fin qui, tutto noto.
Ma fermarsi qui è tradirlo. Perché nelle Lettere luterane e in tanti scritti coevi c’è un arsenale di antidoti a ogni fascismo possibile. Pasolini odia quello che chiamava "edonismo di massa" perché lo riconosce per ciò che è: una nuova pedagogia autoritaria, non più in camicia nera ma in maglioncino di cachemire (li mortacci tua, Marchionne). Denuncia il consumismo come potere totalizzante, capace di fare ciò che il fascismo storico non riuscì: entrare nei corpi, nei desideri, nei linguaggi. Rifiuta l’idea di Popolo come massa compatta, diffida delle adunate, disprezza gli effetti anestetici della pubblicità e della scuola ridotta a fabbrica di consenso. Chiama “nuovo fascismo” la normalizzazione, l’obbligo di essere felici, la cancellazione del conflitto. Può piacere o no, ma è un vaccino, non un’epidemia.
Dire che Pasolini è fascista è come dire che Vilfredo Pareto lo fosse in blocco: sì, Pareto fu amico e persino ispiratore del primo Mussolini, sansepolcrista e muscolare; ma l’elitista feroce di Parigi sarebbe inorridito davanti alle adunate ubriacanti di Piazza Venezia, alla coreografia di massa, al potere che si legittima col boato. Si può essere reazionari nell’anima e insieme incompatibili con il fascismo: perché il fascismo ama le folle, l’obbedienza, lo scattare sull'attenti; Pasolini amava le minoranze, le differenze, i dialetti, gli stonati. Era il contrario del gerarca in uniforme: un uomo di scarti, di contraddizioni.
Se vogliamo usarlo come clava, falliremo. Se invece lo leggiamo davvero, scopriamo un intellettuale spigoloso e urticante che ci avvisa: il dominio non passa solo per i manganelli, ma anche per i consumi, le mode, i format. E che la libertà non è nel farsi andar bene qualunque cosa, anche la più sconcia e deturpante, ma nel diritto di restare dissonanti, perfino quando ciò vuol dire essere antimoderni. Che poi, badate, questa non è un’apologia, ché io Pasolini se l'avessi conosciuto non sarei riuscito a passarci cinque minuti nella stessa stanza: è un invito a distinguere. E a non confondere il chiaroscuro con la camicia nera.