Ma quale specchio
Lo si rilegge sempre con piacere, Le benevole di Jonathan Littell. Tuttavia, non bisogna fare l'errore che ha fatto qualche critico e molti lettori, e cioè di considerarlo uno specchio della realtà o un libro che racconta la verità dell'orrore nazista visto "da dentro". Le benevole è un mélo gigantesco e crudele, condito da passioni inesauste e feroci anzichenò, uniformi delle SS, orrori di guerra, violini in sottofondo. Le benevole è l'esplorazione sublime di un cliché, quello del nazista che uccide e suona Bach o si commuove per Schubert o Beethoven o Haydn o quel che è (per dire: ce n'era uno in Schindler's List, ce n'è un altro in quel film sulla riunione a Wannsee di gerarchi che progettano la Soluzione Finale, ce n'è uno insomma un po' ovunque). Che suona Bach o si commuove per Beethoven o piange davanti a un paesaggio bellissimo o sospira davanti a un quadro di Bochlin. Il nazista come culmine malato dell'epopea romantica tedesca, insomma. Solo che in questo libro è il nazista che parla, che racconta la storia - e dunque, un avvitamento mica male: un personaggio che ha in sé il germe malato dell'epopea romantica, che racconta una storia che è sostanzialmente un'epopea romantica malata -. Ed è tanto colossalmente e palesemente e sfacciatamente mélo, questa storia, questo libro, e la penna che lo scrive, da non cadere mai nell'errore di vergognarsi dei propri espedienti: anzi, tutt'altro, e ben giustamente, Le benevole li sbandiera anziché rinnegarli (e il modo in cui il protagonista rimane bloccato oltre le linee russe è del tutto emblematico di questo discorso). Le benevole è l'esplorazione a tinte forti di un pezzo del nostro immaginario, non il ritratto di un soggetto reale. Che poi l'immaginario abbia sulle vicende umane, e sulle nostre proprie azioni, un peso non indifferente, è cosa da non sottovalutarsi; ed è (anche) per questa ragione (tra le tante) che val la pena di esplorarlo.