Eastern Promises, ovvero La promessa dell’assassino

Alcune osservazioni fatte con calma su La promessa dell’assassino, di David Cronenberg: film che, per misteriose ragioni, è stato chiamato così in italiano mentre in inglese si chiama Eastern Promises, che secondo me è molto più bello (e infatti da ora lo chiamerò così in questo post). Visto che è uscito quasi vent’anni fa, non starò a preoccuparmi degli spoiler, perché va bene tutto, ma stare a pensarci sarebbe come se qualcuno negli anni Ottanta si fosse preoccupato di non spoilerare Ben Hur.

Abbiamo un Cronenberg che, in A History of Violence, aveva iniziato una transizione verso una fase simbolista. In Eastern Promises la transizione si completa e Cronenberg, che in A History of Violence aveva talora usato simboli un po’ vecchiotti e scontati - ricordate il lavacro dell'eroe alla fine del film? Stavolta, invece, fa una scelta più coerente e decide di costruire la sua narrazione con mattoni simbolici molto potenti, quelli dell’iconologia cristiana. E così’, con notevole equilibrismo, riesce a portare a compimento (in un film di un’ora e quaranta minuti) un ciclo mosaico, e un ciclo cristologico.

Nel ciclo mosaico che vediamo in Eastern Promises, Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen) è un profeta: anticipa gli eventi, sa cosa accadrà mentre gli altri non lo sanno ancora) Ciò gli consente di portare in salvo il Popolo Eletto :ovvero Anna Khitrova interpretata da Naomi Watts; i suoi familiari; e la neonata che la Khitrova ha fatto nascere. Il Popolo Eletto si è avventurato in territori aspri e pericolosi, sospinto dal messaggio contenuto nel Libro (il diario della prostituta-bambina); in territori siffatti il Popolo Eletto non è a suo agio, e soffre: perché non è quello il suo posto - e ben lo dice Luzhin/Mortensen in una memorabile sequenza, quella in cui Khitrova/Watts lo insegue fuori dal fast food. Luzhin/Mortensen protegge e salva il Popolo Eletto, traendolo fuori dalla terra ove esso è caduto in prostrazione e asservimento.

Nel ciclo cristologico, Luzhin/Mortensen è il padre putativo (Giuseppe) della creatura – dal nome emblematico: Christina - che Khitrova/Watts ha fatto nascere, anche se non dalla propria carne (bensì da quella della prostituta-bambina, che muore nel portare a compimento il parto). Il richiamo a Giuseppe è duplice, perché – in un intenso meccanismo di sovrapposizione - Luzhin/Mortensen non è solo il Giuseppe/padre putativo, ma anche quello “venduto dai fratelli” (si veda la scelta compiuta da Semyon, capo del clan malavitoso Vory y Zakone, a beneficio del proprio figlio carnale Kirill). L’intera vicenda, non a caso, si svolge nei giorni tra Natale e Capodanno. Essa si compie quando, grazie a Luzhin/Mortensen, Christina viene letteralmente “salvata dalle acque” del Tamigi; per arrivare a questo, Luzhin/Mortensen attraversa anche una fase di Passione a sfondo messianico, laddove viene duramente ferito dai suoi nemici, e ciò nonostante risorge per via del Segno che è stato posto su di lui: Segno che sarebbe sacrilego sprecare, com'egli rammenta anche all'ispettore di Scotland Yard.

Questo per quanto riguarda l’iconologia del film, anche se trattasi unicamente degli aspetti essenziali: Eastern Promises è una costante sovrapposizione di temi simbolici, una vera miniera di significati. Tra gli elementi più apprezzabili, la capacità di Cronenberg di restituire alla Morte, alle uccisioni, la loro valenza arcaica (tutti i personaggi uccisi muoiono per colpi d’arma da taglio); i molti dialoghi in russo non tradotti, vera e propria “prova su strada” di una possibile soluzione filmica basata su dialoghi zaumnyj, transmentali, come avrebbe detto Velimir Chlebnikov. Perché è vero che in russo quei dialoghi lì vorranno pur dire qualcosa, ma lo spettatore italiano (o americano, o inglese, o francese…) non lo saprà mai, a meno che non sappia il russo; eppure la forza di quei dialoghi sta proprio nel fatto che mantengono la capacità di espressione, anche se la lingua non si capisce.

Devo pur accennare, infine, all’impeccabile uso dei corpi dei personaggi come veicoli di messaggi, e portatori di un apparato simbolico; non solo per via dei tatuaggi, attraverso i quali Luzhin/Mortensen/Giuseppe viene “riconosciuto”, quando i suoi “fratelli” lo vendono; ma anche nel modo in cui i corpi sono strumenti per dare testimonianza di sé - per convincere Kirill di non essere frocio, Luzhin/Mortensen deve scopare una puttana sotto i suoi occhi: scopata che appunto non esprime nulla in termini di piacere, ma è un puro segno di riconoscimento. Perfetta anche l’inquadratura finale, in cui Luzhin/Mortensen – avendo finalmente completato i due cicli, quello mosaico, con l’Esodo; e quello cristologico, ove si sovrappongono infine, nella sua figura, il ruolo di padre putativo e quello più precisamente “messianico” – è Sovrano con pieno diritto. E in questa sua nuova veste di Sovrano, al termine del film, noi lo vediamo ancora una volta alle prese con il diario della prostituta-bambina: evidenziando simbolicamente che, in una storia come questa, dalla sapienza del Libro neppure il Re può prescindere.

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