Un panno per toglier lo sporco dal vetro di una macchina

Io penso che a fare la differenza, in un romanzo, siano - spesso e volentieri - certe scene che sono come un panno per toglier lo sporco dal vetro di una macchina. Ovvero, ripuliscono e consentono di vedere. Io quando ne becco una, di scene così, è sempre una gran soddisfazione perché poi anche tutto il resto del romanzo, anche quel che c'è prima, non so come dire: ti vien voglia di tornare indietro per rileggere tutto, o buona parte del tutto, alla luce di quel pezzo lì. Non è che lo fai sempre ma la voglia ti viene. Queste scene non sono epifanie, eh no: non sono punti esclamativi. Non sono momentri aurorali dell'esistenza, non sono apocalissi (nel senso etimologico: rivelazioni). Non c'è qualcuno (un dio, un destino?) che dall'alto rivela qualcosa a qualcun altro. Queste scene, di cui sto parlando, hanno semmai la calma, distesa inevitabilità di uno straccio che pulisce il vetro della macchina. Se hai il parabrezza sporco, che fai? Ti fermi e gli dài un colpo di straccio, o più d'uno: quanti ne servono a pulirlo. Una cosa inevitabile se non vuoi fare un incidente. Non è mica una epifania che ti vai a schiantare, altrimenti. Pulire il vetro è una misura di vecchio pedestre buon senso.

Lo devi fare sennò vai a sbattere. Ecco perché parlo di inevitabilità. Un libro che è fatto per buona misura di scene così è Cent'anni di solitudine di Marquez. Ci son dietro, dentro, così tante storie, che si accavallano l'una sopra l'altra, che uno ha la sensazione che l'autore sia stato lì tutto il tempo a pulire il vetro con lo straccio, per consentire a noi di raccapezzarci, di vederle un po'. Però sinceramente, secondo me, di libro come Cent'anni se ne può scrivere uno ogni tanto. Ha tante virtù, quel libro, ma se devo proprio imputargli un difetto direi che manca di discrezione. Invece ci sono autori che quando passano lo straccio lo fanno con una misura invidiabile. Prendete il McCarthy di Non è un paese per vecchi ad esempio. A un certo punto c'è una scena che è proprio una bella schiarita. Lo sceriffo Bell racconta di una volta che è sfuggito per miracolo alla morte. Stava per fermare un'auto sospetta, come gli sceriffi usano fare quando ne vedono una, senonché quelli gli hanno sparato per primi dal finestrino, con un fucile. Lo sceriffo Bell se la cava per miracolo; ed è un piacere stare a sentire come la racconta McCarthy. Poi, con la macchina ridotta a un colabrodo, Bell si ferma in un bar. Ed è lì che McCarthy passa lo straccio, pulisce il parabrezza del suo romanzo, e ci lascia vedere. Sentite qua, nella traduzione di Martina Testa: "Sono tornato a Sanderson e mi sono fermato al bar e vi assicuro che la gente è arrivata da tutte le parti per guardare quell'autopattuglia. Era completamente coperta di buchi. Pareva la macchina di Bonnie e Clyde. Io non avevo un graffio. Nemmeno con tutti quei pezzi di vetro. Per questa cosa mi hanno anche criticato. Per aver parcheggiato lì. Hanno detto che era come mettersi in mostra. Sarà, forse mi volevo mettere in mostra. Ma avevo anche un gran bisogno di quel caffè, ve l'assicuro". Una passata di straccio che lo fa vedere poi bene, quel mondo lì. Bisognerebbe dirlo proprio, a chi scrive libri, che una cosa che ogni tanto si deve fare è passare lo straccio.

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Ma quale specchio

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Insomma, è tutto un imbroglio