Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino

Ho letto da qualche parte, mi pare che l’abbia detto Sam Peckinpah, che il cinema è la giusta miscela di azione forte e personaggio forte. Bene. Qui c’è il personaggio, un gran personaggio: e si può dire che l’invenzione di questo personaggio sia la cosa più bella, e micidiale, di tutto il film.

Micidiale, perché ti lascia secco.

Parliamo di un uomo che s’è ridotto - o è stato ridotto, non si sa bene - ad una specie di statua animata: nel senso che si muove come spinto da una forza che non gli appartiene, e ogni gesto è il veicolo di una sofferenza che neanche Sviatoslav Richter, a ottant’anni, riusciva a tirar fuori. Il bello è che noi, spettatori, sentiamo il dolore e la rassegnazione di ogni suo gesto, e tutta la miseria che c’è lì dentro: dentro il gesto, cioè. Sentiamo tutta la rovina che c’è stata prima e dopo, e capiamo - magari d’istinto, senza riuscire a spiegarlo a parole, eppure con quella chiarezza impeccabile, quell’eleganza atroce che hanno le sentenze di morte - che quello è un uomo condannato: lo capiamo ineluttabilmente.

Lo capiamo grazia alla telecamera di Sorrentino: che disegna percorsi geometrici impeccabili seguendo, o anticipando, le scia di fumo delle sue, immancabili, sigarette. Questo tipo, dunque, se ne sta in un paese svizzero, si chiama Titta Di Girolamo - nome frivolo, lo dice lui stesso: l'unica cosa frivola che ha - e fa delle cose. Poche cose. Ogni cosa ha il suo preciso senso e significato, serve a occupare il tempo, ad abitare il tempo, forse, come fanno certi personaggi dei libri di Ishiguro, o (per restare in Italia) di Pirandello. Per la verità, la faccenda è un po’ più complessa, perché a un certo punto cominciamo a distinguere tra le cose che Titta Di Girolamo fa perché vuole farle, e le cose che invece fa perché deve farle. C’è un motivo, un motivo serio, che lo spinge a starsene lì. Non è che quel posto in Svizzera, dove sta, gli piaccia. C’è un segreto. Io, qui, non ve lo dico nemmeno se mi ammazzate.

Poi. Ci vuole anche azione forte, in un film, si diceva. E allora: come il protagonista di un dramma pirandelliano (e due), Titta Di Girolamo ha il suo bravo destino che, implacabile, lo inghiotte: uomo condannato, si diceva. Non ci aspetta alcuna visione consolatoria dietro, o oltre, i piani sequenza da cinque minuti in cui lo vediamo scivolare, e perdersi, ma sempre risucchiato verso il destino che lo attende. Viene in mente il vecchio poeta di Quando si è qualcuno (sempre Pirandello: e tre). Come lui, anche Titta Di Girolamo si concede il suo bravo gesto di ribellione al destino, a un certo punto. Che poi è una cosa piccola, eppure enorme. Strafatto di eroina, rivela il suo segreto: un gesto di ribellione più grande, e bello, di quel che può sembrare a un osservatore distratto. Lo rivela una ragazza che si chiama Sofia, di cui - se in certi drammi valessero le regole della vita reale - Titta dovrebbe ammettere di sapere ben poco. Ma Le conseguenze dell’amore è un film, e con la vita reale c’entra il minimo indispensabile: quel tanto che basta a metterci in relazione con la storia, e i personaggi. Così, quando Sofia fa notare a Titta Di Girolamo che lui “non la conosce”, l'uomo può concedersi uno scetticismo dignitoso, e lecito, e bellissimo. Ha sbirciato la schiena nuda di Sofia, Titta Di Girolamo, di nascosto: e a volte, per fare certe cose, questo è il solo tipo di conoscenza che conti.

C'è, alla fine del film, quando Titta ritorna in Italia, un altro gesto che qualcuno sostiene essere un gesto di ribellione: il secondo. A me è sembrato, piuttosto, un gesto di disperazione: è il bello delle opinioni, non averne di uguali. Trattasi comunque di un gesto in sintonia con il carattere di Titta. E a questo punto, come lui, mi rifiuto di dire altro.

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