Gyakushu!, di Dan Hipp

La storia si compone di tre albi a fumetti piccoli, agili e tascabilissimi editi in italiano dall’editore ReNoir (per i feticisti c'è il cofanetto). Val la pena leggerla in quanto ennesimo tentativo di un narratore contemporaneo di fare il punto sul revenge play, mantenendosi stavolta nei binari della postmodernità - laddove invece la Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook sceglieva di tornare alle origini, alla tragedia greca. Ma qui il rapporto con la postmodernità non si realizza nel disimpegno: non c'è in Gyakushu! la giocosità di Kill Bill, o di Bastardi senza gloria. Non c'è il gusto per il pastiche, il manierismo barocco: anzi, l'intero fumetto è giocato su una essenzialità di tratto e di tono, sull'uso del linguaggio gestuale anziché di quello parlato ogni volta che sia possibile, e sulla volontà di mantenere gesti e movenze nelle gabbie del rigore stilistico. Valga per tutte la sequenza in cui il ladro, al momento di avventarsi sul maligno Wretchik, scivola letteralmente fuori dai suoi stivali per lanciarsi - lieve come gli sbuffi di fumo che fuoriescono dalle bocche dei personaggi - su un tappeto di neve e balzare, spada in una mano e falce nell'altra, addosso al suo avversario.

E pure nella robusta economia di parole, Dan Hipp riesce nell'impresa di fare un gran lavoro di riflessione sull'atto del narrare: ciò di cui oggi il revenge play ha bisogno, affinché esso possa essere criticamente inquadrato. Perché, vien da domandarsi, oggi il revenge play "tira" così tanto, e perché i nostri tempi sembrano esigere racconti di vendetta? Cosa ci dice, su di noi così come siamo oggi, il racconto di una rappresaglia feroce e spietata? Perché le storie di vendetta ci parlano?

Giakushu! prova a rispondere a queste domande per mezzo di un uso, sapiente, degli strumenti metanarrativi. Perché, appunto, siamo nell'alveo della postmodernità: età che più d'ogni altra ha glorificato le prassi di metanarrazione, spesso ben oltre il dovuto. Ma in Gyakushu!, invece, tutto si tiene e il processo metanarrativo funziona. La storia della vendetta del ladro ci viene raccontata da un vecchio, che pure è dentro la storia: e infatti alla fine del secondo albo scopriamo che non la sta raccontando a noi, ma a un personaggio. Tutti i discorsi del vecchio, di commento alla storia, sono riflessioni non tanto sulla storia in sé, ma su cosa possa significare l'atto di narrare una storia di vendetta e su quali aspettative possiamo nutrire (catarsi, recupero degli equilibri smarriti, etc.) nel sentir raccontare una storia di vendetta.

Di più non vi dico, sennò va a finire che comincio a guastarvi trama e colpi di scena. Solo due parole sulla storia, che vanno dette quantomeno per inquadrare l’oggetto di cui si sta parlando: Gyakushu! è la storia di un ladro che ruba un libro a un re. Questo libro era un libro che non si doveva rubare, e il re per via del fatto che è stato rubato si fa girare le scatole. Riesce a scovare il ladro e gli fa parecchio male, a lui e a quelli della sua famiglia. Solo che il ladro, creduto morto dal re, riesce poi a tornare per vendicarsi. Quando lo fa, son cazzi per tutti. Più revenge play di così, si muor… ecco, appunto.

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