Storia di una sconfitta, di B. H. Liddell Hart

Ciò che rende grande un libro di storia non è la quantità delle fonti, né l’originalità della tesi, né tantomeno la qualità della prosa - è il distacco. Non sto parlando di indifferenza, bensì di quella forma di lucidità morale e intellettuale che permette di guardare l’abisso senza farsene contagiare. Pensate a ciò che fa Liddell Hart in Storia di una sconfitta: a poco tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale, incontra e intervista generali tedeschi del Terzo Reich. Uomini che, fino a poco tempo prima, avevano fatto di tutto per ucciderlo, mentre lui - dall’altro lato - aveva tentato di uccidere loro. Eppure, nel libro non c’è traccia di rancore, né di trionfalismo (Liddell Hart stava coi vincitori, ma i vinti qualche anno prima avevano raso al suolo la città in cui abitava per un buon 20%; nella County of London circa il 17% dell’area edificata prebellica subì danni gravi, mentre oltre il 40% riportò qualche danno). C’è, piuttosto, una sorta di garbo sovrumano; una compostezza quasi musicale nel modo in cui interroga, ascolta, prende atto, sospende il giudizio. È questo, credo, che fa di Liddell Hart uno studioso degno di esser letto: la consapevolezza che la giustizia, dal punto di vista della Storia, non coincide con la vendetta morale.

La storia della contemporaneità - questa moda accademica recente - manca quasi sempre di quel distacco. Troppo vicina ai fatti, troppo immersa nel risentimento o nella militanza, scritta da persone che non riescono a tollerare l'ambiguità morale. Da come molti di questi storici scrivono, è evidente che non si siano mai posti la domanda fondamentale: saprei trattare con il garbo più squisito chi, per lungo tempo, ha cercato di uccidermi? Se la risposta è no, non sei pronto a scrivere di storia vicina a te. Puoi scrivere di attualità, di politica, di cronaca, ma non di storia.

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