L’epilogo reale ben prima dell’epilogo ufficiale

Ci sono foto scattate da me davanti alle quali il discorso sul soggetto, sulla composizione, sul colore, perfino sulla qualità tecnica, mi sembra importante fino a un certo punto. Intendiamoci, non è che non abbia importanza. Una fotografia sbagliata - e le foto sbagliate, di qualunque autore, sono sempre la maggioranza - resta sbagliata anche quando nasce da qualcosa che meritava lo scatto. Però esistono immagini in cui, almeno per me, succede un fatto diverso: ho la sensazione di avere raggiunto qualcosa che non coincide più soltanto con la foto in sé stessa. Qualcosa che non ha per forza un nome: un clima emozionale? Una forma di riconoscimento? Il momento in cui un’immagine smette di essere la registrazione di quel che c’è dentro, e diventa testimonianza di uno o più oggetti trascendenti?

Questa fotografia l’ho scattata quasi per caso. Non c’era un progetto preciso, non c’era la volontà di costruire un’immagine memorabile. C’erano la luce, il mare in fondo, le sedie vuote, il bianco dei muri, la vegetazione che faceva ombra. Una scena estiva, di calma pressoché innaturale: ricordo, infatti, la calma che c’era. Uno di quei pomeriggi sfiniti da una fatica che non si sa collocare nella memoria. Ci si sente terribilmente stanchi, ma di cosa, per cosa? Non è dato sapere. Anche perché sono pomeriggi che io riscontro immancabilmente quando mi reco nelle isole greche: posti dove sembra che non possa mai succedere nulla, che nulla sia mai successo.

(Parentesi curiosa: li riscontro anche in Sicilia, che secondo me è un’isola greca, non ha mai cessato di esserlo. Magari sarebbe meglio non farlo sapere ai greci, che poi finisce che la rivogliono indietro come i marmi del Partenone. Fatto sta che trovo curioso, e per questo lo annoto qui, come questa sensazione di immobilità e di non-succede-mai-niente io la riscontri in posti dove, dai tempi di Ulisse, di cose ne son sempre accadute fin troppe. Forse ci sono luoghi dove l’apparenza non solo inganna, che è quel che accade ovunque, ma si giunge al paradosso per cui la realtà si maschera dal suo contrario? Secondo me sì. Secondo me, Pirandello mi darebbe ragione. Devo chiedere conferma a una mia amica, la poetessa Cettina Caliò, che in Sicilia ci vive e la conosce di sicuro meglio del sottoscritto. Chiusa la parentesi).

E infatti questa immagine, se appena la guardo un po’ più a lungo, mi dice che perfino le cose più luminose possono essere già finite mentre stanno ancora accadendo. Mi dice che certe estati, certi luoghi, certe ore del pomeriggio non sono davvero presenti: sono già memoria nel momento stesso in cui le attraversiamo. La luce viene meno alla sua storica funzione consolatoria, in virtù della quale chiamiamo persone “solari” quelle che, in apparenza, di essere consolate non hanno bisogno mai. Sembra piuttosto una luce definitiva, una luce che ha già deciso tutto.

Le sedie vuote, soprattutto, mi fanno male. Non sono semplicemente due oggetti dentro una composizione. Sono posti lasciati liberi da qualcuno, o preparati per qualcuno che non arriverà. Il mare c’è, ma è lontano. Così rinchiuso, bloccato, sembra irraggiungibile. La scena è aperta e chiusa insieme: c’è una via verso fuori, ma anche muri, ombre, soglie, ringhiere, impedimenti minimi. Nulla di drammatico. Nulla di plateale. Ed è proprio questo a renderla più triste.

Probabilmente alcune fotografie funzionano così: perché, anziché spiattellare il dolore, mostrano l’istante prima di quello in cui il dolore viene dichiarato. Il momento in cui tutto sembra ancora intonso, integro: e invece qualcosa si è già separato da noi. Non importa se è un ricordo, un amore, un’amicizia, un sentimento di altra natura, un legame familiare, la vita di qualcuno che ci è stato amico o nemico. Siamo lì, convinti che ci sia. Solo che non è vero.

Non credo necessariamente che siano queste le immagini che vinceranno premi. Magari no. Magari conteranno di più la forza del soggetto, lo scavo psicologico, la padronanza del mezzo, la riconoscibilità del tema, la coerenza curatoriale. Va bene. Mi interessa, certo. Sarei bugiardo a dire che non me ne frega nulla.

Ma m’interessa fino a un certo punto.

Perché poi ci sono fotografie che, al di là della loro spendibilità, continuano a chiamarmi. Fotografie che non riesco a liquidare come riuscite o non riuscite, forti o deboli, tecnicamente corrette o imperfette. Fotografie che mi sembrano avere intercettato qualcosa che avevo dentro prima ancora di saperlo.

(Foto scattata ad Agia Pelagia, Creta, il 9 agosto 2025)

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