Il buon senso negli scacchi, di Emanuel Lasker
La cosa meravigliosa di questo smilzo libretto - sono 144 pagine nella mia edizione, ben tradotta da Federico Cenci - è che per l’intera sua estensione non fa che enunciare con moltissimi esempi un principio delizioso nella sua eleganza: tutti sbagliano, vince chi fa meno errori.
Sbaglierebbe, in primis, chi ci vedesse una lezione morale. Qui parliamo, semmai, di fisica elementare della condizione umana applicata a un quadrato di sessantaquattro caselle. Lasker sa che la genialità esiste, che una versione della genialità applicata agli scacchi esiste anche quella, ma non ne dà una versione miracolistica, non ci dice che il genio vede tutto. Dice quasi il contrario: il genio vede un po’ più degli altri, e soprattutto si mette nella condizione di non dover vedere l’impossibile. Non pretende la perfezione, che negli scacchi è superstizione da principianti. Semmai, applica una forma superiore di prudenza, una capacità di accettare quel tipo di errore che raramente si muta in catastrofe.
Questa è la cosa che mi ha colpito di più. Negli schemi di Lasker non c’è mai l’idea avventurosa e alta della combinazione folgorante, del sacrificio che spalanca i cancelli del cielo, della mossa che nessuno capisce e che venti mosse dopo si rivela inevitabile. Anche quello esiste, d’accordo, ed è il motivo per cui gli scacchi hanno una letteratura e non soltanto una manualistica. Ma, appunto, è letteratura. Lasker ammonisce il suo lettore che sotto la superficie eroica della partita c’è una verità molto più banale e prosaica: due persone si siedono una davanti all’altra, entrambe credono di ragionare, entrambe si raccontano che stanno costruendo qualcosa, e invece passano buona parte del tempo a fabbricare piccole crepe nella propria posizione. La differenza è che uno dei due se ne accorge prima dell’altro.
In questo senso Lasker è modernissimo, anzi ha un che di postmoderno. Esorta il giocatore che lo legge a diventare meno dissipativo. Ti consiglia sempre di non disperdere energia in gesti inutili. Devi capire che l’avversario - parliamo di campioni, qui, va inteso - non è un mostro metafisico seduto dall’altra parte della scacchiera: è uno che si stanca, che si innamora delle proprie idee, che a volte continua un piano solo perché lo ha iniziato. Come te. Esattamente come te. Facciamo tutti le stesse cose: d’altronde, con una scacchiera davanti, o ti alzi e te ne vai o giochi. E per quanto gli scacchi siano una disciplina intellettuale sublime, per molti versi, sempre di pedine bianche e nere parliamo. Che poi vederla così è un buon modo per riflettere sul metodo di Lasker e applicarlo a cose meno astratte: smitizzare, smitizzare. Prendere atto che gli altri, anche quelli molto bravi, fanno le stesse cose che facciamo noi - o le hanno fatte.
Alcuni schemi che Lasker prende in esame sono tra i più suggestivi della dottrina scacchistica, e lui li disinnesca. A partire dal Gambetto Evans, che in molti adorano per la sua teatralità: sacrificare un pedone per costruire un centro titanico, aprire linee, spingere i pezzi verso il re avversario. Però Lasker lo tratta in una modalità che è tutto men che teatrale. Non gli interessa l’ebbrezza del sacrificio, la bellezza dello schema. Gli preme capire se il pedone dato via produca davvero ciò che promette: dominio del centro, controllo delle diagonali, ingolfamento delle linee nemiche. Il sacrificio è legittimo solo se compra qualcosa di concreto. Anche l’analisi che Lasker fa della Francese rimarca il principio che ciò che conta è il rapporto tra costi e benefici. L’autore nota che aveva fama di apertura noiosa, ma insiste sul fatto che può preparare il terreno per scatenare attacchi di violenza inusitata e strutture molto caratteristiche: diagonali chiuse, tensione al centro, pezzi che sembrano soffocati e invece trovano varchi. È uno degli schemi in cui si vede meglio l’idea che una posizione abbia un “carattere”: non puoi giocarla come se fosse una Spagnola aperta.
Nelle pagine di Lasker, il buon senso diventa una forma di intelligenza negativa: sapere cosa non fare, cosa non forzare, di quale bellezza saper fare a meno perché costa troppo, quale attacco abbandonare perché dietro la sua musica c’è un buco tattico elementare. Il buon senso, negli scacchi, è l’arte di non essere sedotti dalla propria migliore immagine di sé. Lasker ti dice: non serve tentare di aver sempre ragione, è uno sforzo disumano e alla fine ti mette in ginocchio. Quello che serve è accorgersi abbastanza presto di quando si sta iniziando ad avere torto.
E questa, a pensarci bene, è una definizione magnifica anche della maturità.