The Rise and Rule of Tamerlane, di Beatrice Forbes Manz
Ci deve essere stato un momento, nelle corti dell’Iran della seconda metà del Trecento, in cui il nome di Timur - sarebbe il personaggio che noi chiamiamo Tamerlano, per capirci - smise di indicare uno dei molti capi emersi dalle rovine dell’ordine mongolo e cominciò a significare qualcos’altro.
All’inizio era un signorotto della Transoxiana.
Potente, certamente. Ambizioso. Pericoloso. Ma il mondo nato dalla dissoluzione dell’impero di Gengis Khan ne aveva prodotti molti. Signori della guerra, emiri, khan, dinastie regionali si contendevano città e territori in uno spazio politico nel quale la sovranità sembrava continuamente disfarsi e ricomporsi. Un principe di Shiraz o di Tabriz poteva guardare alle lotte oltre l’Oxus con preoccupazione senza per questo immaginare che uno dei protagonisti sarebbe arrivato un giorno sotto le sue mura.
Ma poi Timur prese Herat. E non si fermò.
Dopo, fu la volta di Isfahan. E di Shiraz.
A quel punto, gli altri potenti dell’area cominciarono a farsi qualche domanda. Non riuscivano a capire se avesse un obiettivo di lungo termine, quando e dove si sarebbe fermato. Iniziarono a dubitare seriamente che ci fosse qualcuno capace di batterlo. Ed è questa trasformazione, da capo militare in ascesa a fenomeno politico apparentemente inarrestabile, che The Rise and Rule of Tamerlane di Beatrice Forbes Manz permette di comprendere meglio di molte biografie più spettacolari del conquistatore.
Pubblicato nel 1989 e diventato un punto di riferimento negli studi timuridi, il libro ha un tratto che può inizialmente sorprendere chi vi arrivi attratto dalle piramidi di teschi, dagli elefanti Timur che affrontò in India - ma che poi imparò a usare con grande soddisfazione - o dalla poesia di Borges. Non è, in senso stretto, una biografia narrativa. Timur non viene seguito semplicemente da una battaglia all’altra. La Manz organizza il volume intorno alla politica dell’ulus chagataide, all’ascesa del conquistatore, alla composizione del suo esercito, all’incorporazione di uomini e risorse provenienti dai territori sottomessi, all’amministrazione e infine alla successione.
A questo punto, qualunque governante si trovasse subito di là del confine dell’Impero di Tamerlano aveva capito di essere in un mare di guai
Beatrice Forbes Manz, in una prosa asciutta ma non priva di eleganza, non ci racconta solo che cosa Timur conquistò, e come. Anzi, si può dire che gli aspetti più spettacolari della sua ascesa non le interessino più di tanto. All’autrice interessa capire come fu possibile che Timur travolgesse tutto, sbaragliasse imperi, e diventasse il terrore del Medio Oriente.
Ed è proprio cercando questa risposta che il personaggio diventa più inquietante. Perché la spiegazione più immediata, quella resa popolare dalla letteratura - Timur vinceva perché era più crudele degli altri - si rivela presto insufficiente. Il XIV secolo non soffriva certo di una scarsità di governanti disposti alla violenza. Timur lo fu in misura straordinaria, certo: massacri, deportazioni, distruzioni punitive, ostentazione dei cadaveri appartengono realmente al repertorio delle sue campagne, al netto delle inevitabili esagerazioni numeriche delle cronache. Ma la crudeltà, presa da sola, non spiega come un emiro della Transoxiana sia riuscito nell’arco di pochi decenni a combattere vittoriosamente dall’India alla Siria, dalla steppa russa all’Anatolia.
Che poi, visti così, potevano sembrare anche amabili
Il merito essenziale di Beatrice Forbes Manz consiste nel mostrare che la violenza timuride funzionava dentro un sistema. Timur aveva ereditato la tradizione militare turco-mongola: cavalleria mobilissima, arcieri montati, capacità di disperdere e concentrare rapidamente le forze. Era in grado di anticipare gli avversari sul campo di battaglia e di manovrare molto in fretta. Ma non rimase prigioniero della società che lo aveva prodotto. Man mano che conquistava pezzi di mondo sedentario, ne incorporava le competenze.
Funzionari. Artigiani. Amministratori. Specialisti. Uomini provenienti dalle popolazioni soggiogate entravano, in forme diverse, nell’apparato della conquista. E non solo come tecnici: come quadri, come ufficiali, come generali. Grazie a una straordinaria e lungimirante politica di assimilazione culturale, Timur si ritrovò per le mani una rara eccezione storica: un esercito che, a forza di campagne, invece di essere logorato dalle perdite veniva rafforzato dalle integrazioni socioculturali. Contro un esercito delle steppe, Timur poteva combattere secondo la grammatica della guerra nomade. Ma davanti a una grande città poteva adoperare le risorse tecniche e umane di una civiltà urbana.
Non doveva scegliere fra i due mondi. Li utilizzava entrambi. Questa elasticità è uno dei motivi per cui la sua avanzata dà, a posteriori, l’idea di una marea montante. Il territorio conquistato diventa, facilmente, il serbatoio della campagna successiva. Una città produce denaro; una provincia dà oro, cavalli e vettovaglie. Una popolazione conquistata produce uomini. Un centro urbano produce artigiani, tecnici, intellettuali. Eppoi una casata sconfitta produce clienti, ostaggi, vassalli. L’emiro che sconfiggi sul campo stamattina può diventare uno dei tuoi generali domani, perché no? Gli conviene, stare dalla parte del terribile Timur, ora che ha visto di cosa è capace. E sennò, ci sono sempre le piramidi di teschi.
Ogni vittoria modifica la composizione della forza con cui Timur combatterà la guerra seguente. È difficile, leggendo The Rise and Rule of Tamerlane, non pervenire alla confutazione dell’assunto di Brecht per cui, dopo una guerra, vincitori e vinti restano poveri uguale. La guerra paga altra guerra, e chi la fa al seguito di Timur si arricchisce, soldato semplice o generale che sia. I saccheggi compiuti dalle sue armate diventano leggendari. Intere popolazioni, si veda il caso di Delhi, vengono ridotte in schiavitù. La guerra paga la guerra.
Gli emiri seguono Timur. Timur vince. Gli emiri ricevono bottino, cariche, terre, prestigio. La vittoria rende conveniente stare nella coalizione. La coalizione rafforzata rende possibile una nuova vittoria. Il nuovo bottino rende ancora più conveniente la fedeltà. E così via: la conquista tende a trasformarsi in un circuito autoalimentato.
È quasi una società per azioni della guerra. Il capitale è la capacità militare. Il dividendo è il bottino. Il reinvestimento è la campagna successiva.
Il guaio di vincere sempre
Naturalmente una società del genere presenta un problema: non può smettere facilmente di distribuire dividendi. E qui ciò che potrebbe apparire come una semplice patologia individuale di Timur - la sua impressionante, quasi assurda incapacità di fermarsi - acquista una dimensione politica ed economia.
Timur passa in guerra, in pratica, l’intera sua vita adulta. Tre anni di campagna. Poi cinque. Poi sette.
Iran. Steppa. India. Siria. Anatolia.
Infine la Cina, verso la quale Timur parte ormai anziano - morirà in viaggio, nel 1405.
È possibile leggere questa sequenza in chiave psicologica e vedere in Timur una forma di monomania. Sarebbe difficile negare almeno una componente personale: sono davvero pochi coloro i quali, una volta conquistati domini tanto vasti e raggiunta un’età avanzata, avrebbero continuato volontariamente a passare la propria vita in marcia. The Rise and Rule of Tamerlane, però, consente di vedere l’altro lato della questione.
Timur può sembrare un sovrano assoluto, ma non lo è. Non nel senso moderno, settecentesco del termine. Non è il Re Sole, non ha uno stato. Certo, può mettere a morte chi vuole, e lo fa. Ma lo può fare finché tiene contenti i suoi seguaci e alleati. La sua dinamica di potere è sempre quella di un capotribù delle steppe. Per quanto immenso sia diventato il suo impero, si tratta di un uomo al centro di una coalizione guerriera il cui equilibrio dipende anche dalla possibilità di acquisire continuamente ricchezza, rango e prestigio.
Che cosa accadrebbe se smettesse?
Gli emiri dovrebbero essere remunerati diversamente. La competizione interna aumenterebbe. La violenza che fino a quel momento è stata rivolta verso l’esterno potrebbe orientarsi all’interno della coalizione. Un regime costruito per conquistare dovrebbe trasformarsi in un regime costruito per amministrare. È un passaggio molto più difficile di quanto sembri.
La guerra non è quindi soltanto ciò che Timur fa. In una certa misura è ciò che tiene insieme il mondo politico di Timur. La monomania dell’uomo e la necessità del sistema finiscono per rafforzarsi reciprocamente.
Crudeltà? Nulla di personale
La crudeltà stessa acquista, in questa prospettiva, una razionalità sinistra.
Una città resiste. Timur la punisce in modo esemplare. La notizia viaggia. Quando l’esercito raggiunge la città successiva, le sue mura non sono l’unico elemento che entra nel calcolo dei difensori. C’è anche la memoria di ciò che è successo altrove, facilmente ingigantito man mano che il racconto passa di bocca in bocca.
Se quella città si arrende, Timur risparmia uomini e tempo. Il massacro precedente ha quindi prodotto un vantaggio militare successivo, anzitutto in termini di velocità. Le guerre d’assedio sono lunghe e costose, e a Timur non piace farle. La velocità produce nuove vittorie. Le vittorie rendono più credibile la minaccia del massacro successivo.
In questo senso definire Timur semplicemente un sadico significa quasi sottovalutarlo. Un sadico distrugge perché desidera distruggere. Il Timur che emerge dal libro della Manz sa anche sfruttare politicamente la fama della distruzione.
La stessa intelligenza strumentale appare nella questione della legittimità. Perché Timur ha un problema enorme: non è un discendente diretto di Gengis Khan. Nel mondo politico turco-mongolo questo significa non poter rivendicare liberamente quella sovranità gengiskhanide dalla quale continua a discendere una parte rilevante della legittimità dell’Asia centrale post-mongola. Timur evita le pose da rivoluzionario: non è un innovatore, sotto questo aspetto. Anzi, in genere starà sempre bene attento a rispettare gli usi e costumi dei posti in cui si trova. Si guarda bene, perciò, dal proclamare che le tradizioni non contano più. Fa qualcosa di più intelligente: le usa.
Da qui si capisce che l’idea di fermarsi non era proprio contemplata
Resta amir. Semplice emiro, non imperatore. Si lega matrimonialmente alla casa gengiskhanide e adopera il titolo di gürgān, genero della dinastia. Mantiene khan gengiskhanidi nominali. La sovranità formale e l’esercizio effettivo del potere vengono separati. In questo modo, una cosa che agiva contro di lui è diventata una risorsa. Timur non sembra possedere una fedeltà ideologica a un unico strumento di governo, possiede, semmai, una fedeltà quasi assoluta al risultato. Ed è questa capacità di utilizzare strutture diverse senza identificarsi interamente con nessuna di esse che rende particolarmente convincente il ritratto politico costruito da Beatrice Forbes Manz, che non ha azzardato un ritratto psicologico del conquistatore. Il Timur privato resta in buona parte irraggiungibile, come accade per forza di cose con un uomo del XIV secolo filtrato da cronache interessate, testi celebrativi e tradizioni ostili. L’autrice ricostruisce invece le condizioni attraverso le quali un uomo eccezionalmente dotato può trasformare reti tribali, tradizioni gengiskhanidi, popolazioni conquistate e istituzioni amministrative in un dominio personale.
È una scelta metodologica che costituisce contemporaneamente la forza e il limite del testo. Chi cerchi un Tamerlano narrativo, pieno di battaglie raccontate dall’interno, scene di corte, caratterizzazione psicologica e grandi affreschi suggestivi, potrebbe trovarlo fin troppo austero. In alcuni passaggi Timur quasi scompare dietro il sistema che sta costruendo. Gli uomini vengono classificati per appartenenza, funzione, parentela, cose che sanno e che possono fare. Le strutture della coalizione possono diventare più visibili dei volti: è il prezzo dell’operazione. La Manz vuole spiegarci come funziona la macchina, non farci assistere allo spettacolo.
E dopo oltre trent’anni dalla pubblicazione è inevitabile che alcune questioni possano essere rilette alla luce di una bibliografia successiva assai più vasta, compresi gli studi che la stessa Manz ha dedicato in seguito all’Iran timuride, alla relazione fra nomadi e sedentari, alla religione e alla natura del lascito politico di Timur. Ma è significativo che il libro non sia stato semplicemente sostituito. Continua a comparire nella bibliografia degli studi sul mondo timuride e post-mongolo perché la domanda su cui è costruito resta fondamentale: come si organizza il potere di conquista?
Il lascito
Ma, soprattutto: che genere di Stato nasce da una coalizione il cui vertice è un uomo capace di vincere continuamente?
La risposta emerge con particolare chiarezza dopo il 1405. Timur muore mentre si prepara all’ennesima spedizione, questa volta verso la Cina.
L’impero non scompare. I suoi successori non sono figure insignificanti. Shahrukh riuscirà a costruire un regime importante e relativamente stabile; il mondo timuride diventerà uno dei grandi centri della cultura persiano-islamica del Quattrocento. Ma la macchina non si muove più nello stesso modo. Non esiste più quella forza che può passare dalla steppa all’India, dall’Iran alla Siria, dalla Siria all’Anatolia e subito dopo immaginare la Cina come teatro successivo.
Non si può, allora, non pensare a Gengis Khan. Il quale fonda qualcosa che, pur attraversando crisi gigantesche, continua a espandersi dopo di lui. L’impero mongolo sopravvive alla morte del fondatore abbastanza a lungo perché i suoi figli e nipoti possano conquistare territori che Gengis Khan non aveva mai visto.
Timur costruisce invece qualcosa di diverso. Una macchina potentissima, ma enormemente dipendente dall’uomo che occupa il centro. E forse è questo il vero paradosso della sua grandezza: più Timur appare indispensabile al proprio sistema, più evidente diventa il limite di quello che ha costruito. La stessa centralità personale che rende possibile una concentrazione straordinaria di energie rende difficile istituzionalizzarla.
E allora la domanda con cui si può chiudere The Rise and Rule of Tamerlane non è più quella con cui si era cominciato. All’inizio ci si chiede: perché nessuno riusciva a fermarlo? Alla fine la domanda diventa: che cosa sarebbe rimasto della sua inarrestabilità quando lui non ci fosse più stato?
Noi, che sappiamo come sono andate le cose, possiamo trarre le somme: rimane una dinastia. Resta un impero. Rimane Samarcanda, e la leggenda che su di essa è stata costruita e continuerà a costruirsi. Resta un’eredità politica e culturale smisurata, che si propaga fino ai Mughal dell’India. Ma la marea si ferma.
Ed è forse questa la conclusione più notevole di The Rise and Rule of Tamerlane: Timur non fu inarrestabile perché possedeva un esercito invincibile, e nemmeno perché era il più crudele tra i governanti del suo secolo. Era un fanatico della conquista, d’accordo, e un generale dal carisma superiore. Epperò ciò che lo rese inarrestabile fu la sua capacità di riuscire per alcuni decenni - e alcuni decenni, per una cosa così, sono una roba enorme - a trasformare mobilità, terrore, voglia di far bottino, legami familiari e tribali, fanatismo, opportunismo politico e talento militare in parti della stessa macchina.