A ogni pagina di Roberto Bolaño…

… Si sente il mestiere e la facilità con cui si serve di quel mestiere, con una cassetta degli attrezzi sterminata che non conosce gli imperativi artistici o etici di un qualche rigore: anzi, del rigore si fa beffe. Si sente la voglia di affabulare del sudamericano errante: che racconta per il gusto di passare il tempo, l'intenzione di farsi degli amici, la voglia di scoparsi delle donne: vedasi l'interminabile serie delle sventurate sedotte dal suo alter ego letterario, Arturo Belano. Si sente la comicità debordante, che riesce a farci ridere - attraverso l'ingranaggio della ripetizione, o dello straniamento - di cose orrende come una lunga serie di omicidi a Ciudad Juarez, o gli arresti arbitrari del regime di Pinochet. Si sente l'imperativo che tutto nella vita sia racconto - e che anzi, solo in funzione del racconto esista con pieno diritto la vita: la vita che non è raccontabile, non serve a nessuno e di certo non giova a chicchessia (si ricordi la frase con cui Cortàzar chiude il brevissimo testo Modo semplicissimo per distruggere una città). Per questo credo che le pagine di Bolaño avrebbero disgustato Bernhard, Adorno, ma pure Canetti: e al tempo stesso credo che il grande scrittore cileno non avrebbe perso un minuto di sonno per questo.

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