A cosa serve studiare poesia
Quando mi chiedono "a cosa serve studiare la poesia", evito di rispondere che la poesia è inutile ed evito parimenti di decollare con un panegirico sull’importanza dell’inutile: è una risposta che si sente troppo spesso, è consolatoria ed è la classica risposta che - se a riceverla fossi io - mi farebbe incazzare, perché contiene un approccio pedagogico.
Racconto invece un episodio, a proposito di una formula che si sente spesso: “relazione tossica”. La avrete sentita anche voi, no? Mi era familiare come etichetta. Trattavasi di un cartellino che vedevo appeso ad articoli, post, thread sui social. Ma non sapevo davvero cosa volesse dire, non ne avevo mai percepito la sostanza - per quanto l'avessi vissuta io stesso. È stato l'ascolto di una canzone pop - quelle che molti liquidano come mera colonna sonora di ascensori e lounge bar - a mettermi davanti alla sostanza dell’esperienza. Nei versi firmati da Adam Levine, Shellback, Max Martin e Savan Kotecha c’era una tensione corporea che chiariva il tutto con una manciata di parole. Davvero, non mancava niente: il corpo che dice "sì" mentre la testa prova a dire "no", il respiro che si fa corto, il mattino che porta rimorso e insieme quell'appagamento che ti fa invischiare sempre peggio.
Try to tell you, "No"
But my body keeps on telling you, "Yes"
Try to tell you, "Stop"
But your lipstick got me so out of breath
I'll be waking up
In the morning, probably hating myself
And I'll be waking up
Feeling satisfied, but guilty as hell
Questo è esattamente il punto: la poesia è un laboratorio di esperienza. Studiare poesia significa imparare a mettere il linguaggio sotto la lente d’ingrandimento per vedere cosa fa al corpo e cosa fa alla mente. Non si impara a definire un'esperienza leggendone le disamine approfondite e articolate; quelle servono più agli accademici che a vivere la propria vita. Definire un’esperienza si fa molto più spesso per analogia emotiva, per contatto - la metafora che ti colpisce duro e che per un istante ti fa capire dall’interno perché continui a tornare dove ti feriscono. In poesia quel "probabilmente mi odierò, la mattina dopo" diventa un dispositivo sensorio; un piccolo cinema interiore in cui lo spettatore riconosce la propria faccia nello specchio della voce poetica.
Perciò studiare poesia è esercizio di alfabetizzazione emotiva. Ti insegna a nominare sensazioni complesse, a distinguere sfumature tra rimorso e colpa, tra desiderio e dipendenza. Ti abitua a leggere il sottotesto. Ti insegna anche la precisione lessicale: una parola sbagliata può attenuare o acutizzare la ferita, può cambiare il senso di tutto: le parole sono poche, lo spazio è stretto, quindi devi pesarle con cura. E questo apprendistato linguistico serve a riconoscere le cose che viviamo.
La poesia educa anche la responsabilità dell’ascolto. Un verso che dice "mi sveglierò sentendomi colpevole" implica una contraddizione: sai già come andrà, allora perché lo fai? Chi studia poesia impara a non cercare il senso del racconto in superficie, e anzi prende atto che spesso un senso non c’è: c’è solo la collocazione delle cose nel mondo, e la loro temperatura; quando sono cose memorabili, e non sempre accade, c’è l’impronta che lasciano. Leggendo poesia, facendolo bene, si impara a stare nella contraddizione: sapere che un atto può essere insieme dannoso e appagante; capire che il linguaggio politico decide, le statistiche enumerano, i tribunali giudicano, ma la vita è altro.
C’è poi un altro motivo - meno didattico e forse più salvifico: la poesia allena la resistenza al linguaggio pubblico, al senso comune. Ti abitua a sospettare le formulette e ad apprezzare le varianti. Così quando l’espressione “relazione tossica” diventa facile etichetta, cosa che nella psicologia pop è puntualmente successa, la poesia ti ricorda che dietro quella etichetta c’è una vita concreta, fatta di cose che succedono - belle e brutte. Ti spinge a restituire alla parola la sua complessità.