Full Metal Jacket, di Stanley Kubrick

Si dice: le grandi narrazioni hanno un grande respiro. Ed è un modo di dire che ha senso. Pensateci: le cose vive respirano, quelle morte (o inerti) no. Le cose vive sono attive, agiscono, vanno, fanno, dicono. Le cose morte (o inerti) non dicono né fanno. Forse occorrerebbe dire, dunque, che le narrazioni che respirano, sono - più che grandi - vive; e quelle che non respirano sono, invece, morte o inerti.

Pensate a una grande narrazione: ovvero, a una narrazione viva. Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Il film si apre su una scena semplicemente perfetta. Le teste, i crani, di alcuni ragazzi vengono rasate/i con la macchinetta, il giorno d'inizio del loro addestramento come Marines. Si tratta di una scena perfetta perché apre un respiro; è l'inizio di un respiro. Capiamo, da quella scena, di aver visto qualcosa che - come un respiro - sta nascendo, e dovrà chiudersi. E ciò che vediamo è evidente: l'inizio della trasformazione di quegli uomini in soldati, in macchine per uccidere. Prima della rasatura con la macchinetta, avevano pettinature diverse, capelli diversi, facce molto diverse - aldilà delle elementari differenze razziali. Con la rasatura, è iniziato quel processo che, da individui, ne farà soldati. Con la scena finale, in cui stanano dalle rovine di Hue il cecchino nordvietnamita che ha ucciso tre dei loro compagni, il processo si compie. E il respiro si chiude. Questo è insomma il respiro di Full Metal Jacket: narrare il cambiamento, anzi, la trasformazione di uomini, di individui, in soldati: macchine per uccidere.

Indietro
Indietro

Ma quanto è bella Black Rabbit (miniserie tv)

Avanti
Avanti

A cosa serve studiare poesia