Close to the Edge

Close to the Edge racconta la quotidianità della Fraternità Federico Bindi ODV nel suo Centro Diurno di via Chiassaia, ad Arezzo, luogo di accoglienza rivolto a persone senza fissa dimora e a coloro che attraversano condizioni di grave precarietà abitativa, economica e sociale. Sono uomini e donne che possono trovarsi senza un luogo stabile in cui vivere, aver dormito in strada o in sistemazioni di fortuna, oppure attraversare situazioni temporanee di forte necessità. La Fraternità definisce il Centro un luogo nato per «dare sostegno a quanti vivono in condizioni di disagio» e, nella propria storia, un punto di riferimento dove queste persone hanno modo di usufruire dei servizi essenziali.

Il Centro offre accoglienza, consulenza legale e medica, lavanderia, servizio docce, colazione e merenda; dispone di un deposito bagagli attrezzato con armadietti per chi avesse necessità di un luogo protetto in cui custodire i propri beni personali; distribuisce beni di conforto e sostiene gli utenti tramite l'orientamento ai servizi del territorio e, quando necessario, il supporto nella ricerca attiva del lavoro e nella regolarizzazione dei documenti. La Fraternità descrive il Centro come un luogo in cui i volontari incontrano persone in difficoltà, ne ascoltano le storie e le richieste di aiuto e costruiscono progressivamente «un rapporto di fiducia e di affido»: un vero presidio di comunità, interamente sostenuto dal lavoro dei volontari.

È questa dimensione concreta e ordinaria che Close to the Edge cerca di rendere visibile. Il progetto sceglie deliberatamente di non fare della condizione dei senza dimora uno spettacolo: evita la pornografia del dolore, il pietismo e l'uso della fragilità come scorciatoia emotiva. Lo sguardo si sposta invece sulle attività attraverso le quali l'accoglienza prende forma ogni giorno: preparare e servire una colazione, ascoltare una richiesta, lavare e riconsegnare gli abiti, predisporre una doccia, distribuire prodotti per l'igiene o un capo di vestiario, custodire un bagaglio, riordinare gli ambienti, annotare ciò che manca, bere un caffè insieme. Sono gesti semplici, che costituiscono la trama quotidiana dell’attività dei volontari.

Per questo nelle fotografie gli oggetti hanno quasi lo stesso peso delle persone: chiavi, armadietti, asciugamani, tazze, detergenti, vestiti, appunti e lavatrici compongono l'infrastruttura minima attraverso cui vengono ricostruiti gesti normalmente invisibili dell'abitare. Il Centro Diurno emerge così come uno spazio nel quale una comunità di volontari prova ogni giorno a ricostruire condizioni elementari di accoglienza, cura e dignità, e a rendere possibile una ripartenza. Le fotografie sono state realizzate con la collaborazione dei volontari della Fraternità – in special modo Anna Maria Secchi, Silvio Bonomo, Renato Rotellini - durante le normali attività del Centro. Le persone che lo frequentano e che risultano riconoscibili nelle fotografie hanno accettato di essere fotografate e di comparire nel progetto. Anche questa modalità di lavoro appartiene al senso della serie: entrare nel luogo attraverso una relazione di collaborazione e consenso, raccontando soprattutto il lavoro quotidiano, senza spettacolarizzazioni.

Si ringrazia Serena Marinelli per la preziosa opera di mediazione tra il fotografo e la Fraternità Federico Bindi, e Cristiano Rossi per aver fatto da connessione con i volontari presenti nel corso dell’attività fotografica.