Blu è un colore bianco
Con Emma Terzi — Un progetto fotografico di Davide Borowski
“Blu è un colore bianco” è un titolo che mi è venuto in mente quando mi è passato davanti agli occhi, mentre cercavo qualcosa da leggere nella libreria di casa, il dorso di una graphic novel uscita un bel po’ di anni fa, Il blu è un colore caldo di Jul' Maroh.
Naturalmente, che il blu sia un colore bianco non è vero. Ma, fermo restando che il concetto di “vero” in fotografia lascia il tempo che trova, e anche in altri ambiti mi risulta essere abbastanza sfuggente, non è detto che una cosa debba essere vera per descrivere con precisione ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Emma Terzi attraversa queste fotografie vestita di bianco e di un blu così profondo da sembrare, a tratti, nero. La luce, invece, è calda e dorata. Le foto sono scattate in un pomeriggio di un autunno ancora così luminoso da sembrare estate. Era una luce invadente: mi costringeva di continuo a lavorare di contrasto ed esposizione, mentre scattavo, per evitare che il quadro si saturasse troppo. E io sono molto ignorante, ma una cosa la so: quando la luce ti obbliga a fare qualcosa, mentre scatti, lì c’è qualcosa che va capito.
Era così. Quel pomeriggio, la luce non rispettava i colori: li contaminava, li alterava, li forzava a diventare qualcosa di diverso. Il bianco si faceva avorio, il blu precipitava nell'ombra, la pelle di Emma raccoglieva riflessi che sembravano appartenere a un altro luogo e a un'altra ora del giorno, a un’altra storia: e, nella memoria, era certamente così.
C'è qualcosa di deliberatamente contraddittorio nell'eleganza di Emma. La giacca blu, con le sue bordature dorate, suggerisce una disciplina alle soglie del militaresco - una compostezza che il corsetto bianco, i movimenti delle braccia e l'abbandono delle spalle sembrano continuamente smentire. C'è il rigore dell'uniforme e c'è la libertà dei suoi anni in una fisicità così giovane. C'è un'apparenza che si organizza e un'altra che, con una nonchalance che invidio, la disfa.
Lo spazio si unisce alla festa, partecipa alla contraddizione con entusiasmo. Avrei potuto, grazie alla postproduzione, cancellare lo studio fotografico, far sparire le lampade, nascondere i fondali, sottrarre alla vista gli oggetti e gli strumenti che servono a costruire una fotografia: non ho voluto. Sono lì, sovente in bella vista e riconoscibili. L'immagine mostra il proprio artificio: ciò nonostante, la bellezza di Emma continua a essere vera.
Lei, dal canto suo, sembra abitare un luogo diverso da quello in cui si trova. Guarda altrove, inclina il capo, solleva le braccia, lascia scivolare la giacca sulle spalle. Sembra capace di dimenticarsi che due fotografi la stanno bersagliando di scatti (non ero il solo a lavorare con lei, quel giorno). I gesti sono perlopiù accennati - ma bastano a suggerire una storia che non conosciamo e che, magari, non esiste nemmeno. Una storia fatta di esitazioni, di attese, di una sicurezza che potrebbe essere soltanto un altro modo di nascondere l'incertezza. Quando si è molto giovani, si ha questa capacità di essere sfrontati e al tempo stesso intimi. Poi, la si perde.
Ho cercato di fotografare proprio questa ambiguità. La bellezza era così sfolgorante, così evidente che - per come la vedevo io - andava raccontata come qualcosa che sfugge alla propria definizione. Il ritratto, il più delle volte, è la descrizione di una persona; quando va bene, e ai livelli più alti penso ad Avedon o a Vivian Maier, per citare due nomi che conosciamo tutti, riesce ad entrare in una piega biografica, in un ricordo più o meno distante, che emerge alla superficie per un momento. Con Emma, ho cercato di fare una cosa diversa: il ritratto come incontro fra una persona, una luce e una possibilità di racconto. Sì, è un proposito immodesto e probabilmente destinato a fallire. No, non mi dispiace di aver tentato.
Una fotografia, in fondo, non dimostra quasi nulla. Ci mostra una superficie e ci invita a immaginare quello che sta sotto. Può perfino farci credere che una splendida ragazza vestita di blu e di bianco appartenga a un mondo diverso da quello in cui è stata ritratta - mentre ogni cosa, intorno a lei, continua a ricordarci dove siamo. E allora sì: blu è un colore bianco.
Almeno finché la luce non cambia.