We Got the Neutron Bomb: The Untold Story of LA Punk, di Marc Spitz e Brendan Mullen

Annuncia di essere una “storia del punk”, ma non lasciatevi ingannare: è una scena del crimine ancora calda.

Il punto decisivo è la forma: We Got the Neutron Bomb è un libro di storia orale, costruito da Marc Spitz e Brendan Mullen mixando voci dirette, attriti, ricordi non sempre ordinati, egomanie, rancori, illuminazioni, pettegolezzi, dicerie. Ti sembra di stare nel retro di un club, con la gente che parla sopra altra gente. Il libro esce nel 2001, ma racconta la scena punk di Los Angeles tra fine anni ’70 e inizio anni ’80 attraverso “scenesters, zinesters, groupies, filmmakers, musicians”: sono i due autori a metterla così, e hanno ragione. Ci trovate i nomi canonici, d’accordo. Ma ci trovate anche una bella fetta dell’ecosistema umano attorno alla musica.

Poi c’è Los Angeles, che è qualcosa di più di una città qui - vedetela come uno scavo antropologico. Il punk inglese è stato quasi da subito mitologia politica, il punk newyorkese è stato quasi da subito mitologia artistica. La Città degli Angeli invece qui sembra una mutazione climatica in corso: qualcosa che sta succedendo in mezzo a sole accecante, notti sfrenate, cemento, pornografia, periferie, adolescenti sballati, Hollywood marcia fino al midollo, quel che resta del glam, surf, arte, violenza (un sacco), sesso (troppissimo), droga (a fiumi), club improvvisati. Il libro non ti introduce al “genere punk”: spalanca le porte di una città che produce mostri. E infatti dentro ci trovi Runaways, Germs, X, Screamers, Black Flag, Circle Jerks, Go-Go’s: mondi che oggi tendiamo a separare, ma lì sembrano ancora appartenere allo stesso magma.

La freschezza viene anche dal fatto che Brendan Mullen, uno dei due autori, stava proprio in mezzo alla scena: fondatore del Masque, il club di Hollywood che il Los Angeles Times definì centrale per il punk della West Coast di fine anni ’70. Questo cambia tutto: sta facendo parlare gente che lui conosceva, che orbitava nello stesso casino. Lo senti ogni volta che giri pagina, che chi scrive sta sul pezzo.

E poi il libro ha una qualità rarissima: non riverisce i suoi personaggi. Darby Crash non diventa subito santo maledetto, le Go-Go’s non sono ancora pop star ripulite (anche se ci vorrà poco), i Black Flag non sono ancora l’icona hardcore da t-shirt, gli X non sono ancora “quelli che hanno fatto entrare il rockabilly nel punk”. Sono persone molto giovani, spesso brillanti, spesso insopportabili, spesso ridicole, spesso geniali. La leggenda sta per diventare tale, ma ancora non lo è.

In più, il punk di Los Angeles è meno consumato dall’immaginario comune. Su Sex Pistols, Clash, CBGB, Ramones, Warhol, Patti Smith abbiamo già immagini mentali prefabbricate, e levarsele dalla testa è difficile. La Los Angeles di Neutron Bomb invece è ancora piena di angoli bui o semibui: The Masque, Rodney Bingenheimer, Kim Fowley, i Germs, le Runaways, la pornografia di Hollywood Boulevard, i ragazzini dei sobborghi che arrivano a pezzi in città - e la città li rimonta a modo suo. È una scena famosa, sì, ma della quale tante cose ancora non le sappiamo.

La cosa pazzesca è che Neutron Bomb, dopo tutto il tempo che è passato, conserva il sapore del prima: prima del Reaganismo pieno, prima dell’AIDS come trauma culturale, prima di MTV come macchina che renderà la musica tutta uguale, prima che il punk venga venduto come stile. Per questo è un libro che, nell’arco di un quarto di secolo, è invecchiato così bene. Niente pacificazione, niente patina da documentario celebrativo. Niente amarcord. Niente “noi c’eravamo”. Una vagonata di contraddizioni, cattivo gusto, desiderio, opportunismo, epifanie musicali, mitomania, fame di esistere. Non c’è una sola pagina che enunci la tesi: “Adesso ti spiego perché questa scena è stata importante”.

Spalanca l’uscio su una stanza lurida, un divano infestato da pulci, puzza di hascisc, quattro amplificatori, qualcuno che sta per farsi molto male: e tu capisci da solo che lì dentro sta succedendo qualcosa.

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Traffic Lights for a Minor Escape