Un mondo meraviglioso, di Vitaliano Trevisan

Ho acquistato Un mondo meraviglioso di Vitaliano Trevisan molti anni fa, su una bancarella di un mercatino a Gaeta, per la modica cifra di due euro, in una bella edizione uscita per Theoria nel 1997 con la memorabile copertina di Susanna Galinucci. Lo ho letto in spiaggia, il giorno stesso in cui l’ho preso; e posso dire che leggerlo dall’inizio alla fine è stata, per me, un’esperienza sgradevole. Non nel senso banale di quando ci si imbatte in un libro brutto, confuso o mal riuscito; Un mondo meraviglioso non è nessuna di queste tre cose. Al contrario, possiede diverse qualità notevoli, quando non eccezionali: una voce fortissima, un ritmo riconoscibile; ogni pagina, poi, sembra caricata di una tensione che promette di continuo qualcosa.

Il problema è che quel qualcosa non arriva quasi mai.

Per tutta la lettura si ha la sensazione che stia per accadere un fatto decisivo, una rottura, uno scarto capace di giustificare la sorta di sospensione in cui si è tenuti dall’andamento della prosa e dei pensieri di Thomas, il narratore. Ma non succede nulla di proporzionato alla tensione accumulata. Gli spostamenti, gli incontri, le osservazioni, le digressioni, le irritazioni del protagonista sembrano indizi di un cataclisma imminente, e invece restano ciò che sono: piccoli fatti, episodi scollegati, dettagli, incidenti marginali. Ci sono, nel libro, delle piccole storie compiute: come quella del luccio che balza all’improvviso fuori dall’acqua e ghermisce una rondine volata troppo in basso, scena infantile che Thomas non sa più distinguere da una fantasticheria nutrita dalle illustrazioni di un libro; oppure quella di Aleksandra, immediatamente ricondotta dalla sua mente a Dostoevskij. Sono però racconti incastonati nel monologo, non tappe di un intreccio: appaiono, si compiono - spesso senza un finale vero e proprio, senza una risoluzione catartica - e vengono riassorbiti dal flusso dei pensieri di Thomas. Anche i quattro individui che sembrano volere qualcosa da lui restano soprattutto presenze minacciose, figure sulle quali la sua mente accumula ipotesi e spaventi. Il romanzo procede così, per nuclei che promettono di congiungersi senza farlo davvero. Da qui nasce una domanda inevitabile: è una truffa narrativa oppure è precisamente questo il fascino del libro?

Credo che la risposta sia: entrambe le cose, o almeno entrambe le sensazioni sono previste dal suo funzionamento.

Trevisan adopera molti degli strumenti con cui un romanzo promette uno sviluppo

Epperò, utilizza quell’energia per fare altro. Il vero avvenimento non è nella trama: è nella voce. Quello che cambia non è il mondo attraversato da Thomas, che anzi resta abbastanza monocorde: semmai il modo in cui la sua coscienza lo assorbe, lo interpreta, lo deforma. Ogni dettaglio acquista un peso sproporzionato. Una strada, una frase, un gesto, una persona incontrata diventano elementi di una minaccia diffusa, di un disagio smodato. Non assistiamo a una successione di eventi, ma alla progressiva colonizzazione del reale da parte di una mente esasperata.

Il che spiega perché la lettura lineare sia stata per me faticosa. Il libro non concede vere pause, perché non concede vie d’uscita dalla propria voce. Costringe il lettore a stare dentro una coscienza che insiste, ripete, devia, ritorna sugli stessi nuclei, misura il mondo con una precisione quasi persecutoria. È una forma di claustrofobia narrativa: va da sé che non sia molto gradevole, e probabilmente non voglia esserlo. Non mi ha stupito scoprire, quando qualcuno - non ricordo chi, forse Simona Vinci - me l’ha detto, che tra i riferimenti letterari essenziali di Trevisan c’è Beckett, altro autore sgradevole e claustrofobico come pochi.

Eppure, mentre leggevo Un mondo meraviglioso, continuavo a esserne attratto. Non riuscivo ad abbandonarlo. La stessa cosa che rendeva la lettura sgradevole la rendeva anche magnetica: quel tono, quella cadenza, quella capacità di trasformare il minimo in qualcosa di intollerabile. Dopodiché, avendolo terminato, ho scoperto quasi per caso un altro modo di leggerlo.

Senza meta, vagando tra le pagine

Ho cominciato ad aprirlo in un punto qualsiasi e a leggere fin dove mi andava. Senza seguire l’ordine, senza cercare di ricordare dove mi trovassi nella storia, senza aspettarmi uno sviluppo. Entravo nella voce, vi rimanevo per qualche minuto, poi richiudevo il libro: ed è stato allora che Un mondo meraviglioso ha cominciato a piacermi moltissimo. L’approccio casuale elimina infatti la principale frustrazione della prima lettura: l’attesa di qualcosa che accada. Una volta liberati da quella promessa, restano le qualità più profonde del libro: il movimento della frase, l’umorismo secco, la precisione delle osservazioni, l’ossessione, il modo in cui il pensiero si avvita sui dettagli e li carica di significato. Ogni pagina contiene in nuce, in miniatura quasi, l’intero libro: non è necessario seguirne il percorso perché il dispositivo si riattivi. Bastano poche righe per ritrovare Thomas, la sua irritazione, il suo modo di guardare il mondo come se dietro ogni elemento ordinario si nascondesse una colpa, un fastidio, un errore o una minaccia.

In questa forma, il libro smette di essere un romanzo

Diventa qualcos’altro: un luogo stilistico ed esistenziale, uno scavo psicologico. O una voce da consultare, una frequenza mentale in cui entrare per un tempo limitato. È possibile che la prima lettura integrale sia stata necessaria proprio per questo: occorreva attraversare l’insistenza, la durata e il disagio per poter poi riconoscere il tutto dentro ogni frammento. Una volta costruito il libro nella memoria, non occorre più ripercorrerlo: basta riaprirlo.

Naturalmente, leggendo in questo modo, si perde qualcosa. Si perde l’effetto cumulativo, il progressivo ispessimento della voce, la sensazione di essere rinchiusi sempre più a fondo nel medesimo circuito mentale. Ma è una perdita consapevole, e forse persino utile. Aprendo il libro a caso, ho separato l’attrazione dalla costrizione. Ho conservato ciò che mi interessava - il ritmo, l’intelligenza, la nevrosi, l’umorismo, la lucidità - e mi son disfatto dell’obbligo di subirne la pressione senza interruzioni. Non credo, perciò, di aver trovato un modo errato di leggere Un mondo meraviglioso - ammesso e non concesso che esista un modo errato di leggere un libro. Credo piuttosto di aver trovato il modo in cui quel libro poteva continuare a vivere per me. Ed è un modo che funziona: la storia d’amore intermittente tra me e questa maniera di leggere Un mondo meraviglioso va avanti da molti anni.

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