The Wars of German Unification, di Dennis Showalter

Nel luglio del 1870 la Francia dichiarò guerra alla Prussia, convinta di possedere un esercito in grado di batterla. Non era una convinzione priva di ogni fondamento, almeno per quanto ne sapevano i francesi. Potevano contare su soldati professionisti, generali che avevano combattuto in Crimea e in Italia, un fucile eccellente e una tradizione militare consolidata. I prussiani, però, avevano qualcosa che i francesi non avevano compreso fino in fondo: avevano un sistema. Erano in grado di mobilitare uomini, spostarli per mezzo delle ferrovie, raccogliere e interpretare le informazioni, dare ad esse seguito e convertirle in decisioni con una efficienza che non si era mai vista prima. Nel giro di poche settimane l'esercito francese sarebbe stato sconfitto, Napoleone III sarebbe finito prigioniero e il Secondo Impero avrebbe cessato di esistere. Sarebbe comodo raccontare questa storia come il trionfo inevitabile della modernità sull'arretratezza: ma sarebbe anche molto, molto sbagliato.

È proprio contro questa lettura che si muove Dennis Showalter in The Wars of German Unification, pubblicato originariamente nel 2004 e riproposto in una seconda edizione aggiornata nel 2015 da Bloomsbury. Il libro, appartenente alla collana Modern Wars diretta da Hew Strachan, racconta le tre guerre attraverso le quali la Prussia costruì la propria egemonia sulla Germania: contro la Danimarca nel 1864, contro l'Austria nel 1866 e contro la Francia nel 1870-71. Tuttavia, la ricostruzione non si ferma alle campagne militari. È semmai un tentativo di comprendere come un insieme di circostanze politiche, trasformazioni istituzionali, innovazioni tecnologiche e decisioni individuali abbia prodotto un risultato che oggi ci appare inevitabile soltanto perché sappiamo come andò a finire - una cosa che, con i fatti storici letti a posteriori, capita spesso. In molti tendono a pensare che, siccome la Germania venne unificata sotto la Prussia, allora l'unificazione prussiana doveva essere il destino della Germania. Showalter ricorda invece che, per buona parte dell'Ottocento, esistevano alternative politiche molto diverse che avrebbero potuto concretizzarsi benissimo: magari una Germania federale, o una soluzione che comprendesse l'Austria. O, ancora, una unificazione fondata sui principi liberali del 1848 anziché sul predominio militare prussiano, oppure il mantenimento di un equilibrio fra Prussia, Austria e Stati tedeschi minori. Ciascuno di questi progetti era sostenuto da interessi, istituzioni e gruppi politici.

La tesi più interessante di Showalter è che l'unificazione tedesca non fu l'esecuzione di un grande piano prestabilito. Non c’era nessun progetto e si navigava abbastanza a vista. La strategia di medio-lungo termine esisteva, ma era abbastanza vaga - fare l’interesse della Prussia e stabilire una crescente influenza prussiana sull’area germanica - per cui ciò che venne realizzato va considerato, nella lettura dell’autore, l’esito brillante di un'improvvisazione riuscita.

In The Wars of German Unification, il cancelliere prussiano Otto von Bismarck non appare come un demiurgo che nel 1862 possedeva già, ben disposta nella testa, la sequenza delle tre guerre e la proclamazione dell'Impero nella Galleria degli Specchi di Versailles. Era un politico che sapeva riconoscere le occasioni, sfruttare i punti deboli degli avversari e cambiare idea quando le circostanze lo richiedevano. Sarebbe ingenuo dire che governasse gli eventi: la situazione europea era troppo calda, troppo fluida. Quello che Bismarck cercava di governare erano, semmai, le possibilità che gli eventi offrivano alla sua azione.

Otto von Bismarck, 1877. Fotografia di Loescher & Petsch. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons. Dalla faccia, che era un tipo rancoroso si capisce abbastanza. Si capisce meno che era un gran giocatore d’azzardo. Ma forse i grandi giocatori d’azzardo sono tali proprio perché è difficile identificarli.

Aveva senza dubbio uno strumento eccezionale a disposizione per farlo, ovverosia l’esercito prussiano. Dopo la catastrofe del 1806, quando Napoleone aveva annientato le forze della Prussia a Jena e Auerstedt, era stata avviata una lunga stagione di riforme. Scharnhorst, Gneisenau e i loro successori avevano ripensato il rapporto fra esercito, società e monarchia. Moltke, nominato capo dello Stato maggiore nel 1857, avrebbe portato a maturazione una parte essenziale di quel processo. In un certo senso, si trattava di una risposta differita a ciò che Napoleone aveva fatto alla Prussia, una strategia basata sulle contromisure. Perché Napoleone aveva dimostrato, con l’esempio, che un uomo eccezionale poteva dirigere grandi eserciti portando a casa risultati straordinari. I prussiani cercarono di costruire un'organizzazione capace di ottenere risultati straordinari senza dipendere interamente da un uomo eccezionale; e che, se si fosse trovata davanti uno stratega eccezionale come avversario, sarebbe stata in grado di giocarsela anche senza mettere in campo un comandante altrettanto capace. Dopotutto, i Napoleoni non crescono sugli alberi. Così lo Stato maggiore delle armate prussiana diventava un'istituzione permanente, popolata da ufficiali selezionati formati per pianificare operazioni, coordinare grandi unità e affrontare problemi logistici complessi. La guerra smetteva di essere un’arte e diventava ingegneria gestionale ante litteram. Non era più soltanto una questione di generali che guardavano carte geografiche e decidevano dove attaccare. Iniziava a essere - e forse, a essere prima di ogni altra cosa - una questione di orari ferroviari, mobilitazione dei riservisti, capacità delle strade, dislocazione dei depositi, comunicazioni e procedure.

Showalter evita di trasformare tutto questo in una favola sull'onnipotenza dello Stato maggiore. E fa bene. La macchina prussiana non era perfetta, non possedeva una superiorità assoluta in ogni settore e, soprattutto, doveva ancora dimostrare sul campo che le proprie soluzioni funzionavano. La guerra del 1864 contro la Danimarca, spesso ridotta a una specie di prologo delle campagne successive, diventa una specie di laboratorio per vedere i nuovi metodi all’opera. Neanche a dirlo, i generali prussiani scoprono che funzionano oltre le loro più rosee aspettative. In Prussia si inizia a capire che, con un esercito così efficace, si può andar lontano. Ma nessuno si rende ancora conto di quanto lontano si può andare.

La guerra del 1866 diventa il momento in cui si capisce questa seconda cosa. A Sadowa, il 3 luglio 1866, la Prussia ottiene una vittoria decisiva sull'Austria. Moltke aveva fatto avanzare le proprie armate lungo direttrici separate, sfruttando la rete ferroviaria e cercando di concentrarle sul campo di battaglia. Era una concezione operativa audace, che tuttavia comportava rischi considerevoli. Se gli austriaci fossero riusciti a battere separatamente una delle armate prussiane, l'esito avrebbe potuto essere diverso. Quindi sì, è vero che il nuovo esercito prussiano funzionava alla grande; ma è anche vero che la sua vittoria non era scontata. E anche dopo la vittoria di Sadowa, le cose sarebbero potute andare in modo molto diverso se non ci fosse stato un Bismarck e capitalizzarla. Il capitolo significativamente intitolato Know When to Hold and When to Fold è incentrato su questione che attraversa un po’ tutto il libro, ma che qui è proprio il fulcro del discorso: sapere quando combattere è importante, ma sapere quando smettere può esserlo ancora di più.

Alexander Ritter von Bensa, Scontro tra ussari austriaci e corazzieri prussiani nella battaglia di Königgrätz, 1866 (che sarebbe l’altro modo in cui viene chiamata la battaglia di Sadowa). Olio su tavola. Heeresgeschichtliches Museum, Vienna. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons. Si tratta di un dipinto che mi è sempre piaciuto, dalla prima volta che l’ho visto, perché è una delle rare rappresentazioni della guerra com’è, ovverosia di un caos in cui non si capisce nulla, Fabrizio del Dongo docet.

Dopo la sconfitta austriaca, Guglielmo I e diversi militari erano favorevoli a sfruttare ulteriormente il successo. Bismarck comprese invece che la Prussia aveva già ottenuto ciò che le serviva: l'esclusione dell'Austria dal predominio sulla politica tedesca e la possibilità di riorganizzare la Germania settentrionale sotto la propria egemonia. Umiliare Vienna avrebbe significato rischiare di trasformare un avversario sconfitto in un nemico permanente, senza ricavarne vantaggi proporzionati. Quindi, seppe essere moderato al tavolo della pace - il che non era scontato, col carattere che si ritrovava.

Era un uomo capace di disprezzare profondamente i propri interlocutori, di nutrire rancori interminabili e di abbandonarsi a crisi d'ira assai violente. Aristocratico e monarchico, aveva tuttavia una considerazione assai modesta delle capacità intellettuali dei monarchi. Era insofferente verso i colleghi. Era astioso, suscettibile e vendicativo. E tuttavia sapeva subordinare le proprie passioni agli interessi politici quando la posta in gioco lo richiedeva. Bismarck poteva essere incapace di perdonare un'offesa personale, ma perfettamente disposto a risparmiare un impero nemico. Poteva disprezzare un diplomatico e prendere molto sul serio gli interessi del Paese che rappresentava.

Poi venne la guerra del 1870 contro l’osso più duro, ovvero la Francia di Napoleone III. Che rispetto all’Austria era senza dubbio più forte: contava su un esercito esperto, un fucile eccellente - lo Chassepot francese era superiore al Dreyse prussiano - e una tradizione militare prestigiosa. Aveva però un sistema di mobilitazione meno efficiente di quello prussiano, un'organizzazione del comando meno coerente e un'artiglieria generalmente inferiore ai moderni pezzi Krupp a retrocarica. Nei capitoli dedicati alla guerra contro il Secondo Impero, Showalter mostra come la superiorità tedesca emergesse dall'interazione fra capacità differenti, non da un singolo elemento miracoloso. In certe battaglie, i tedeschi se la videro anche brutta: a Gravelotte-Saint-Privat, il 18 agosto 1870, i loro attacchi subirono perdite spaventose. I soldati francesi dimostrarono ripetutamente di saper combattere molto bene. Eppure l'esercito tedesco riusciva a concentrare forze, spostare cannoni, manovrare sui fianchi e serbare il vantaggio sul campo in virtù della sua migliore logistica e organizzazione. La battaglia di Sedan fu l’epilogo spettacolare di questa superiorità. Napoleone III venne catturato e il Secondo Impero crollò.

Ma la guerra non finì.

André Devambez, La barricata o L'attesa, 1911. Rappresentazione della Comune di Parigi del 1871. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Si tende a dimenticarlo, perché la fase finale del conflitto viene oscurata solitamente dagli eventi della Comune di Parigi, che è un evento storico di immensa suggestione. Ma Showalter non se ne dimentica, e non tratta la caduta dell'Impero come la conclusione naturale della campagna. Dedica un capitolo specifico, The Republic Strikes Back, al tentativo della nuova Repubblica francese di continuare a battersi; e un ulteriore capitolo, War with France, alla prosecuzione del conflitto e alle sue implicazioni. E qui si vede che a Showalter interessa molto la transizione fra le guerre dell’Europa ottocentesca, decise dagli eserciti regolari, e forme di conflitto più vicine alla guerra come verrà combattuta nel Novecento. La mobilitazione nazionale, la partecipazione dei civili e l'estensione degli obiettivi politici modificavano il rapporto fra vittoria sul campo e conclusione della guerra.

Intendiamoci, questa cosa non deve essere immaginata come un sistema a porte stagne. Le guerre napoleoniche avevano già mobilitato intere società, e la guerra del 1870-71 non fu una guerra totale nel senso che l'espressione avrebbe assunto nel Novecento. Ma proprio questa natura intermedia le dà una peculiarità storica: apparteneva ancora al mondo delle guerre ottocentesche e, contemporaneamente, contribuiva a creare condizioni che quel mondo avrebbe faticato sempre più a governare. E anche per questo il libro di Showalter funziona meglio di molte narrazioni militari più tradizionali: la battaglia viene raccontata sempre assieme alla politica che l’ha resa possibile, e che dovrà trarne le somme dopo che è stata combattuta. Ma soprattutto, il testo non attribuisce retrospettivamente ai protagonisti una conoscenza del futuro che non potevano avere.

Bismarck non sapeva nel 1864 che sette anni dopo sarebbe stato cancelliere dell'Impero tedesco. Moltke non poteva sapere che il proprio sistema militare sarebbe diventato un modello internazionale. I francesi non erano destinati a perdere perché rappresentavano un mondo superato. Gli austriaci non erano destinati a perdere perché la storia aveva deciso di espellerli dalla Germania. Ognuna di quelle guerre aprì porte che prima erano chiuse, sbarrandone altre. E gli uomini politici e militari dovettero decidere in condizioni di incertezza, spesso con informazioni incomplete, spesso sbagliando - un’attenzione alla contingenza che è, a mio giudizio, il pregio maggiore dell'opera. Showalter possiede una conoscenza notevole degli aspetti tecnici della guerra, ma non ne fa una religione. Non attribuisce alle ferrovie, ai fucili o agli stati maggiori il potere di determinare automaticamente la storia. Li considera strumenti - la cui efficacia dipende dalle istituzioni, dalle persone e dalle circostanze. La sua scrittura, inoltre, non è quella asettica di certa storiografia accademica. Ha un gusto per l'ironia, per il caso umano e per la contraddizione che rende vivaci anche questioni abbastanza aride, come le controversie costituzionali prussiane o l'organizzazione degli eserciti tedeschi minori. Avercene, di storici così.

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