The Turn of a Friendly Card: il tavolo verde come metafora del mondo

The Turn of a Friendly Card degli Alan Parsons Project, uscito nell’ormai lontano 1980, è un disco inquietante. Ma in un modo sottile, oserei dire disinvolto - come sanno essere disinvolti certi inglesi quando scendono per strada a comprare il giornale in mutandoni e calzini al ginocchio, riuscendo nel contempo a serbare una indecifrabile e misteriosa dignità. Non è un album cupo nel senso tradizionale del termine. Non urla, non esaspera, non indulge in scenografie apocalittiche. Anzi: è elegante, levigato, impeccabilmente prodotto. Le melodie sono spesso morbide, le voci misurate, i sintetizzatori luminosi. Da qualche angolo spuntano dei guizzi funky, come nell’assolo di chitarra di Games People Play. Cose che fanno pensare che il tentativo di divertirsi, suonando, ci sia.

Certo, poi bisogna capire se ci si diverte davvero.

L'album ruota attorno al gioco d'azzardo, ma ridurlo a un concept sulla ludopatia sarebbe molto limitativo. A parte che la società dei Seventies in cui il disco è stato concepito non era abituata a patologizzare i comportamenti e i pensieri come la nostra, qui il discorso è filosofico. Il tavolo verde diventa il modello attraverso cui leggere la società, le persone, il mondo. The Turn of a Friendly Card mette in scena una commedia umana: da una parte ci sono i disperati, quelli che si giocano davvero la casa, lo stipendio, il futuro, inseguendo la mano di carte successiva; persone convinte che la prossima carta possa finalmente ribaltare un destino mediocre e, finora, infausto. Ma dall'altra parte ci sono coloro che giocano un'altra partita, quella del potere. Politici, dirigenti, uomini d'affari, seduttori, professionisti del prestigio. Anche loro vivono di probabilità, bluff, rischio calcolato. Si giocano cose importanti, vitali, rischiano di perderle. Impostano strategie.

Ciò che cambia è la posta in gioco

L'album sembra suggerire che il meccanismo psicologico di entrambi i gruppi sia identico.

In questo senso, il titolo stesso è straordinariamente ambiguo. The Turn of a Friendly Card evoca l'idea di una carta favorevole, di un colpo di fortuna. Ma allo stesso tempo lascia intuire qualcosa di profondamente inquietante: una vita intera che dipende dall'esito casuale di una mano. È difficile non leggere in questa immagine una metafora della modernità.

L'ambiguità raggiunge forse il suo punto più alto nel brano che dà il titolo al disco. Una frase come "For God knows until now it's been hard" - si parla della durezza dell’esistenza - sfugge continuamente a un'interpretazione definitiva. Il fatto che quella vita sia stata dura, è vero oppure è una boutade? Si sta facendo dell’ironia o si parla sul serio? Chi è che sta parlando: un uomo realmente sconfitto dalla vita? Un giocatore patologico, uno che vedremo lasciare sul tavolo verde i risparmi e la pensione? Oppure un potente che trasforma ogni minima frustrazione in tragedia personale?

Il testo non offre risposte - un tratto caratteristico di molti testi scritti da inglesi: è una roba che piaceva tanto anche a Shakespeare, ancora oggi il concetto di “dubbio amletico” è centrale nella produzione letteraria - ed è proprio questa scelta a renderlo così efficace. I protagonisti potrebbero essere poveracci intenti a dissipare gli ultimi risparmi, oppure uomini di successo impegnati nelle proprie guerre di posizione. Potrebbero essere vittime o complici. Probabilmente sono entrambe le cose.

L'album non separa mai nettamente chi perde da chi vince

Anzi, suggerisce qualcosa di ancora più inquietante: che entrambi siano prigionieri dello stesso gioco.

Il ludopatico rincorre la vincita definitiva, quella che lo salverà. L’ambizioso spera nel successo della svolta. L’innamorato va dietro al suo sogno amoroso, che gli cambierà l’esistenza. Il politico sogna il gradino più alto nella scala del potere. Cambiano gli oggetti del desiderio, ma la struttura mentale resta sorprendentemente simile. Ed è forse questo il vero centro filosofico del disco: il gioco d’azzardo è un modo per impostare il discorso. Pirandello direbbe: una maschera. Il tema più profondo, qui, è la compulsione, il fatto di trovarsi presi in uno schema in cui - anche quando ci pare di essere noi a decidere il gioco, la puntata, l’obiettivo - in realtà non decidiamo niente. Siamo prigionieri della convinzione che basti un'ultima carta, un'ultima promozione, un'ultima conquista, un'ultima conferma perché tutto trovi finalmente il proprio equilibrio.

Quella carta, naturalmente, non arriva mai. Non c’è fine, al gioco. The Turn of a Friendly Card non racconta la storia specifica dei disperati, né quella dei potenti. Racconta persone perfettamente integrate nel proprio tempo, educate o maleducate, povere o ricche, potenti o fragili, favorite dalla sorte o afflitte da sventure, che continuano ostinate a puntare pezzi di sé. In pratica, parla di tutti o quasi. La produzione musicale contribuisce a questo effetto: tutto appare distante, controllato, quasi clinico. Come un casinò di lusso: luci soffuse, moquette impeccabile, camerieri discreti - mentre qualcuno, da qualche parte, continua lentamente a perdere.

La domanda rimane sul tavolo

È possibile uscire dal gioco?

La risposta, se c'è, non sembra essere un semplice sì o no. Forse non si può smettere di giocare del tutto. La competizione, il desiderio, il bisogno di riconoscimento sono parte dell'esperienza umana. Ma si può forse smettere di credere che esista la mano definitiva, quella capace di risolvere ogni cosa. È una conclusione malinconica, non consolatoria: e, come tutte le conclusioni malinconiche e non consolatorie, sembra vera almeno in buona parte. Ragion per cui, a oltre quarant'anni dalla sua pubblicazione, The Turn of a Friendly Card continua a risultare così sottile, così elegante e così profondamente inquietante.

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