The Princess Bride, di William Goldman

Ci sono pochi dubbi, a mio avviso, che The Princess Bride di William Goldman sia un romanzo pazzesco. Lo è anzitutto perché riesce a farci appassionare alle vicende di una protagonista insopportabile: Buttercup è fuor di dubbio una persona odiosa, vanitosa, infantile, sovente passiva fino all’irritazione, e in genere meno interessante di tutti quelli che le ruotano attorno.

Eppure, noi ci interessiamo alla storia che la riguarda fino alla fine. Goldman ottiene questo risultato prendendo il cliché della principessa da fiaba - bellissima, desiderabile e infatti desiderata, pressoché astratta - e ficcandolo nel bel mezzo di un mondo popolato da personaggi infinitamente più vivi, dolorosi, intelligenti e tragici. Alla fine ti accorgi che non stai leggendo davvero per Buttercup. Stai leggendo per Westley, e per la sua fedeltà assurda a un amore che sembra senza merito fin da quando viene dichiarato, e nel corso del romanzo viene confermato in tutti i modi per tale. Stai leggendo per Inigo Montoya, e il suo trauma che ne definisce l’identità. Stai leggendo per la dolcezza infantile di Fezzik, per l’intelligenza paranoide di Vizzini, per il sadismo aristocratico di Humperdinck, per l’assurdo e isterico miracolista-guaritore in pensione Miracle Max.

Buttercup è una sorta di buco nero attorno a cui orbitano tutti: la sua bellezza e il suo essere la principessa in pericolo creano la vicenda e la orchestrano, i personaggi ruotano attorno a lei, e tuttavia la sostanza appartiene a loro. Il che è geniale perché Goldman sfrutta un marchingegno narrativo che non è alla portata di gran parte delle narrazioni romance di ambientazione fantastica, e cioè che il desiderio di appassionarsi a una vicenda non nasce sempre dall’ammirazione, dalla simpatia o dal desiderio di empatizzare con qualcuno. Può anche nascere, e in questo caso nasce, dalla sproporzione. Buttercup è così tragicamente umana nei suoi difetti - vanitosa, indecisa, ingenua, melodrammatica - che finisce per diventare credibile dentro una storia piena di eroi larger than life.

In più, il libro ha un impianto meta-letterario che, nel 1973, precorre i tempi di un bel po’: è postmoderno prima che la postmodernità colonizzi il mainstream, e questo lo rende bizzarramente divertente e dà al lettore la sensazione di leggere un libro colto e spassoso al tempo stesso. Pure Il nome della rosa di Umberto Eco, altro cardine della postmodernità letteraria, arriva sette anni dopo. Goldman, però, compie un’operazione diversa da quella di Eco. Questi usa la postmodernità per costruire un labirinto: citazioni, manoscritti, biblioteche, livelli interpretativi, falsi storici, il mito di Aristotele come sogno epistemologico di alcuni e incubo di altri. Goldman invece la usa per sabotare la fiaba dall’interno. L’idea del finto romanzo di un autore immaginario, abbreviato e commentato da chi racconta la storia, è un trucco sublime perché produce al tempo stesso immersione e distanza. Il lettore gusta ciò che accade, ma nello stesso momento chi scrive gli sta ricordando che ogni grande racconto è anche un artificio, una messinscena.

Che poi, secondo me, è la ragione per cui The Princess Bride invecchia così bene. Non ha il candore ingenuo della fantasy stucchevole, ma nemmeno il cinismo sterile di molta narrativa contemporanea. Crede ancora nell’avventura, nell’eroismo, nell’amore sconfinato, nella cattiveria indicibile, nella vendetta e nell’intrigo: e, al tempo stesso, li narra con un’ironia malinconica che li colloca sul piano dell’esperienza del lettore. Cioè li rende umani.

Ah, The Princess Bride ha una edizione italiana, dal titolo La principessa sposa. Io, però, non l’ho letta.

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Grazie, davvero.