The End of Empire, di George F. Nafziger

Il problema della vita di Napoleone, da un certo momento in poi, è stata l’abitudine.

Succede a tutti, è umano. E Napoleone, checché ne pensassero alcuni suoi contemporanei che lo reputavano l’incarnazione del diavolo, era umano come lo siamo tutti. E per uno come lui, al quale i successi in battaglia avevano spalancato le porte di una carriera che ha pochi equivalenti storici, era forse inevitabile abituarsi all’idea che vincere le battaglie venga prima di tutto il resto. La campagna d’Italia gli aveva dato la sua vertiginosa ascesa politica. Austerlitz gli aveva dato il predominio sull’Europa. Cosa c’era, di più importante che vincere? Eppure, a un certo punto della sua vita finisce per trovarsi in una situazione in cui vincere non basta più.

È forse questo il paradosso più affascinante della campagna di Francia del 1814 e l’aspetto più interessante di The End of Empire: Napoleon’s 1814 Campaign di George F. Nafziger. Perché Napoleone, in quel fatale 1814, non è affatto un generale che ha smarrito il proprio talento: continua a essere formidabile, a macinare vittorie come ha sempre fatto, anzi perfino meglio che in passato. Ma quest’uomo, che è sempre il generale più abile del suo tempo, scopre con sgomento che ciò che ha sempre fatto non serve più.

Per capire come si sia arrivati fin lì bisogna tornare almeno al 1812. La Russia ha distrutto una parte enorme della Grande Armée e, soprattutto, ha consumato qualcosa di assai più difficile da ricostruire dei semplici effettivi, dei cannoni, dei cavalli: veterani, sottufficiali, ufficiali, esperienza. Napoleone riesce nondimeno in un'impresa organizzativa impressionante. Nel 1813 mette nuovamente in campo centinaia di migliaia di uomini e torna a vincere.

Vince a Lützen. Vince a Bautzen. In agosto, a Dresda, infligge agli Alleati una delle sconfitte più pesanti della campagna. E tuttavia, è chiaro che qualcosa si è rotto. Non in Napoleone: anzi, dopo le terribili batoste della Russia, sul campo il generale pare aver ritrovato se stesso. Ciò che si è rotto è il rapporto tra la vittoria sul campo e la vittoria della guerra.

È uno dei fenomeni che questo libro di Nafziger permette di osservare meglio, proprio perché non si tratta di un testo biografico. È storia militare nel senso più concreto del termine: cosa fanno i vari corpi d’armata, quali divisioni ci sono dentro, che distanze percorrono, che ordini hanno ricevuto, che tempi di marcia riescono a tenere. Il lettore vede gli eserciti muoversi e, attraverso quei movimenti, comprende man mano che la lettura procede perché il vecchio meccanismo napoleonico abbia smesso di produrre i risultati di un tempo.

Nel 1805 Austerlitz può far uscire l’Austria dalla guerra. Nel 1806 Jena e Auerstedt possono distruggere in poche settimane la capacità militare prussiana. Il principio è quello della battaglia decisiva, che Napoleone portò al suo livello storico più alto e che per tutto l’Ottocento altri generali continueranno a cercare di imitare: concentrare le forze, distruggere l’esercito avversario e convertire il successo militare in una soluzione politica.

Ma nel 1813 gli avversari di Napoleone hanno imparato. Il cosiddetto piano di Trachenberg codifica una lezione pagata carissima negli anni precedenti: quando possibile, evitare di affrontare direttamente Napoleone e colpire invece i suoi subordinati. Il risultato è quasi grottesco. Napoleone sconfigge l’esercito alleato a Dresda mentre, altrove, Oudinot perde a Großbeeren, Macdonald al Katzbach, Ney a Dennewitz.

L’Imperatore può ancora vincere, e vince. Ma non può essere dappertutto, e i suoi nemici lo sanno. Sanno anche che i suoi subordinati valgono molto meno di lui. E la battaglia di Lipsia, nell’ottobre del 1813, la cosiddetta Battaglia delle Nazioni, rende evidente la nuova realtà. Napoleone viene sconfitto, ripiega oltre il Reno e vede dissolversi buona parte del sistema politico costruito attorno alla Francia. La Confederazione del Reno si sfalda in fretta. Gli alleati tedeschi cambiano campo. A occidente Wellington, dopo Salamanca e Vitoria, ha trasformato la guerra di Spagna in una marcia verso il territorio francese. E quando si entra nel 1814 la questione non è più come conservare Berlino, Varsavia, Madrid o Milano - la guerra è arrivata in Francia.

Al che Napoleone compie alcune delle operazioni più straordinarie della propria carriera. Nafziger dedica significativamente un capitolo ai “Sei Meravigliosi Giorni”, i successi napoleonici della campagna di febbraio. Blücher avanza con l’Armata della Slesia distribuendo i propri corpi lungo una linea troppo estesa. Napoleone individua l’occasione: è il classico tipo di situazione in cui lui è più bravo degli altri, e di gran lunga. Un nemico complessivamente superiore ha commesso l’errore di suddividere le proprie forze. Napoleone dispone delle linee interne: può muoversi più rapidamente tra i diversi corpi avversari di quanto questi possano ricongiungersi tra loro. Per qualche giorno il 1814 torna a sembrare il 1796.

Il 10 febbraio colpisce a Champaubert. L’11 a Montmirail. Il 12 a Château-Thierry. Il 14 a Vauchamps. Blücher viene colpito ancora e ancora. Vede il suo esercito perdere pezzi a ogni scontro. Napoleone concentra le sue divisioni migliori contro singole porzioni dell’esercito nemico, le batte e le volge in fuga, o le obbliga a fermarsi: poi cambia direzione, marcia nuovamente e colpisce altrove. È la sua concezione della guerra portata quasi alla perfezione geometrica. Epperò non basta.

Questa è la ragione per cui The End of Empire è un libro che davvero val la pena di leggere - perché ci fa capire cosa non basta più e perché.

Distruggere diecimila uomini di Blücher nel 1814 non equivale a distruggere diecimila uomini austriaci nel 1805. Dietro l’Armata della Slesia esistono altre armate, altre riserve, altre nazioni, altre risorse. Russia, Prussia, Austria e Gran Bretagna hanno deciso di continuare la guerra fino a che Napoleone non sarà sconfitto una volta per tutte. La Francia, invece, sta arrivando al limite delle proprie possibilità demografiche, economiche e militari. Napoleone dispone ancora di un’intelligenza operativa eccezionale, ma ogni vittoria consuma uomini che non può sostituire con la stessa facilità dei suoi avversari. C’è poi un problema ancora più sottile, di cui Napoleone stesso era ben consapevole. L’esercito del 1814 non è più quello di Austerlitz. Non ha la stessa esperienza. I ragazzi chiamati alle armi possono combattere magnificamente per il loro sovrano, ma non possiedono la competenza bellica accumulata dai veterani della Grande Armée. Soprattutto manca la cavalleria nella quantità e nella qualità necessarie.

Théodore Géricault, Ufficiale dei cacciatori a cavallo della Guardia imperiale alla carica, 1812, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi. Il fatto che la cavalleria sia così presente nei dipinti che raccontano l’epopea napoleonica non è un caso.

Questa cosa della cavalleria è un guaio enorme, perché una battaglia non termina quando il nemico decide di ritirarsi. Per Napoleone la vittoria completa è sempre stata quella in cui la ritirata dell’avversario viene trasformata in disastro: inseguire, catturare cannoni, prendere prigionieri, impedire all’esercito sconfitto di ricostituirsi.

Nel 1814 può ancora costringere un nemico a lasciare il campo. Molto più difficilmente può impedirgli di tornare. E così la campagna assume un ritmo quasi assurdo. Napoleone corre contro Blücher, lo batte; deve voltarsi contro Schwarzenberg, combatte ancora; torna verso Blücher. Vince a Montmirail, a Vauchamps, a Montereau, a Reims. A Craonne ottiene un altro successo bagnato nel sangue. A Laon, invece, è lui a essere fermato.

Ogni volta risolve un problema. Ma ogni volta ne esiste già un altro. E questo libro funziona splendidamente proprio perché restituisce il senso materiale di questa sensazione attraverso la geografia della campagna. Guardando le mappe, seguendo gli ordini di battaglia e gli spostamenti dei corpi, diventa evidente la sproporzione fra l’efficacia locale di Napoleone e la situazione strategica generale. “Adesso devo battere questi qua agli ordini del generale Pinco Pallino. Se vinco, poi mi giro di là e devo battere quegli altri che nel frattempo saranno arrivati. Poi, di nuovo, dopo aver vinto devo rigirarmi di nuovo da questa parte per sconfiggere l’esercito del generale Vattelapesca che, avendo raccolto anche i superstiti dell’armata di Pinco Pallino, li ha ringalluzziti e reinquadrati”. Un continuo correre di qua e di là all’impazzata, con gli avversari che possono permettersi di perdere battaglie su battaglie, e tu che invece non ne puoi perdere nessuna. Le truppe si sfiniscono. Iniziano a chiedersi quando finisce, questo lavoro di Sisifo. È come osservare un giocatore di scacchi che continui a trovare combinazioni tatticamente perfette: epperò non serve a nulla, perché la posizione complessiva sulla scacchiera diventa progressivamente irrecuperabile.

A un certo punto anche gli Alleati comprendono definitivamente il meccanismo. Napoleone tenta ancora una delle sue grandi manovre: portarsi alle spalle degli eserciti invasori, minacciarne le comunicazioni e costringerli a voltarsi. È esattamente il genere di problema che in passato avrebbe terrorizzato un comando avversario. Lasciare Napoleone sulle proprie retrovie significava rischiare di vedere interrotte le linee di rifornimento e di essere attaccati nel momento peggiore.

Ma nel marzo 1814 accade qualcosa che misura meglio di qualsiasi battaglia quanto sia cambiata la guerra: gli Alleati non lo seguono. Decidono di correre il rischio e di marciare su Parigi. Ed è forse la sconfitta più terribile che possano infliggere a Napoleone, perché non consiste nel batterlo, ma nel rendere irrilevante - almeno temporaneamente - la sua presenza sul campo.

Ernest Meissonier, 1814, Campagna di Francia, 1864, olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi. Basta guardare le facce e si capisce non dico tutto, ma abbastanza.

La capitale cade il 31 marzo. Napoleone è ancora Napoleone. Ha ancora un esercito. Vuole ancora combattere. Ma a Fontainebleau scopre che la guerra non dipende più soltanto dalla sua volontà. I marescialli non credono possibile continuare; il sistema politico si disgrega; Marmont tratta con gli Alleati; il Senato volta pagina.

Il 6 aprile Napoleone abdica. Da questo punto di vista il titolo scelto da Nafziger è esatto: The End of Empire. Non semplicemente la fine di una campagna, né la storia di alcune sconfitte. È il momento in cui un intero modo di fare la guerra raggiunge il proprio limite. Ed è forse per questo che la campagna del 1814 risulta persino più interessante, a leggersi, di quella di Austerlitz. Perché ad Austerlitz tutto funziona: l’intelligenza tattica, l’organizzazione militare, la diplomazia e la situazione politica convergono; una grande vittoria può cambiare l’Europa. Nel 1814 le stesse qualità producono risultati sempre più piccoli, che a un certo punto diventano irrilevanti.

Nafziger lo mostra senza bisogno di costruire la leggenda romantica dell’eroe solo contro il mondo, con buona pace di Manzoni e del Cinque maggio. Napoleone può battere un esercito. Può batterne un secondo. Può percorrere decine di chilometri, voltarsi e batterne un terzo. Quello che non può più fare è trasformare ciascuna di queste vittorie nella fine della guerra. Ed è questa, più delle sconfitte, la vera misura della caduta dell’Impero - perché esiste una condizione peggiore dell’essere diventati incapaci di fare ciò che si sapeva fare. E cioè continuare a saperlo fare magnificamente, e scoprire che non basta più.

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