Sharknado, di Anthony C. Ferrante
Sgombriamo subito il campo da un dubbio, che poi dubbio non è perché secondo me è una cosa che si capisce abbastanza, guardando il film con un minimo di attenzione: Sharknado, uscito nel 2013 nelle vesti di disaster movie d’azione con budget assai modesto, non è una di quelle pellicole brutte che fanno ridere perché non sanno di esserlo. Il trash, qui, viene perseguito con dolo: gli autori sanno perfettamente che la trama è senza senso e l’ambientazione è folle - un tornado pieno di squali, affrontato con bombe artigianali e motoseghe, è una trovata ridicola. Il film si getta nell’insensatezza con la stessa convinzione con cui il protagonista, nel finale, si getta letteralmente dentro uno squalo.
Sharknado non si preoccupa della coerenza, del buongusto o della plausibilità. Molti film sono incoerenti e insensati, ma risultano noiosi. Sharknado trasforma invece l’insensatezza in una regola estetica. Rinuncia alla coerenza realistica, ma ne conserva un’altra, ferrea: quella del crescendo. Ogni evento deve essere più enorme, improbabile, pacchiano e gratuito del precedente. La domanda che governa il film non è mai: “Potrebbe davvero accadere?”. È: “Ora che abbiamo fatto questo, quale idiozia ancora più grande possiamo permetterci?”.
La risposta è invariabilmente: tutte.
Una quantità inusitata di squali viene risucchiata da un tornado e scagliata su Los Angeles. Già questa premessa dovrebbe esaurire la quantità di vergogna sulla quale uno sceneggiatore dovrebbe poter contare. Sharknado, invece, la considera il punto di partenza. Gli squali nuotano nelle strade allagate, sfondano finestre, piombano dal cielo, entrano nelle case e compaiono esattamente nel luogo necessario affinché qualcuno possa affrontarli con un’arma impropria. La meteorologia, la zoologia, l’anatomia e la fisica vengono abolite una dopo l’altra, senza che il film avverta il bisogno di convocare una spiegazione. E non si tratta nemmeno della sospensione dell’incredulità - per sospendere l’incredulità, infatti, bisognerebbe prima riconoscerla come un problema. Sharknado non lo fa. Non chiede indulgenza allo spettatore, non tenta di rendersi credibile e non si vergogna dei propri effetti speciali da due spicci. Va avanti come se il fatto che certe cose siano scritte nella sceneggiatura costituisse una legge naturale sufficiente. È quella che, volendo fare dell’antropologia d’accatto, potremmo chiamare causalità per entusiasmo: una cosa accade perché il film la desidera con intensità bastante.
La locandina originale del film. Se vi sembra indifendibile, beh, non so darvi torto.
Per dissipare i tornado, per esempio, basta farvi esplodere dentro delle bombe. Come sia stata elaborata questa soluzione e su quali principi scientifici si fondi non interessa ad alcuno. Un personaggio la propone, gli altri la accettano e una manciata di minuti dopo la crisi meteorologica è diventata una missione di bombardamento. E poiché le bombe non bastano, il protagonista - si chiama Finley Shepard, Fin per gli amici - riempie un’automobile di esplosivo, la lancia verso il tornado alla massima velocità e salta giù un istante prima che il veicolo venga risucchiato. È la logica di un bambino che gioca sul pavimento con le macchinine: se un’auto deve arrivare fin lassù, basta farla andare molto veloce e trovare una rampa. Il mondo non oppone alcuna resistenza alla fantasia; al contrario, si riorganizza continuamente per assecondarla.
C’è anche la scena del salvataggio di uno scuolabus sospeso su un ponte - i toni e le situazioni del film sono queste, anzi queste sono tra le più normali. La sequenza prova per qualche minuto a comportarsi come un disaster movie convenzionale: ci sono dei bambini in pericolo, un autobus bloccato, un uomo che si cala dall’alto per portarli in salvo. Una volta terminata l’operazione, però, il conducente viene ucciso da una delle lettere staccatesi dalla scritta HOLLYWOOD. Sì, quella grande che si vede sulla collina e che sappiamo tutti. Sì, la cosa non ha senso. No, non hanno mai avuto dubbi se girarla o meno. Poco dopo, una ruota panoramica si stacca, rotola per la città e attraversa un edificio. Non bastano gli squali nel tornado, anche l’arredo urbano ha deciso di partecipare al delirio. La ruota acquisisce una capacità distruttiva del tutto sproporzionata, devasta ciò che incontra e scompare dalla vicenda. Nessuno prepara l’evento, nessuno lo spiega e nessuno ne parla dopo.
Gli attori: cani, reduci e professionisti caduti nel tornado
Ci sono due aspetti nei quali Sharknado raggiunge una forma di perfezione particolarmente raffinata. Non so quanto il risultato sia stato calcolato e quanto sia nato invece dalle circostanze produttive; ma, volontariamente o involontariamente, funziona.
Il primo riguarda gli attori. A una prima occhiata sembrano tutti dei cani: recitano male, pronunciano dialoghi di cui ci sarebbe da vergognarsi - a scriverli, anzitutto - e non li salva neanche il doppiaggio. Oddio, per la verità l’italiano migliora un po’ le cose, in inglese la situazione è peggiore. Nella nostra lingua le battute acquistano almeno una patina di dignità professionale grazie ai doppiatori, che come spesso accade ce la mettono tutta: e io farei loro un monumento o qualcosa del genere, perché non dev’essere facile rimanere seri mentre si pronunciano certe frasi. Ma dire sic et simpliciter che gli attori non sappiano recitare sarebbe inesatto. Il cast è una piccola Spoon River dello spettacolo americano: volti riconoscibili, carriere interrotte, vecchie celebrità televisive e almeno un attore autenticamente bravo, tutti risucchiati dal medesimo tornado produttivo.
Ian Ziering, che sarebbe il protagonista, era stato Steve Sanders in Beverly Hills 90210: uno dei volti televisivi più riconoscibili degli anni Novanta. Quando gli proposero Sharknado, trovò la sceneggiatura piena di buchi ed era riluttante ad accettare. Raccontò poi di averlo fatto anzitutto perché gli serviva raggiungere la soglia di reddito necessaria a conservare l’assicurazione sanitaria del sindacato degli attori per la propria famiglia. Difficile pensare a una motivazione meno eroica e, proprio per questo, più americana: Fin Shepard affronta un tornado di squali perché Ian Ziering deve mantenere la copertura sanitaria.
Ziering, tuttavia, fa ciò che deve fare. Non è un grande attore, ma possiede una serietà invulnerabile. Corre, guida, spara, impartisce ordini e impugna la motosega senza lasciare affiorare il minimo sospetto che tutto questo possa essere assurdi. Non interpreta un personaggio, non nel senso convenzionale del termine: applica una determinazione fisica elementare a ogni ostacolo. Se gli dicono che nel cielo ci sono degli squali, non domanda come sia possibile. Cerca l’arma più adatta.
Tara Reid, Kari Wuhrer e Ian Ziering al NBCUniversal Summer TCA Press Tour di Beverly Hills, il 14 luglio 2014. Foto: Red Carpet Report / Mingle Media TV, licenza CC BY 2.0. Voi capite: questi affrontano tornado stracolmi di squali brandendo motoseghe. Con queste facce.
Tara Reid, che interpreta la sua ex moglie April Wexler, arriva invece da American Pie e da una celebrità spesasi assai rapidamente. In Sharknado ha spesso l’aria di trovarsi altrove, ma proprio con la testa. Le sue reazioni emotive sembrano arrivare con qualche secondo di ritardo oppure non arrivare affatto; e tuttavia anche questa specie di torpore finisce per integrarsi nel film. Di fronte a eventi che nessun essere umano saprebbe interpretare la sua quasi totale assenza di reazione diventa, in qualche bizzarro modo, una scelta sensata. Il suo contraltare è Cassie Scerbo, nel ruolo di Nova: una che lavora per Fin ed è pazza di lui. La Scerbo, per come la vedo io, capisce il meccanismo. Tanto Tara Reid è apatica quanto lei è vivace. Ci mette energia, ci mette la presenza fisica. Ci mette quella quantità minima di partecipazione emotiva necessaria a impedire che il personaggio si riduca a un manichino incaricato di sparare agli squali. Riesce persino a raccontare la morte di suo nonno senza distruggere completamente la scena. E infine c’è John Heard.
Heard non era un residuato televisivo né un interprete improvvisato. Aveva lavorato con registi importanti. Era stato il papà di Kevin in Mamma, ho perso l’aereo, il suo blockbuster l’aveva avuto. Aveva recitato in Fuori orario di Scorsese, in Big, in Risvegli e nei Soprano. In mezzo agli altri si riconosce per una caratteristica che in Sharknado fa di lui una eccellenza assoluta: sa recitare. Il suo George è un ubriacone da bar affezionato al proprio sgabello, e Heard sembra aver deciso che l’unico modo per attraversare il film sia ridurre tutto all’essenziale: stare seduto, bere, guardare gli altri con stanchezza e aspettare la morte.
Tara Reid al Comic Con Holland nel 2023. Foto: Miguel Discart e Kiri Karma, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons. In Sharknado sembra sempre essere una che sta con la testa altrove, e viene da pensare che abbia le sue ragioni.
È il solo nel quale si intravede quella vaga disperazione dell’attore competente chiamato a interpretare una parte da cane. Nel suo sguardo compare qualcosa che non appartiene a George ma a John Heard: la coscienza precisa del luogo cinematografico nel quale è capitato. Anni dopo avrebbe raccontato con ironia che, quando il suo agente gli propose un film intitolato Sharknado, accettò di fare “l’ubriaco di Sharknado”. Che poi io mi immagino la scena, è più forte di me: l’agente che deve andare a proporre di stare nel cast di Sharknado a uno che ha lavorato con Scorsese. La faccia tosta, la necessità di tirar fuori il sorriso, la stretta di mano, il contratto. Tu hai lavorato con Scorsese, sei stato in grandi produzioni, e ti ritrovi a firmare un contratto che contiene la parola Sharknado. Viene in mente Roberto Herlitzka che dice a Pannofino: “No, guardi, io vorrei morire”.
Il cast, quindi, non è uniformemente incapace. È molto più variegato: ciascun attore affronta il disastro con una diversa forma di insufficienza. Ziering oppone all’assurdo una serietà atletica; Tara Reid una specie di lontananza psichica; Cassie Scerbo un’onesta energia da cinema d’azione; John Heard la stanchezza superiore di un professionista. Ad accomunarli è la sceneggiatura, che rende quasi impossibile distinguere la cattiva recitazione dalla sola recitazione concepibile. Avrebbero potuto mettere Patrick Stewart nel cast e affidare la regia, non so, a Christopher Nolan: probabilmente sarebbe stato peggio. Un attore bravo sul serio avrebbe cercato un sottotesto; un grande regista avrebbe preteso una logica. Sharknado non possiede né l’uno né l’altra. Oppure avrebbero preso tutto a ridere, che sarebbe stato ancora più rovinoso, perché il solo modo giusto di affrontare una sceneggiatura simile è prenderla sul serio. Non perché la storia sia seria, per carità, ma perché la comicità nasce precisamente dallo scarto fra ciò che vediamo e la convinzione con cui i personaggi lo vivono. Se l’attore ammicca, il meccanismo crolla. Se ci comunica di aver capito la battuta, smette di esserci una battuta. E il regista Anthony C. Ferrante ha confermato che questa era precisamente la strategia: data l’assurdità del concetto, bisognava tenere quanto più possibile ancorati alla realtà i personaggi e le situazioni. La comicità doveva nascere dalle loro reazioni, non da qualcuno che interrompesse l’azione per avvertire il pubblico che il film sapeva di essere buffo. Lo sceneggiatore Thunder Levin - un uomo il cui coraggio, sinceramente, invidio - ha descritto tale equilibrio come una posizione intermedia fra la parodia e l’assoluta serietà.
Gli interpreti di Sharknado non fingono dunque di recitare male. Alcuni recitano davvero da canacci, uno se la cava piuttosto bene, altri fanno ciò che possono con ciò che hanno. Ma tutti, per ragioni differenti, finiscono per offrire al film ciò di cui ha bisogno: la più assoluta serietà davanti alla più assoluta idiozia.
Il kolossal da cantina
L’altra cosa eccezionale è che la sceneggiatura, nella propria follia, neutralizza anche il problema degli effetti speciali da cantina, dei mezzi poveri, delle location deboli e dei fondali di cartapesta (non so se siano veramente di cartapesta, non credo: lo dico come modo di dire; ma l’effetto è quello). La ragione è molto simile a quella che rende valida e appropriata la cattiva recitazione: non esiste, non può esistere un budget capace di rendere Sharknado un film credibile.
Sharknado è costato intorno ai due milioni di dollari: una cifra men che minima per una pellicola che mette in scena un cataclisma su scala urbana, centinaia di squali volanti, tornado, inondazioni, elicotteri, esplosioni e una ruota panoramica che attraversa un edificio. Ma il fatto è che nemmeno cento o duecento milioni sarebbero bastati; non esiste una somma di denaro in grado di rendere efficace e decorosa una scena cinematografica nella quale un uomo si getta con una motosega dentro un tornado pieno di squali. Qui siamo oltre Godzilla, oltre qualsiasi possibilità di rappresentazione dignitosa. Non è alla portata di nessuno girare bene una roba simile; e quindi, già che ci siamo, tanto vale girarla nel modo più indecente possibile.
Il paradosso è che proprio qui affiora una precisione produttiva che definirei - ed è quasi un complimento - metodica. Ferrante ha definito il progetto come il tentativo intenzionale di fare un film da grande budget senza avere denaro. La società produttrice, The Asylum, lavorava abitualmente intorno al milione di dollari e disponeva internamente di strutture di montaggio e lavorazione degli effetti visivi. Non si trattava quindi di un gruppo di dilettanti che aveva casualmente sbagliato tutto, ma di professionisti specializzati nel costruire rapidamente un’apparenza di spettacolo con risorse assai modeste (e consideriamo anche che il film è stato girato per la televisione). In Sharknado esiste un equilibrio molto sottile, un’arte del sapersi muovere al confine tra il girare male una scena e il girarla abbastanza bene da renderla comunque fruibile. Lo squalone di plastica, gli attacchi con la motosega, il tornado digitale e le esplosioni non devono apparire convincenti: non potrebbero. Ma non possono neppure essere tanto brutti da spingere lo spettatore a cambiare canale. Bisogna rimanere sufficientemente agganciati alla storia da voler scoprire come continua, anche quando la storia non possiede alcun senso; il film deve quindi mantenersi sempre appena al di qua della soglia di bruttezza che ne causerebbe il prematuro abbandono.
Sharknado si distingue, in questo, dalla follia pura di un Ed Wood. Nei film di Wood l’errore sembra aprire continuamente delle voragini attraverso le quali entra una realtà incontrollabile: scenografie che tremano, dialoghi che si sfaldano, raccordi che non raccordano nulla. In Sharknado la povertà è invece amministrata, e con una certa sapienza. Gli effetti sono brutti, epperò leggibili; l’azione è assurda, ma comprensibile; il montaggio è rozzo, ma conduce sempre alla successiva catastrofe. C’è una logica produttiva, qui, ed è: giro male questo film, ma non tanto male da renderlo inguardabile. La bruttezza non è assenza di controllo; è un controllo esercitato sopra materiali irrimediabilmente brutti.
La motosega e la resurrezione
Il capolavoro assoluto è la scena finale. Uno squalo precipita dal cielo verso Fin, che impugna una motosega. Qualunque altro eroe cercherebbe di scansarsi. Fin si lancia invece direttamente nella bocca dell’animale e ne esce poco dopo squarciandolo dall’interno.
La scena sarebbe già sufficiente a consegnare Sharknado alla storia del cinema dissennato. Ma il film rilancia ancora: dal medesimo squalo Fin estrae Nova, inghiottita qualche minuto prima, che si trova ancora lì e può essere rianimata. In pochi secondi vengono cancellati spazio, tempo, anatomia, digestione e causalità. Lo squalo non è più un animale, se mai lo è stato: è diventato una specie di magazzino narrativo nel quale il film conserva i personaggi che potrebbero tornargli utili. Siamo al miracolo religioso realizzato con carburante, interiora e CGI. Fin attraversa, ne rinasce e riporta con sé una donna dal regno dei morti. Il ventre dello squalo diventa la via più breve per la vittoria.
In tutto ciò, i personaggi serbano la serietà. Non passano il tempo a dirsi quanto sia spiritoso ciò che sta accadendo. Affrontano gli squali volanti con una pervicacia, una tigna degne di miglior causa. Il film conosce la ridicolaggine della propria premessa, ma non la sottolinea con strizzate d’occhio allo spettatore: una qualità che, ahinoi, i seguiti hanno smarrito (sì, ci sono dei seguiti: perché il fatto è che Sharknado è diventato un film di culto, a suo modo, e questo culto ha abbastanza adepti da giustificare un’intera saga). Ma già nel secondo capitolo il dolo diventa esibizione del dolo. Non basta più fabbricare assurdità: il film vuole che il pubblico sappia in ogni momento che l’assurdità è stata fabbricata apposta. Aumentano i camei, le autocitazioni, le battute complici e le scene costruite in anticipo per diventare meme. Il primo Sharknado dice con faccia seria: “C’è un tornado pieno di squali”. I successivi dicono: “Hai visto quanto siamo trash? Adesso ridi”. Ma il trash intenzionale, quando comincia a compiacersi della propria intenzionalità, diventa in fretta rigido. L’escalation quantitativa non può sostituire all’infinito la sorpresa. Si possono aggiungere altri squali, altri tornado, altre motoseghe, lo spazio cosmico, i viaggi nel tempo e qualunque ulteriore demenza; una volta compresa la formula, ogni scena diventa prevedibile proprio nel suo tentativo di essere imprevedibile.
Promozione di Sharknado 2 al San Diego Comic-Con del 2013. Foto: Folkhack Studios, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons. Capirete che, già a questo punto, la cosa era sfuggita di mano.
Sharknado non è dunque il miracolo involontario di un film mal riuscito. È un film che commette un crimine contro la logica e riesce a farlo con sufficiente serietà e impegno da renderlo liberatorio. I seguiti continuano invece a indicare la scena del delitto, ricordandoci quanto siano stati spiritosi gli assassini.