Scrivere dalla frattura. Voci femminili della poesia araba contemporanea tra identità, esilio e testimonianza
Il 30 agosto, a Rieti, parteciperò come relatore a Versi inCentro - che fino a qualche tempo fa ero convinto si chiamasse Versi in Centro, con uno spazio in più. L’intervento sarà dedicato al mio libro Arabo è donna. Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale; il titolo che ho scelto è Scrivere dalla frattura. Voci femminili della poesia araba contemporanea tra identità, esilio e testimonianza.
Non sarà una presentazione del libro, né una rassegna poetica del materiale che ne fa parte. Proverò invece a seguire tre testi, di tre diverse poetesse tra quelle raccontate nel libro, scelti perché mostrano altrettanti modi in cui la poesia può nascere da una perdita ma non diventare, per forza di cose, consolazione. In un certo senso, la cultura arabo-mediterranea ha un vantaggio epistemologico su quella occidentale: non avendo subito l’influsso del Romanticismo, che a mio parere al netto dei capolavori artistici che ha prodotto ha fatto più male che bene, ha conservato un rapporto meno sentimentale col dolore. Essere feriti, in quel contesto, non è garanzia di autenticità e non si pensa minimamente che renda migliori; al tempo stesso, non conferisce ragioni di sorta. Si dà per assunto, con una dolenza interiore diffusa che io non posso fare a meno di trovare molto elegante, che vivere sia anche quello. E le reazioni alla ferita non implicano alcun percorso di autoconoscenza: puoi vendicarti, e non capire nulla. Puoi vendicarti, pure se hai capito tutto. Puoi tentare di sanare la tua ferita spargendoci sopra qualche lenimento esistenziale: una esperienza lieta, un’avventura, la costruzione di qualcosa che ti sembri importante, un amore. Nessuno però ti garantisce che dopo sarai una persona migliore; e anzi, verso questa idea che si possa diventare migliori si serba un sano scetticismo: l’Islam non lo chiede, l’etica sociale e familiare non lo prescrive. Nel migliore dei casi, la ferita può essere occasione fortuita di conoscenza: uno scarto dal quale osservare quello che eri, quello che sei, e disegnare lo spazio che c’è in mezzo. Nei versi di Mouna Ouafik, Mona Kareem e Ahlam Bsharat, l’io non chiede di essere compatito e nemmeno di essere capito: prova a delimitare quello spazio e ad abitarlo. È questo passaggio - dalla sofferenza come destino alla parola come atto critico - che proverò a mettere a fuoco a Rieti.
Le tre poesie che proverò a raccontare sono: Il primo disegno è stato cancellato per errore di Mouna Ouafik, Il poeta migrante sgozza la sua voce di Mona Kareem e La casa di Ahlam Bsharat.
È ancora possibile scrivere una poesia che non sia irrilevante?
Questa è stata una delle domande da cui è nato Arabo è donna. Non sto dicendo che la poesia debba direttamente intervenire nella storia, anche se a volte lo fa. Non sto dicendo nemmeno che debba assumere una funzione politica. Sto dicendo che la parola poetica, quando serve a qualcosa di non velleitario nella società umana, modifica concretamente la posizione di chi la pronuncia. Può violare un divieto, rendere pubblico ciò che dovrebbe restare privato, conservare ciò che qualcuno vorrebbe cancellare.
Nel mondo prevalentemente arabofono, prendere pubblicamente la parola può avere per una donna conseguenze familiari, sociali, religiose e politiche. La poesia è di conseguenza un gesto compiuto davanti agli altri, dentro una rete di autorità in mezzo alle quali chi prende la parola è quasi sempre l’anello debole, e i rapporti di forza non la favoriscono. Le sette autrici raccontate nel libro abitano luoghi e lingue molto diversi: Egitto, Tunisia, Marocco, Palestina, Kuwait, Italia, Francia e Stati Uniti. Alcune scrivono in arabo, altre in inglese, altre ancora si muovono fra più lingue. Non rappresentano una presunta “poesia araba femminile”: qualcuna, anzi, pur essendo cresciuta in un Paese arabofono, ha poi assimilato ampie porzioni culturali di Occidente, o ha addirittura iniziato ad assimilarlo insieme alla cultura arabofona. Ciò che le avvicina è piuttosto la necessità di negoziare continuamente la propria posizione: rispetto alla famiglia, alla biopolitica, alla religione, alla migrazione, alla censura, alla guerra, alla lingua ricevuta e a quella acquisita.
Durante l’incontro seguirò tre fratture
La prima riguarda l’identità. Nel testo di Mouna Ouafik l’io è del tutto privo della fissazione occidentale di liberarsi dalle maschere. È, al contrario, il risultato provvisorio di una serie di operazioni: cancellare, tagliare, frammentare, copiare, bruciare, riscrivere. Il soggetto prende forma mentre viene alterato. Le maschere sono parte di ciò siamo. Poi magari le facciamo a pezzi, ma intanto siamo anche quello che abbiamo fatto a pezzi. Le cose sono più complicate della dicotomia autentico / inautentico. L’autenticità non esiste.
Il corpo perde le braccia, porta i segni delle relazioni che lo hanno formato, non riesce più a stringere nessuno. Originale e copia subiscono la stessa sorte. L’identità non coincide con una radice intatta, precedente al conflitto: somiglia piuttosto a un montaggio che sopravvive alle proprie versioni. La frattura può essere fonte di dolore ma anche diventare una tecnica di libertà. La biografia di Mouna permette di riconoscere la concretezza del conflitto: la censura della sua prima raccolta Vanille Brune, la scelta di organizzare la propria esistenza intorno alla poesia nonostante ciò abbia significato vivere precariamente e con pochissimi soldi, l’uso pubblico della fisicità come mezzo poetico... Queste cose mostrano che la cancellazione è ben più che una metafora letteraria. Io elimino dei pezzi di me, li sostituisco con altro, ma intanto sono anche i vuoti dell’attesa, le cesure, le cicatrici.
La seconda frattura è l’esilio. Mona Kareem, nata in Kuwait in una famiglia Bidun e perciò apolide, ha conosciuto la fatica della richiesta d’asilo e la ricostruzione della propria vita negli Stati Uniti. Nel suo testo, Il poeta migrante sgozza la sua voce, costui perde la naturalezza e fors’anche il destro di esprimersi. Quella voce è diventata una metafora e deve essere sgozzata perché tornino visibili il sangue, il grasso, la carne, le corde. Il sacrificio viene messo in scena con una teatralità di stampo fortemente mediorientale, ma al tempo stesso viene sottratto alla consacrazione: il poeta non recita la Fātiha e non offre il gesto ad Allah. Nella migrazione persino l’ordine dei nomi e dei verbi si altera; montagne, oceani e fusi orari separano la voce dal corpo. Le parole vengono ripulite dalla polvere dei secoli e piantate in piccoli vasi; la musica scompare e resta un grido sospeso nel tempo. L’esilio è una crisi della sintassi: modifica la forma stessa con cui il soggetto può pronunciare la parola “io”.
La terza e ultima frattura è la testimonianza. Nella poesia La casa di Ahlam Bsharat la violenza politica, che sappiamo esserci ed è quella degli occupanti israeliani, rimane quasi interamente fuori campo. Sappiamo che la casa viene demolita ma non la vediamo. Vediamo invece una donna che, dentro un lungo sogno, trasporta le cose di casa prima che la casa venga abbattuta. Arrivano ad aiutarla una vicina morta, il figlio della vicina di casa - che è morto da martire, battendosi contro l’occupazione - e una madre che nel sogno è tornata più giovane. Gli oggetti portati via - vasi, materassi, un letto - misurano la consistenza concreta della vita minacciata, l’arbitrio del potere straniero. Un melo e un mandorlo conservano una continuità più antica dell’edificio.
Identità, esilio e testimonianza sono tre funzioni della parola
Nel primo testo la poesia ridisegna un’identità che famiglia, genere e società tentano di fissare. Nel secondo trasporta la voce attraverso frontiere che ne hanno spezzato la naturalezza. Nel terzo salva ciò che resta: affidando agli oggetti, agli alberi e ai morti la continuità di una vita esposta alla cancellazione.
È questo il percorso - ancora provvisorio, da limare, da elaborare ulteriormente - del mio intervento a Versi inCentro. Un lavoro in corso, dunque, tuttavia già orientato da una convinzione: la poesia dà una forma alla frattura che la rende abitabile, esplorabile senza precipitare in essa, senza soccombere. Senza chiedere di guarire, né di essere guariti da altri.