Sayonara dei Club Dogo: il disprezzo, il risentimento e la malinconia di chi ha già vinto

Ci sono dissing che sembrano combattimenti, e poi ci sono quelli che sembrano funerali. Sayonara dei Club Dogo appartiene decisamente alla seconda categoria.

È uno dei pochi pezzi rap italiani in cui la sensazione dominante non è la rabbia, ma qualcosa di molto più difficile da raccontare: il disprezzo. Un sentimento decisamente diverso dall’odio: e no, non è una questione di sfumature, la diversità è grande. L'odio riconosce un avversario. Anzi, per molti versi l’odio ha una connessione stretta col sentimento amoroso. Il disprezzo no. Quando odi qualcuno vuoi metterlo in ginocchio, gli vuoi dimostrare la sua inferiorità: c’è, insomma, una volontà attiva da parte tua. Vuoi fargli qualcosa. Quando disprezzi qualcuno, invece, per te ha già smesso di esistere.

Che è esattamente la sensazione che attraversa tutto il brano.

Jake La Furia e Guè non sembrano impegnati in una battaglia

Parlano come due che, quella battaglia, ritengono di averla già vinta. Anzi, hanno proprio vinto la guerra. Basta, kaputt, fine. La canzone aleggia sopra un cimitero di nemici stritolati. Non c'è quasi nessuna ansia di convincere l'ascoltatore, in Sayonara. Non c'è bisogno di dimostrare nulla: la sentenza è già stata pronunciata, l'avversario è già stato archiviato. In un certo senso, è un po’ il discorso di un famoso pezzo solista di Jake, Musica commerciale, che è anche un manifesto artistico di smodata potenza: “Vorrei fare i nomi, ma fate cagare e quindi manco vi conosco”. Gli avversari di cui si parla in Sayonara non vengono nominati mai, ma la ragione non è il pudore. Semmai, è il fatto che non contano più nulla.

È questo che rende Sayonara così diverso dalla maggior parte dei dissing italiani. Nei dissing tradizionali il protagonista è il nemico; qui, invece, il nemico occupa pochissimo spazio. Il vero protagonista è il mondo dei Club Dogo: Milano, la strada, gli anni passati, chi c’era e chi è rimasto, il mondo e il successo conquistati. Quasi ogni barra serve a costruire una gerarchia, e i Dogo stanno in cima. Gli altri stanno semplicemente sotto, ed è proprio questa sicurezza a rendere il pezzo così potente.

Jake e Guè parlano con la calma di chi considera già acquisita la propria superiorità. Non hanno bisogno di essere aggressivi, perché l'aggressività appartiene a chi sta ancora combattendo; la calma, invece, è di chi pensa di aver già conquistato il trono. E tuttavia, sarebbe un errore mettersi a leggere Sayonara come un semplice esercizio di superiorità.

Sotto la superficie glaciale continua a muoversi qualcosa

Ciò che ribolle sotto il ghiaccio è il risentimento. Anzi, a dirla tutta il pezzo è costruito proprio sull'incontro tra questi due sentimenti. Da una parte il disprezzo, dall'altra una ferita che non si è mai completamente rimarginata.

Nella prima strofa, Guè lo dimostra meglio di qualsiasi analisi, quando accusa il suo avversario di “non capire questa roba” ma d’altronde, si sa, “la gente scema non credeva a Socrate”. E incalza ricordando che si tratta di gente “babba”, e che d’altronde “in passato a Gesù han preferito Barabba”. Il ragionamento implicito è questo: se il valore non è stato riconosciuto, la colpa non è necessariamente di chi quel valore lo possiede. La storia è piena di uomini che sono stati rifiutati, derisi o osteggiati proprio mentre avrebbero meritato ascolto.

Naturalmente sarebbe ingenuo leggere questi riferimenti come una pretesa equiparazione tra un rapper e Socrate. Il loro significato è retorico, non letterale. Servono a sostenere una tesi: il giudizio della maggioranza è in molti casi mediocre, e l'incomprensione non è una prova dell'irrilevanza di chi la subisce. Ma proprio questa necessità di formulare il ragionamento tradisce qualcosa: se davvero tutto appartenesse al passato, non ci sarebbe bisogno di evocarlo. Il successo, evidentemente, non ha cancellato la memoria dell'umiliazione.

Ed è qui che affiora il risentimento.

Non un risentimento incontrollato, esplosivo, bensì un risentimento sedimentato. Quello che resta dopo anni, quando la rabbia ha perso fuoco ma non intensità. E, di nuovo, non c’entra nulla con l’odio; l'odio vive nel presente. Il risentimento continua invece a dialogare con il passato: è un sentimento che annoda le budella, che si avvita su di sé. Ha più a che vedere con l’evocazione psicologica di tutte le volte che si è stati respinti e scacciati che con quello che sta succedendo qui ed ora. Diventa una sorta di mitopoiesi della propria sofferenza come luogo della tribolazione - dalla quale è scaturito poi, tra mille patimenti, il successo. Per questo, ascoltando Sayonara, si ha continuamente la sensazione che i Dogo parlino da un luogo molto alto ma continuino a guardare verso il basso, nel punto esatto in cui erano stati lasciati anni prima. Ogni volta che riaffiora il ricordo di chi non aveva creduto in loro, di chi li aveva derisi, esclusi o sottovalutati, il presente trionfale acquista senso proprio in funzione di quel passato: in altre parole, il successo viene raccontato come una rivincita. E ogni rivincita conserva inevitabilmente qualcosa della sconfitta originaria.

È probabilmente questa la ragione per cui Sayonara non suona mai davvero gioiosa. È un pezzo vittorioso, ma non è felice (d’altronde, chi andasse cercando la felicità nei pezzi dei Dogo avrebbe probabilmente sbagliato ascolto). Tra l’appagamento e la serenità esiste una distanza enorme. Il primo nasce dall'aver dimostrato qualcosa, laddove la serenità nasce dal non avere più bisogno di dimostrarla. In Sayonara quel bisogno esiste ancora, e continua ad attraversare tutto il brano.

La chitarra di Lele Spedicato: il paesaggio emotivo del pezzo

In questo equilibrio delicatissimo gioca un ruolo decisivo la chitarra di Lele Spedicato. Senza quel contributo, Sayonara resterebbe un grande brano rap. Con quella chitarra, grazie ad essa, diventa qualcosa di diverso.

È interessante osservare che Spedicato non entra nel pezzo come chitarrista rock. Il suo riff non è di quelli memorabili, che entrano in testa subito e lasciano il segno. Non si preoccupa di colmare i vuoti, e nemmeno entra in competizione con le strofe. Quello che fa è disegnare lo sfondo emotivo su cui Jake e Guè vanno a spennellare a colpi di dissing. La sua linea melodica è costruita su note sospese, quasi liquide, che paiono dilatare con insistenza lo spazio del brano; e questa è una funzione molto più vicina alla musica da film che al rock. Nelle migliori colonne sonore esistono strumenti che non accompagnano direttamente l'azione, ma il luogo emotivo dentro cui quell'azione si svolge. E in Sayonara, la chitarra svolge esattamente questo lavoro, dando al pezzo una profondità insolita. Sayonara non sembra più ambientato soltanto nella Milano dei Club Dogo, ma dentro una storia molto più grande: quasi dentro la memoria di un'epoca.

È impossibile non notare anche il carattere profondamente malinconico di quella melodia. Se Spedicato avesse scelto una chitarra più aggressiva, spinta, colma di veemenza e di tensione, il risultato sarebbe stato completamente diverso. Sayonara sarebbe diventata un campo di battaglia. Invece il suo contributo - che ha quel tanto che basta di note scure e distorsione da mettere in scena il disagio, ma senza che sfoci mai in rabbia - introduce continuamente un sentimento di perdita. È come se dicesse che ogni vittoria comporta anche qualcosa che non tornerà più: il che spiega perché Sayonara venga percepita come un addio ancor prima che come un attacco.

La malinconia modifica completamente il significato del disprezzo. Sì, annuncia agli avversari dei Dogo che sono stati largamenti superati, ma al tempo stesso testimonia che nel farlo si è chiusa una stagione della vita di Jake, Guè e Don Joe. In Sayonara ciò che finisce non è soltanto il rapporto con gli avversari: finisce un'intera fase della storia dei Club Dogo. La chitarra di Lele Spedicato sul beat di Don Joe è la voce di quel tempo che si allontana, mentre Jake e Guè scolpiscono il presente.

Questa tensione fra superiorità, disprezzo, risentimento e malinconia rende Sayonara uno dei brani più complessi e riusciti della storia del rap italiano. Siamo ben oltre il semplice regolamento di conti, qui. Siamo al momento in cui una generazione di rapper smette di sentirsi costretta a chiedere riconoscimento e comincia a parlare come se il proprio posto nella storia fosse ormai un fatto acquisito. La vera forza del pezzo nasce dal fatto che, anche in quell'istante di apparente trionfo, continua a vibrare la memoria di tutte le porte rimaste chiuse prima che i Dogo le sfondassero con le spallate di Il mio mondo, le mie regole e PES.

“In quanto a te, frate: sei Zero, Renato”.

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