The Roots of Blitzkrieg: Hans Von Seeckt and German Military Reform, di James S. Corum

Chi ha inventato la Blitzkrieg? La domanda non è peregrina, e gli storici devono giocarsela da decenni col mito. Perché è ben dura a morire la leggenda secondo la quale la “guerra lampo” con cui la Germania soggiogò tra il 1939 e il 1941 Polonia, Francia, Norvegia e Balcani sia stata l’invenzione di un manipolo di geni, generali innovatori e spregiudicati come Heinz Guderian ed Erich Von Manstein. Ma la verità è ben altra. La Blitzkrieg non nacque in una stanza né dalla testa di un uomo solo: fu il prodotto di almeno vent’anni di elaborazione collettiva, innestata su una tradizione militare prussiana molto più antica, macerata nella vergogna per la sconfitta nella Grande Guerra e nel rancore verso le Potenze che avevano umiliato il Secondo Reich a Versailles. Dopo il 1918, la Reichswehr trasformò la sconfitta in un gigantesco laboratorio: studiò gli errori che avevano portato al disastro e affinò comando per missione, mobilità, concentrazione delle forze e cooperazione tra le armi. I carri e le radio arrivarono dopo. Prima venne il metodo.

Nell’ottimo libro The Roots of Blitzkrieg: Hans Von Seeckt and Germany Military Reform, lo storico James S. Corum racconta la genesi della formidabile macchina da guerra che la Wehrmacht dimostrò di essere nel 1939-1940. Ed è una storia assai meno romantica di quella dei generali visionari (non che i generali tedeschi non fossero bravi, beninteso): è la storia di un’istituzione che, dopo una sconfitta catastrofica, si mette metodicamente a studiare se stessa. La Reichswehr consentita da Versailles era minuscola, appena centomila uomini, priva di aviazione, carri armati e artiglieria pesante. Hans von Seeckt, l’uomo che si trovò a capo di quel minuscolo esercito, trasformò proprio quei vincoli in un vantaggio. Se non si poteva avere un grande esercito, si poteva costruire il nucleo professionale di quello futuro: ufficiali e sottufficiali addestrati a comandare unità superiori al proprio grado, iniziativa individuale, esercitazioni continue, studio sistematico delle operazioni del 1914-18. Il problema fondamentale era evitare che una nuova guerra tedesca degenerasse ancora nell’attrito delle trincee. Bisognava restituire velocità al campo di battaglia: ottenere superiorità locale, penetrare, disarticolare il comando avversario, sfruttare immediatamente ogni cedimento. Molto prima che arrivassero i Panzer, insomma, esisteva già l’idea dell’esercito che avrebbe saputo usarli.

Perché, quando infine la Wehrmacht entrò in azione mel 1939 - dopo le “prove generali” della Guerra di Spagna - quello che scese in campo in Polonia non era un esercito guidato da un capo geniale, come quello napoleonico o quello del Sud confederato, né un esercito con un comandante che sapeva sempre farsi i conti ed era abilissimo a non perdere ancor prima che a vincere, come quello di Wellington. Era qualcosa che prima non si era mai visto. E tutta la cinematografia - ce n’è a iosa - che ne ha narrato le imprese, ha ficcato nella testa del pubblico immagini spettacolari ma false. Panzer che travolgono soldati che scappano, Stukas che bombardano città ridotte a roghi che si arrendono nel terrore. Non andò così, va detto. I polacchi iniziarono la guerra col morale alto, anche troppo. Dinanzi ai carri armati tedeschi, non scapparono mica. Provarono a resistere in tutti i modi.

Una guerra che non si era mai vista

E infatti resistettero. In parecchi settori resistettero bene, talvolta inflissero perdite serie, contrattaccarono, mantennero coesione e disciplina anche quando la situazione strategica stava già precipitando. Il problema era che la Wehrmacht non aveva bisogno di vincere ogni combattimento. Le bastava rendere inutile quello che il nemico stava facendo. Una divisione polacca poteva ancora tenere la propria linea alle cinque del pomeriggio e scoprire, poche ore dopo, che cinquanta chilometri più indietro una colonna motorizzata tedesca aveva già tagliato la strada sulla quale avrebbe dovuto ripiegare. Pur senza esser stata sconfitta, era diventata fuori posto.

Fu questo il carattere più sconvolgente della campagna. I tedeschi non avanzarono come una massa compatta che schiacciava tutto ciò che incontrava. Cercavano i vuoti, penetravano tra le armate, aggiravano le posizioni forti, costringevano reparti ancora perfettamente combattivi ad abbandonarle. La battaglia che il comandante polacco vedeva davanti a sé cessava continuamente di essere la battaglia importante. Mentre lui tentava di risolverla, impostava l’azione, decideva cosa fare, il centro di gravità si era già spostato altrove.

Le radio facevano il resto. Il comandante tedesco disponeva, non sempre ma assai più spesso dell’avversario, di informazioni relativamente fresche e della possibilità di correggere la manovra durante il movimento. Quello polacco dipendeva molto più da linee telefoniche, staffette, ordini che attraversavano una rete stradale e ferroviaria progressivamente devastata e intasata (i profughi civili intasarano le strade da quasi subito, a centinaia di migliaia). Così un ordine sensato alle otto del mattino poteva arrivare a destinazione quando non aveva più alcun rapporto con la realtà, perché la realtà aveva fretta.

Anche la Luftwaffe va tolta dalla mitologia. Il suo effetto decisivo non consisteva soltanto negli Stukas che piombavano sulle truppe. Sì, c’erano le sirene a fare la guerra psicologica, le bombe sganciate in picchiata con una precisione che non s’era mai vista. Ma ciò che rendeva inutile resistere era l’interdizione: ponti, ferrovie, nodi stradali, colonne in marcia, concentramenti di riserve. I ponti saltavano. I crocevia delle strade asfaltate venivano resi intransitabili. Se un’armata doveva ritirarsi di quaranta chilometri, non bastava impartire l’ordine. Bisognava far muovere decine di migliaia di uomini, cannoni, cavalli, ambulanze e rifornimenti lungo strade già piene di profughi, sotto ricognizione e bombardamento. Nel frattempo le unità mobili tedesche correvano a occupare i punti nei quali quella ritirata avrebbe dovuto concludersi, e i polacchi si trovavano accerchiati. La sacca di Bzura è un esempio clamoroso.

Un caso da manuale

Per questo la Polonia del 1939 è il caso perfetto per capire cosa fosse davvero la nuova guerra tedesca. Non l’annientamento immediato dell’esercito avversario, ma la distruzione della sua capacità di agire come sistema. I soldati polacchi continuavano spesso a voler combattere quando il loro esercito, come organismo unitario, aveva già cominciato a smettere di esistere. E la guerra che li stava stritolando non era il prodotto di un colpo di genio, ma di vent’anni di paziente e determinato lavoro. The Roots of Blitzkrieg: Hans Von Seeckt and Germany Military Reform racconta mirabilmente quegli anni, e soprattutto mostra quanto poco ci fosse di improvvisato. Una delle prime decisioni di Seeckt fu burocratica in quel modo maniacale del quale i tedeschi hanno sempre fornito un insuperato modello: istituire cinquantasette commissioni, mobilitando centinaia di ufficiali, per sottoporre la Grande Guerra a una sorta di autopsia. Bisognava stabilire quali situazioni nuove si fossero presentate, quali idee prebelliche avessero retto alla prova dei fatti, quali soluzioni fossero state improvvisate al fronte e quali problemi, invece, fossero rimasti irrisolti. Si studiò praticamente tutto: fanteria, artiglieria, collegamenti, attraversamenti dei fiumi, armi nuove, morale, organizzazione, logistica. Corum insiste molto su questo carattere quasi scientifico della riforma: la Reichswehr non andava alla cieca alla ricerca di una geniale intuizione. Si taccia sovente di scempiaggine i militari di carriera - e di esempi storici a sostegno ce ne sono, eh - ma in questo caso ciò che accade fu l’opposto. Si studiava, si ragionava, e fino a sfinirsi si discuteva di ciò che si era studiato.

Da quel lavoro uscì già nel 1921 Führung und Gefecht der verbundenen Waffen, cioè una dottrina nella quale tornava centrale il combattimento combinato delle diverse armi. Ma la parte affascinante del libro viene dopo: mentre alla Germania era materialmente vietato possedere carri armati e aviazione, i suoi ufficiali discutevano come avrebbero dovuto essere impiegati i carri e gli aerei di cui ancora non disponevano. L’autore dedica infatti capitoli separati allo sviluppo degli armamenti moderni, della dottrina corazzata e della dottrina aerea: prima vennero elaborate le funzioni, poi sarebbero arrivate le macchine capaci di svolgerle. Non erano solo svegli, avevano la testa già nel futuro.

Nel 1933, quando Hitler arrivò al potere e poté finalmente aprire i rubinetti del riarmo, non trovò un esercito che dovesse ancora capire cosa farsene di carri, autocarri, radio e aeroplani. Trovò un piccolo esercito professionale che aveva passato quattordici anni a studiare come avrebbe combattuto una volta tornato grande, titanico, terrificante. Il nazismo ci mise del suo, certo: il fanatismo politico, il cinismo, il disprezzo per le democrazie, le adunate di Norimberga, l’arianesimo sterminatore, il mito del Drang Nach Osten, la psicosi da accerchiamento, le folli teorizzazioni di Rosenberg. Ma buona parte del meccanismo per mettere in atto i piani di dominio globale se lo trovò bell’e pronto. La Polonia venne schiacciata in diciannove giorni.

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