Rogue One: A Star Wars Story, di Gareth Edwards
Prima ancora della spettacolare sequenza finale nel corridoio della Profundity, c'è una scena di Rogue One che molti fan considerano il momento in cui il film dichiara definitivamente la propria identità. È l'incontro fra Darth Vader e Orson Krennic nel castello di Mustafar. Una conversazione di pochi minuti, pressoché priva di azione: eppure basta a ridefinire il rapporto tra il potere, la Forza e la tecnologia all'interno dell'Impero Galattico.
Il successo di quella scena non dipende soltanto da una battuta memorabile - la celebre "Be careful not to choke on your aspirations" - ma dal fatto che riesce a restituire Darth Vader alla sua dimensione originaria: una presenza quasi metafisica, il secondo uomo più potente della galassia.
Il limite della Morte Nera
Una delle intuizioni più intelligenti di Rogue One consiste nel ricordare che Darth Vader non ha mai creduto davvero nella Morte Nera. In Una Nuova Speranza il suo giudizio è netto: dice ai vari gerarchi imperiali di non andare troppo fieri di questo “terrore tecnologico”. Per lui un’arma che può distruggere un pianeta rappresenta di sicuro uno strumento formidabile, ma rimane pur sempre una macchina. La Forza, invece, è il vero fulcro di ciò che Vader considera il potere: la capacità di vedere il futuro, anticipare le mosse degli avversari, spezzare la loro strategia facendo cose che a loro sono precluse, alterare il destino stesso degli eventi.
Questa contrapposizione, che a qualcuno parrà religiosa, è anche politica. Gran parte dell'élite imperiale immagina un Impero governato dalla superiorità tecnologica: flotte sempre più grandi, armi sempre più devastanti, apparati amministrativi sempre più efficienti. La cosa emerge in particolar modo nella Saga di Darth Vader, un gioiellino a fumetti scritto da Kieron Gillen e disegnato da Salvador Larroca (i colori sono di Edgar Delgado). Mentre l’Impero investe risorse immense nella tecnologia e nelle sue gerarchie militari, Vader costruisce una rete completamente parallela. Si circonda di tipi loschi, criminali, mercenari e droidi assassini: ma soprattutto della geniale Aphra, perché ciò che gli interessa non è amministrare il potere imperiale, è scalzare il generale Tagge e riconquistare il peso che aveva nel favore di Palpatine. Gillen architetta così un thriller politico e clandestino; mentre Larroca e Delgado gli danno un’estetica fredda, monumentale e quasi claustrofobica, perfetta per mostrare un Vader che attraversa la macchina burocratica dell’Impero senza appartenervi davvero. La tecnologia, per lui, non è che uno strumento; laddove invece la Forza è tutto.
Krennic, il burocrate che vuole diventare indispensabile
Krennic è uno dei personaggi più interessanti introdotti dalla Disney perché non è né un combattente né un politico nel senso tradizionale. È un ingegnere, uno che progetta cose. Si è fatto strada fino al vertice di un immenso complesso industriale, è l’Albert Speer di Palpatine. Ed è convinto che la realizzazione della Morte Nera lo renda indispensabile nella gerarchia dell’Impero. Tutta la sua psicologia ruota attorno al riconoscimento: vuole che l'Imperatore sappia cosa ha costruito, vuole che Tarkin non ci metta le mani, vuole essere ricordato come il padre della più grande arma mai realizzata.
Per Vader tutto questo è quasi ridicolo.
La vera gerarchia dell'Impero
L'incontro nel castello di Mustafar serve soprattutto a ristabilire le proporzioni. Krennic arriva pensando di poter discutere, se non proprio alla pari, perlomeno con una certa dialettica: espone le proprie ragioni. Dice che vuole esser certo che Palpatine sia consapevole del “potenziale” della Morte Nera.
Chiede sostegno politico a Vader.
Questi si mostra dapprima infastidito, poi reagisce: si serve della Forza per levargli il respiro, e gli ricorda di “stare attento a non soffocare nelle sue aspirazioni”. In pochi secondi viene ristabilito l'ordine gerarchico dell'Impero: perché non importa quante stelle un gerarca abbia sulla divisa, quale arma abbia costruito, quanto vicino creda di essere all'Imperatore. Esistono soltanto due persone che detengono davvero il potere: Palpatine e Vader. Tutti gli altri amministrano un'autorità ricevuta in prestito.
La scena funziona anche perché Gareth Edwards evita qualsiasi spettacolarizzazione, dando una lezione di regia di quelle che non si scordano: ciò che vediamo è un uomo mostrato al culmine della fragilità che tenta di ottenere riconoscimento, e un altro che dimostra di non avere nemmeno bisogno di alzare la voce per distruggere ogni sua illusione. La violenza fisica dura pochi istanti; l'umiliazione psicologica rimane. Ed è questo a farne una delle scene più memorabili dell'intera saga.
Il completamento del mito
La celebre sequenza finale nel corridoio della Profundity rappresenta il naturale completamento di questa costruzione narrativa. Per la prima volta il pubblico vede ciò che i personaggi della trilogia originale avevano sempre narrato, e avevano mostrato di temere, ma che i limiti del cinema degli anni Settanta-Ottanta non potevano rappresentare pienamente: Darth Vader è una forza della natura. Si tratta di una cosa che si vede anche in qualche videogioco, ma sul grande schermo è diversa. Ogni colpo di spada, ogni impiego della Forza, ogni passo contribuiscono a trasformarlo in qualcosa che assomiglia più a un mostro che a un essere umano. Ed è significativo che tutto ciò avvenga nel giro di pochi minuti.
Il segreto di Rogue One (e di Andor)
Probabilmente è questa la ragione per cui Rogue One occupa ancora oggi un posto speciale nel cuore di molti appassionati, così come succede con Andor. Il film racconta il prezzo umano dei piani della Morte Nera: mostra una Ribellione fatta di compromessi, fallimenti e sacrifici; racconta con efficacia l’Impero come una minaccia tentacolare che dispone di mezzi spropositati, e al tempo stesso di villain estremamente abili e spietati; e soprattutto si ricorda di come funziona il carisma di Darth Vader: il personaggio funziona meglio quando compare poco. Tant’è che in Andor poi basterà dirne il nome, di persona non lo si vedrà mai.