River Kings, di Cat Jarman
Vi presento uno di quei libri di storia che li leggi e non vedi più le cose uguali a prima – relativamente ai fatti storici di cui parlano, quantomeno. Già il tema è sfidante: raccontare i Vichinghi liberandoli dai soliti cliché legati ad asce, razzie, elmi e Valhalla; per giungere a farci vedere le cose, almeno un po’, attraverso i loro occhi. Perché loro vedevano letteralmente un altro mondo rispetto a quello che vediamo noi. Dove c’è un fiume, noi vediamo un ostacolo, una frattura del territorio, qualcosa da attraversare con un ponte o da aggirare; loro vedevano un’autostrada liquida capace di mettere in comunicazione coste, villaggi, mercati, imperi, monasteri, città lontanissime.
Cat Jarman parte da un oggetto minuscolo, una perla di corniola trovata in uno scavo vichingo in Inghilterra, e la trasforma in una specie di bussola. Come c’è arrivata, fin lì? Qual è la strada che ha percorso? Da questa traccia, che sembra minima, il libro prende ad allargarsi: Scandinavia, Baltico, fiumi dell’Europa orientale, Dniepr, Mar Nero, Bisanzio, Baghdad, fino all’India. La perla è l’indizio di una detective story archeologica. Chi l’ha portata fino alle Isole Britanniche? Attraverso quante mani è passata? Era bottino, merce, dono, ornamento? Quali fatti e situazioni testimonia? L’autrice, man mano che la strada si allunga e le tappe si allineano, moltiplica le domande. Quando può, ricostruisce un mondo nei dettagli, con una precisione che tuttavia non inficia la godibilità della lettura. Non è mai puntigliosa, non diventa mai didascalica. E quando invece deve farsi bastare gli indizi, lo fa con cautela e spiegando cosa è plausibile e quanto lunghi sono i salti dell’immaginazione e delle ipotesi. Cosicché, da una domanda in apparenza minuscola si spalanca una geografia sterminata.
È questo che rende River Kings così soggiogante: il libro racconta i Vichinghi come un popolo tutt’altro che chiuso nel proprio Nord, e men che mai ingabbiato in una cultura semplificata di saccheggi e guerre. Che indubbiamente c’erano: ma c’era soprattutto una civiltà reticolare, anfibia, mobile, commerciale e spregiudicata.
Dal che si desume che non erano, propriamente, una nazione. E neanche un insieme di nazioni con identità contigue: se c’è una parola che può definire meglio cos’è stata la civiltà norrena nei suoi secoli d’oro, è flusso. Loro stessi si vedevano in movimento costante, anche quando governavano regni erano sempre pronti ad andare a vedere cosa c’era in giro. Un re vichingo era capace di pensare: “Magari un po’ più in là c’è un regno più interessante di quello che ho adesso, vai a sapere”. Erano una forza che metteva in circolo: navi, rotte commerciali, argento, corredi, mercati, schiavi, guerrieri, artigiani, donne, bambini, mercenari, oggetti esotici, corpi sepolti lontano da casa. L’Inghilterra, che in tanta ricostruzione storica – e in tanta fiction, pure - sembra il teatro principale della presenza norrena, appare come un margine occidentale di una rete molto più vasta. Il vero fulcro, semmai, è il movimento in sé e per sé.
Cat Jarman non ha bisogno di romanzare i Vichinghi per renderli affascinanti. Anzi: ancorandoli alle cose concrete, fa sì che vengano fuori le loro caratteristiche peculiari. Qui è tutto un discutere di ossa, denti, isotopi, tombe, datazioni, resti umani, perle, monete, tracce materiali negli scavi. La storia non discende dall’alto, dai re e dalle cronache, ma sale dal terreno. C’è qualcosa di quasi medianico nel modo in cui il libro fa parlare ciò che resta, anche se ciò che resta a prima vista sembra pochissimo. Un dente può essere lo spunto da cui si arriva a raccontare una migrazione. Una sepoltura può suggerire una gerarchia. Un pezzo di vasellame può svelare una rotta commerciale o una violenza sepolta. Le cose risorgono, nella narrazione di River Kings, e il mondo al quale quelle cose appartenevano risorge con esse.
E tuttavia il libro non è soltanto luminoso. La meraviglia delle rotte, delle merci, dei contatti tra mondi lontani è sempre attraversata da una zona buia. Dietro le vie d’acqua ci sono - eccoli, i Vichinghi con le asce in pugno che conosciamo e amiamo - razzia, deportazione, sfruttamento, violenza. Cat Jarman dà ai Vichinghi ciò che è dei Vichinghi: la grandezza, sì, ma senza sterilizzarne la brutalità.
La cosa più bella, però, resta lo sguardo sullo spazio. Noi siamo figli di una civiltà di pietra che ha poi scoperto l’asfalto, ci piaccia o meno: pensiamo la terra come continuità e l’acqua come interruzione. I Vichinghi scrivevano le loro storie con una grammatica opposta. La terra poteva essere una scocciatura: foreste, paludi, neve, fango, montagne coperte di neve, assenza di strade affidabili. L’acqua, invece, era già una via pronta. Un fiume non separava due rive: collegava un interno a un mare, un villaggio a un emporio, un’incursione a una fuga, un pretendente a una corona. River Kings funziona così bene perché combina il piacere della mappa, il piacere dell’indagine storiografica e il piacere dello spaesamento. Fa capire che il Medioevo norreno era molto meno provinciale di quanto immaginiamo, che il mondo vichingo era molto più orientale e connesso del cliché nordico. È un libro che prende la nostra idea di Europa, di viaggio, di confine, di Oriente e Occidente, e la complica un bel po’. Dopo averlo letto, un fiume non sembra più solo un fiume. Sembra una strada che avrebbe potuto portarci verso un destino che non siamo più capaci di immaginare.